Per comprendere appieno il portato emotivo del debutto di questa giovane Autrice Friulana (Arianna Pegoraro, anno 1998, il fiore della gioventù, consentitemi vi prego un filo di retorica da anziano), è necessario compiere un esercizio di denudamento della propria anima, isolandola dal presente, dal reale, ed immergendosi (trae il proprio nom de scène dalla physalia, colonia di polipi che la Natura ha dotato di tentacoli velenosi) nelle profondità dei suoi sentimenti. Formazione classica, deduco, ma dotata di manifesto spirito curioso, indagatore, che nel laboratorio di Okum ha trovato alimento per i propri stimoli, concretizzati in otto composizioni ove è la voce ad attribuire alle stesse un carattere, a volte deciso (“Phosphenes”), altre più raccolto (“Chrysalis”, “Vertical eye”). Un flusso, una marea di note che si asciuga nelle trame di un elegante chamber pop, note intrecciate con sapienza da Manuel Volpe e da Nicholas Remondino (all’opera anche sul giustamente celebrato “Hrudja” di M. Silverio) che accompagnano con discrezione la sua voce ben educata, ove riecheggiano F. Apple, Z. Jesus ma anche le distese oniriche rappresentate dalla Goldfrapp più lunare. A manifesto dell’opera viene convocata “Devoured by the sun”, brano che raccoglie i petali sparsi lungo i trentacinque minuti o poco meno di Oniria, dotato di una grazia sublime e di un potenziale radiofonico (non lo si consideri svilente, affatto !) tangibile. Cosa ci preannunzia l’oscurità della conclusiva “Nekya” (la quale segue la breve “Invisible” che richiama proprio il Silverio aderente al Sylvian appalachiano) ? L’aria si rarefà, si condensa attorno alla voce (eccola, la/i Goldfrapp magnifica/i di “Felt Mountain”), avviandosi lungo un percorso ancora da compiere e che, auspico, questa giovane Autrice ci disvelerà un domani forse assai prossimo.