
Pantheon sale lentamente, come la marea che guadagna metri di rena che nemmeno te ne accorgi, e sei già coll’acqua che ti lambisce le caviglie. S’insinua piano piano, come la nostalgia tra i lembi della tua coscienza, che riveste d’un velo impalpabile.
Un disco che richiede ascolti, attenzione, concentrazione. Disciplina.
La ferrea disciplina frippiana. Le aliene traiettorie shoegaze dei Deftones. La maestosità composta del post rock.
Pantheon riallaccia il presente Edyakaran al passato In Tormentata Quiete, ma il filo non si è mai spezzato. E’ dal quel crogiuolo d’intelligenze e di tensioni creative che provengono Lorenzo Rinaldi, Francesco Paparella ed Antonio Ricco, ai quali s’associa Matteo Meli. Ma Edyakaran volge il fiero sguardo al futuro, al cammino ancora da percorrere, del quale Pantheon segna già un passo decisivo. Per il complesso certamente, ma per tutta la musica c.d. alternativa italiana, sfidata a fare meglio che non è e non sarà facile impresa. “Amore” si nutre di cuore e sostanza, vola alto nel firmamento, drappo nero punteggiato di minuscoli fuochi abbaglianti. Gli strumenti si rincorrono, si danno mutuo sostegno, sprofondano negli abissi del cosmo inconosciuto traendone immane forza vitale. Le frasi secche della sezione ritmica, le chitarre che spargono polvere di ferro come scia di comete che hanno visto nascere la Terra, le tastiere che esplorano il cosmo. Ma non è solo dimostrazione di potenza tecnica, della quale il quartetto abbonda: “Caccia” si raggomitola su sé stessa, procede circospetta, offre soluzioni alla fantasia, poi si dovrà effettuare la scelta, non s’ode risuonare voci, il cammino è silente, la preda non è lontana. E se fossimo noi, il bottino bramato? Superato il “Terzo passo”, si giunge all’urlata, apparentemente scomposta “Guerra”, e sono la paura e la tensione che s’impadroniscono della nostra anima. Il sangue pulsa sempre più forte, dolore, stanchezza, sconfitta. Tutti perdiamo, nessun vincitore. Simone Lanzoni (Eva Can’t) si muove tra i cunicoli, ringhia rabbioso. Nessun vincitore. Ma è il “Quarto passo” a segnare la rottura. Irene Petitto segna la svolta accompagnandoci fino alle porte di “Arte”, schiuse le quali si svela l’anima eterea di Edyakaran. Perché Pantheon non è, ribadisco, solo sfoggio di tecnica. L’imperioso ascendere di “Arte” ci riconcilia con il sublime, “…perdita corporea/gioco d’estasi…”, il canto erompe liberatorio levandosi sugli strumenti che tessono instancabili trame preziose che il ringhio di Marco Beccati vorrebbe lacerare, e che invece rende ancor più robuste. Poi “Omega” riporta tutto all’origine: le geometrie perfette, i segni netti tracciati sulle mappe stellari. Rette che annunciano nuovi viaggi. Siamo solo all’inizio, l’equipaggio freme.
