Ivy Silence (voci) e Cliff Livingston (strumenti e voci) vantano il primato della rappresentanza del loro Stato, l’Alaska, nella nutrita lega del goth rock. Oltre ad essere i primi alaskans ad essere citati sulle pagine versacriane (e non solo, ritengo, anche se non ho verificato, mi fido dell’istinto). Circoscrivere il loro raggio d’azione al goth è limitante, essendo presenti nella loro proposta elementi identificabili ed ascrivibili all’horror punk, al death rock (di derivazione 45 Grave, non solo per la presenza tra i collaboratori di Tom Coyne che dei losangelini è accreditato alla batteria del 2008) ed al pop punk. Principi ben amalgamati che vanno a definire un costrutto sonoro assai efficace e coinvolgente, come le due iniziali “Devil’s helpers” e “We ignite” (la prima presente pure in una versione sottotitolata “death bongo party”!, la seconda dotata di coretti irresistibili) testimoniano. Canzoni ben strutturate ed eseguite che però non si attengono al canovaccio del genere, Ivy e Cliff sono evidentemente degli attenti osservatori, in “We live to be free” non si adeguano al proclama, innalzando un altarino in onore dei The Lords of the New Church (siano sempre glorificati!), mentre in “Bloody ghost” attingono a certa wave Ottantiana che s’indirizzava, mantenendo intatta la dignità, al mainstream (vi propongo un gioco, chi vi ricordano?). Esteso il registro degli ospiti, oltre al già menzionato Coyne: Paul Roessler che ha prodotto parte di Sinister Stars al Kitten Robot Studio di Los Angeles (donando all’opera un suono potente e ben definito, “Liars on fire” lo testimonia), Martin Atkins (se proprio si deve, a beneficio dei distratti: Public Image Limited, Killing Joke, Ministry, Nine Inch Nails, Pigface…), Jim Babjak (chitarrista de The Smithereens), oltre ai fedeli aiutanti di vecchia data, gli skin beaters (quanto mi piace scriverlo) Brian Troisi e Matt Thomas. Un team che i due titolari coordinano con meticolosa applicazione che fa di Sinister Stars una delle pubblicazioni più interessanti, e qualitativamente stimolanti, del 2024 ormai morente. Goth/death rock, horror punk, industrial rock (“Upon the event of your death”, ma qui Atkins non c’entra, fanno tutto loro due!), aperture pianistiche che lasciano trasparire (o traspirare?) accenti melodici che alleggeriscono chitarre e percussioni altrimenti preponderanti, episodi di arguta ironia (“Will the circle be unbroken” è irresistibile), si giunge ai due minuti scarsi di “Soul Garbage” che chiude il disco senza nemmeno rendersene conto. Merito di una scrittura efficacissima e di felici intuiioni, segnatevi il nome di questi brillanti goth rockers alaskani, e mettete in loop “Devil’s helpers bongo party”, se amate i Killing Joke non potete/dovete preterire questo brano.