Sottilissime lame d’acciaio che si frantumano nell’aria rorida, lasciando dietro di esse una scia di pulviscolo stellare.

“Shanty” appartiene a quella specifica categoria di canzoni che possiedono la qualità intrinseca di farti scivolare indietro, e poi riportarti nel punto esatto di dove eri partito. È il primo brano di “Everything is alive”, ultimo lascito del quintetto che ad esso affida l’onore/onere di aprire le scalette di questa lunga tournée che vede in Sesto al Reghena una delle ultime, lunghe propaggini. Ma non annoto segni di stanchezza o peggio di maniera, nei volti come nei gesti.

Un complesso che, pur mai essendo assurto all’ingombrate status di prima donna, anche per una connaturata ritrosia, ha coagulato attorno a sé un seguito fedele e tenace, come testimonia l’elenco estesissimo di tributi ad esso dedicati, di omaggi affidati a riproposizioni singole, perfino ad intitolazioni di riviste (“Losing Today”…), che vede in Italia una delle più persistenti (e competenti) legioni. Fondamentali nella definizione di un genere/non genere che hanno saputo assimilare ed elaborare; “Just for a day”, “Souvlaki” prodotto da B. Eno… e quanto pesi la concezione di suono e di produzione di quest’ultimo, ne avremo testimonianza diretta anche questa notte, pietre angolari di una breve stagione, un lustro esatto tra il primo eppì e “Pygmalion” alla fine della quale cedere il passo ai marosi montanti del brit pop dalla spuma luccicante (e più adatta ai titoli dei tabloid…). Ed alla fine della quale abbandonare i propri seguaci all’intimità delle loro stanze, dove tutto aveva avuto origine, un nero monolite di struggimento conficcato negli animi ove celare ansie e paure. L’onda che sale e che si ritrae instancabile, ancora una volta, come il loro suono, il furore elettrico che si spenge nella calma transitoria che è pronta a ravvivare il vigore, proprio come esse, le onde che si susseguono l’una all’altra, trascinando tutto e rilasciando dietro di sé la sabbia luccicante che il calore del sole per un istante effimero asciugherà. Un vortice liquido di suoni e colori che risucchia, che avvolge, che scuote.

Il genere/non genere che tenacemente resiste e ritrova rinnovato rigore nei suoi innumeri adepti sparsi sulla violata superficie della Terra, in un processo di mitosi inarrestabile alimentato dall’attesa d’una nuova, rinfrancate testimonianza. Ventidue e venti e otto anni. Il Tempo trascorso tra “Pygmalion” e “Slowdive”, eppoi “Everything is alive”. Sempre coerenti, rinserrando le fila, riprendendo appunti. Tanto che tra “Catch the breeze”, unica rappresentante di “Just for a day”, e “Skin in the game”, la percezione del Tempo viene alterata, ed i contorni di esso si sfilacciano. Sono “Souvlaki” ed “Everything…” ad intestarsi il maggior numero di presenze, ma le cifre le lasciamo a chi fa della statistica il proprio credo, nei freddi numeri non ho mai trovato intesa. È il suggello della prima parte del set a richiamare ed a fissare, anche e sopra tutto nelle potenza delle immagini che si stagliano a fondo palco, il principio di (quasi) tutto, i germi della genesi e della formazione: “Golden hair” di Syd Barrett, che egli musicò sulle parole dell’omonima poesia di James Joyce.

L’inesorabile scorrere degli anni lascia i suoi segni sulla pelle, sulla carne, nelle ossa. Nel fisico e nella mente… Quando mostra clemenze, risparmia la Memoria, anch’essa però destinata a sfilacciarsi, a spezzarsi definitivamente, mentre lottiamo disperatamente, aggrappandoci ad essa alla quale abbiamo consegnato gli ultimi brandelli di immagini sempre più spente.

Hanno aperto la serata gli I Hate My Village, assai apprezzati da larga frangia di convenuti.

Se leggerete note come “luogo/location fantastica, organizzazione esemplare”, una volta tanto non trattasi delle stanche note di un cronista annoiato intento a svolgere il proprio compito. È la verità, è ciò che Sexto ‘Nplugged  effettivamente è.

 

Nota indispensabile. “Golden hair” (Syd Barrett, “The Madcap laughs”).

Quinto dei trentasei carmi che costituiscono il corpo di “Chamber music”, pubblicato nel maggio del 1907.

Madrigale shoegaze. Fa parte della scaletta dell’eppì “Holdin your breath”. Gli altri brani sono: “Shine”, “Albatross” e “Catch the breeze”. Le onde (“Albatross”), il sogno (“Shine”), l’abbandono (“Catch the breeze”). La risata beffarda di chi si prende gioco del grigiore, della mediocrità, delle imposizioni.

“Singing and singing
A merry air,
Lean out of the window,
Goldenhair”

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