
Il cjamp di blave dongje il cimitieri di Roalis.
C’era il grande orto, diviso tra il nostro e quello dei nonni, poi delle strette strisce lasciate ad erba. I ciliegi, quattro, ed i filari delle viti. Poi il cjamp. Alternativamente il nonno vi seminava erba medica o granturco. Le blave. In fondo, oltre quella distesa verde, le mura del cimitero del borgo, inutilizzato e sconsacrato dagli anni Sessanta, quando venne edificato quello nuovo, sulla strada che porta a Gagliano/Gjian, passando per il campo sportivo. Il granturco cresceva in fretta, presto le sue piante mi superavano in altezza, mettevano il pennacchio, le pannocchie si gonfiavano. Tra quelle fila ordinate di fanti verdi mi introducevo, nell’ombra delle foglie dai bordi taglienti, a cercar riparo dal sole estivo. Terminato il suo ciclo, colte le pannocchie e stivate nel toglât (o toblât), resistevano gli steli rinsecchiti. Allora, nono Puti e barbe Checo, sempre insieme, più che due fratelli, s’avviavano con le loro ronceis incontro a quella legione stanca. Un taglio netto alla base, i fusti accatastati ai lati degli agârs. Le loro chiacchiere, i commenti, i motti scherzosi. I loro lineamenti duri, impassibili di Friulani, i loro sguardi penetranti. Dopo il loro passaggio, la lama che cala, il bastoine legn oso che scricchiola, rimanevano quei moncherini, uno dietro l’altro spuntavano dalla terra, ultima testimonianza di ciò che fu. Un altro anno era trascorso, l’Autunno si era già annunciato, con il vento e la pioggia.
Il Sorgjâl è proprio quel resto mutilato della pianta del mais. Troncato di netto dalla lama della roncola, le radici che sembrano pallidi mozziconi di dita ossute che affondano nella terra, che ad essa s’aggrappano, lo stoc attende che l’aratro venga a nasconderlo, a seppellirlo in quella stessa terra che lo ha nutrito, quando cresceva verde, forte e pure un po’ vanitoso, con il suo pennacchio che ambiva a toccare il cielo, mosso dalla brezza. “Muart Sorgjâl”. E Sorgjâl è il nuovo singolo del nostro Cantore, di Massimo Silverio che con questi dieci minuti aperti da un suono basso, la viola e le percussioni, gli stridori improvvisi che evocano un passato ancestrale mai rimosso. Un suono reso ancor più profondo dal canto in cjargnel e dalla sua voce, che pare uscire a stento dalla gola serrata dall’emozione, che quel passato riportano alla luce, fino ai giorni nostri, perché noi non lo abbiamo mai dimenticato, mai costretto all’oblio. Sorgjâl evoca la forza narrativa del Sylvian appalachiano (gli Appalachi e la Carnia), rinforza gli argini dell’ambient più introversa con la sospensione del post rock, incedendo come una solenne, compassata processione che si dirige verso la sua plef. Accentua il risultato finale, il compimento dell’opera la bravura del collettivo che lo accompagna, la produzione che, con discrezione, agisce sulle sfumature, le rende più evidenti, facendo risaltare l’apporto di ogni singolo strumento. La sacralità espressa dalle note dell’organo, il divino ed il profano. Dio e gli Dei, quelli che non abbiamo mai dimenticato/abbandonato, anche se ora sono costretti al buio delle selve. Nulla si cancella, tutto si sovrappone, una sapienza sopra l’altra. All’approssimarsi del finale questa armonia severa si leva alta, poi s’interrompe, all’improvviso, la voce ora è un raschio ansimante, un tremolo (trim) che però non cede, accompagnato dagli strumenti che pian piano si spengono.
Sorgjâl riannoda i fili narrativi che saldavano la struttura apparentemente fragile, invece ostinata di “Hrudja”, una delle opere più significative, ed una volta tanto riconosciute, del 2023. Un anno e mezzo o forse semplicemente ieri, considerata la natura, genuinamente senza tempo (o fuori dal tempo?) di quell’opera. Sorgjâl mi inorgoglisce, e non solo perché questo ragazzo, questo Artista ancor giovane, proviene dalla mia terra, parla la mia lingua (il Carnico, il Friulano), bensì per quanto ancora potrà offrirci. Un percorso ancora lungo, come quegli agârs che, per me piccolo, parevano non finire mai. E che sembravano penetrare fin dentro ed oltre le mura di sassi e di malta del vecchio cimitero di Rualis.
Sorgjâl è una accorata, potentissima preghiera laica. “Radîš ta prejere”. Sorgjâl è il dolore, il taglio netto, l’amputazione, la ferita. Ma si formerà presto la gruse, la hrudja che protegge dal guasto, dalla corruzione.
Ta Hrudja, il dûl
Trimât. Preât.
Massimo Silverio, Manuel Volpe, Nicholas Remondino: musiche
Massimo Silverio: parole
Prodotto da Manuel Volpe
Registrazione, missaggio, masterizzazione: Manuel Volpe/Okum Studio
Massimo Silverio: voce ed organo
Manuel Volpe: chitarra, basso, organo, sintetizzatori
Nicholas Remondino: batteria preparata, percussioni, organo
Mirko Cisilino: corno francese, basso tuba, flicorno
Flavia Massimo: violoncello
Benedetta Fabbri: violino

Nono Puti (classe 1912) e barbe Checo (1904) non ci sono più, da tanto ormai. Puti è il diminutivo del vezzeggiativo di Giuseppe (Bepi, Beputi, da lì Puti, perché dei Mians dal Poç era il più piccolo, ma pure il più vivace).
Le plêf è la Chiesa, la Pieve. Tante ce ne sono in Carnia, edificate su antichi resti di fortilizi romani, o precedenti ancora.
