Non so se il trasferimento a LA, formalizzato dopo il concepimento del primo singolo “Son”, sia il fattore determinante del nuovo suono del complesso bielorusso (se ha ancora un senso la localizzazione di un progetto che guarda ben oltre angusti limiti territoriali). Il suono di Belaya Polosa (“striscia bianca”) è netto, pulito, sfavillante, anche se la componente oscura (ossimoro…) della loro produzione è rimasta ben presente. Ci sono i ritmi scanditi, millimetrici di “Kolesom” e dell’altro singolo “Ty Zhe Ne Znaesh’ Kto Ya”, la citata “Son” è traccia introversa, aperta da rumori inquietanti, poi quando entra la chitarra il contesto si fa più definito, il ritmo cresce, risolvendosi la canzone in uno degli episodi più incisivi dei dieci che compilano l’intero disco. Ossessioni goth amplificate dalla voce distante, fredda, di chi descrive una situazione, un evento che potrebbe essere frutto dell’immaginazione (“Son”/” сон”/”Sogno”), ovvero reale, gravemente reale. Si ascolti la chitarra, tornerà ancora, dirigendo il passo nel cuore di Belaya Polosa ritroveremo questi arpeggi che evocano il deserto del New Mexico, il calare lento del sole sull’orizzonte, una linea nera resa indefinibile dall’indicibile calura che tutto distorce, anche la vista. La title – track si muove lenta, evidenziando vieppiù il lavoro di produzione che ha operato sulla pulizia, sulla definizione netta. Un brano che, senza timore di incorrere in banalità, si colloca nell’alveo del dark più austero, nessuna posa, solo sostanza. Ma i Molchat Doma sono sempre gli stessi di “Ethazi”, dei primi singoli che ne segnalarono gli esordi? Non v’è dubbio, semplicemente essi hanno assimilato, sono cresciuti, hanno affinato uno stile proprio, ed ora hanno sentito l’esigenza di andare oltre. Ecco la maturità che permette loro di citare i Depeche Mode senza cadere nella trappola dell’adulatoria imitazione. Ricorrendo anche all’ambient più rarefatta e, ancora una volta, dark: “Beznadezhnyy Waltz”, l’ultimo ballo, ove non v’è speranza (letteralmente, “Walzer senza speranza”) alcuna, il Fato è segnato, poi giunge “Chernye Tsvesty”, “Fiori Neri”, quelli posati da mano caritatevole sul freddo marmo che suggella il sepolcro. Una canzone che pare estratta da qualche oscuro album degli anni Novanta, fieramente incardinata in una track list che la accoglie come elemento significativo, non di semplice passaggio. L’andamento compassato, la voce impostata, l’elettronica che si impadronisce con discrezione della parte finale, abbiamo superato la metà di Belaya Polosa, avviamoci all’epilogo, con “III” ove i DMode rientrano in scena rinforzando gli argini di un synth pop siderale del quale i MDoma sono fieri discepoli. “Ne Vdvoem”, ecco la chitarra riarsa, il canto dolentissimo, la batteria scandita, l’atmosfera rarefatta che si alleggerisce con “Ya Tak Ustal” con il suo rincorrersi dei synth, e finale con la solenne, immaginifica “Zimnyaya” (“зімняя”/”Inverno”), la porta che si chiude, ovvero lo spiraglio su un futuro che i MDoma devono consolidare, avendo con Belaya Polosa  liberato i polsi dai laccioli dell’underground, dimensione che non appartiene più loro.