“There I found me in a long, long wood / Astray, midway of mortal life / Witness to such agony / But there, before the grace of God go I / I want to know love / I want to know what it feels like”

Secondo quale arcana dinamica uno splendido capitolo musicale, candidato sin da ora al podio riservato per le opere più belle del 2025, nasce da una inenarrabile, tragica adolescenza? La bellezza può essere il risultato di una macchinosa elaborazione che estrapola la propria essenza dalla sofferenza? La risposta inequivocabilmente è si. È stato ampiamente dimostrato che la scrittura ha un potere terapeutico che aiuta ad esorcizzare e lenire il dolore, e di dolore in Perverts ce n’è a palate.

Le liriche di Ethel Cain, pseudonimo di Hayden Anhedönia, cresciuta all’ombra del pulpito e dei proseliti del padre predicatore battista, sono gonfie di sofferenza, tormento, perversione, pedofilia, senso di colpa, impotenza, vergogna e ricerca d’amore, sono grida disperate che dilaniano le trame delle nove tracce di Perverts, figlie di una intimità che si nutre di solitudine e afflizione, di uno straziante passato che pesa come una spada di Damocle e di un presente che fatica a scrollarsi di dosso gli echi roboanti che ne conseguono. La voce sofferta della Cain spinge l’ascoltatore in un baratro di puro rumore e lancinante tormento, in un minaccioso miasma di slowcore, darkwave e noise dai riverberi terrificanti. In definitiva uno scenario oscuro e sinistro da pellicola horror che la più fervida e viva fantasia non sarebbe riuscita a ricreare con quelle fattezze sconvolgenti che lo caratterizzano.

Una voce profetica e inquietante apre l’omonima “Perverts”, una successione discontinua e frammentata che si dilunga su una disturbante registrazione ambientale, prima di cedere il passo a “Punish” che si manifesta con uno spettrale rumore d’altalena di sottofondo su quattro accordi ciclici di pianoforte, immerso in un’aria gelida e rarefatta. “I am punished by love” è l’illogico paradosso esistenziale, tanto più elemento rivelatore della complessa psiche della Cain. Le terrificanti rifrazioni sonore di “Housofpsychoticwoman”, l’indolente e pigra “Vacillator” che si trascina stanca in un gioco di luci (poche) e ombre e il tappeto di interferenze e frequenze lo-fi di “Onanist” ci spingono con forza nei labirinti plumbei di Perverts, ormai in caduta libera. “Pulldrone”, la traccia più lunga dell’album, si sviluppa in quindici minuti claustofobici e ossessionanti, dove il pitch shift conferisce una dimensione ultraterrena al parlato della Cain e un crescente impulso sonoro conduce il brano in territori di pura follia. Qui si perde definitivamente il lume della ragione, si dissolvono i contorni delle cose, si sgretola ogni parvenza di raziocinio. Fortunatamente arriva “Etienne” a calmare le acque torbide dell’album, ma è solo un mendace sollievo, un rimedio palliativo, è una parvenza di sereno dopo la tempesta ma anche il preludio alla catastrofe che arriva con “Thatorchia” ed il suo stentoreo drone, una caduta negli inferi più profondi, prima dell’abbandono nelle braccia di “Amber Waves”, una ninnananna a bambole di ceramica, la consapevolezza che tutto è finito per sempre nelle braccia di Morfeo o di Tanato.

La critica musicale si è prodigata oltremodo nel cercare analogie con altri artisti, con qualcosa o qualcuno che suoni affine. Lana Del Rey, Chelsea Wolfe, Grimes tra i nomi più gettonati negli accostamenti, personalmente ci metterei anche Mushy, Soap&Skin e alcuni lavori di Zola Jesus in questo ricco lotto. In realtà Ethel Cain assomiglia solo a Ethel Cain e neanche tanto a dire la verità, poichè dal precedente Preacher’s Daughter è cambiato veramente tanto. Le atmosfere eteree degli esordi si sono messe in cammino e, scendendo le scale lungo il corrimano, hanno varcato la soglia perdendosi lì fuori, nell’oscurità della notte, sotto le sue coperte gelide. Spesse nubi si sono addensate nel suo orizzonte sonoro, gli unici elementi immutati sono rimasti i testi gravidi di cupezza e severità. 

Non ricordo nessun lavoro presentato come EP che abbia la durata di ben novanta minuti, giusto per evidenziare la singolarità e l’originalità dell’artista americana. Per Ethel Cain Perverts più che un disco è un vettore per esternare le proprie tribolazioni, il decadimento dell’animo, lo smarrimento delle virtù umane, un asettico southern gothic fatto di sussulti e ronzii, di presagi e oscure ombre dietro porte socchiuse, un lavoro che si rivela sconvolgente e affascinante ad ogni ascolto, di quelli che rimarranno impressi nel tempo.