
Rientro alla base-SVART Records per i danesi Demon Head, dopo una fugace affiliazione alla Metal Blade concretizzatasi con la pubblicazione di un solo disco, “Viscera” del 2021. E non è un caso che la copertina di Through holes shine the stars, titolo che ben rappresenta il suono cosmico del complesso, rimandi ad “Hellfire Ocean Void” che vide la luce nel 2019 (nella scelta delle intitolazioni i Danesi si sono sempre distinti), proprio per i tipi dell’influente label svedese. Rimangono ben salde le prerogative che rendono i Demon Head un complesso che non è possibile collocare in un alveo ben delimitato, su tutte le loro canzoni spandendosi un’aura oscura, a tratti goticheggiante (citando gli In Solitude monta in me la melancolia, per averli persi, per sempre). Il canto/recitato di Marcus Ferreira Larsen, a volte doppiato, acquisisce quella teatralità che caratterizzava Messiah Marcolin (pur non possedendone il carisma), indirizza brani che si trasformano in compassate litanie (“Deeper blades”), pur non difettando il disco in quanto a gagliardia espositiva. E’ proprio “Every flatworm” ad affascinarmi, per quel suo rimandare al goth ed anche alla dark wave (Oddio sono caduto nella trappola di genere), i quali costituiscono, assieme al doom ed ai ricorsi ai canoni del metal classico, le componenti (ma non le uniche: si ascoltino le tastiere e gli inserti di clarinetto e sassofono) di un disco che, fin dal titolo, possiamo definire visionario (nel senso di “Visionaire” dei Tiamat, ma “Wildhoney” era e resta un capolavoro). Ed i margini di ulteriore progresso sembrano ancora assai ampi.
