Vidi TH all’approssimarsi del Natale del 2021, Teatro Rossetti, Trieste. Evento non da classificarsi tra quelli memorabili, fra canti natalizi, qualche cover, le immancabili hit degli Spandau Ballet, con il supporto di un manipolo di musici che si limitò a fare da spalla al leader, il quale comunque non lesinò in simpatia. A parte la venue sicuramente rimarcabile e le sue doti di intrattenitore, poc’altro avanza… 

Ed allora perché non recuperare, tanto più che il Nostro è di passaggio nella Città che ha dato i natali a me ed ai miei ascendenti? Piazza del Duomo. Alla destra il Tempio, alla sinistra Palazzo Nordio, davanti a noi, dietro il palco solenne, il Museo Archeologico Nazionale. Il cuore di Cividale, e del Friuli. 

 

TH è un inglese di Islington (Londra nord) che ha da poco svoltato i 65, e che a vent’anni o poco più si trovò a fronteggiare un complesso assurto a planetaria notorietà, destinato a rivaleggiare con un omologo connazionale destinato a maggior fortuna (e sopravvivenza). Non fa vita conventuale, non veste panni di profeta o capopopolo, ha mantenuto intatta una voce intensa, con gli anni più corposa, estesa (no, non è un baritono come molti affermano), non pare che viva immerso nella brodaglia del passato, e quanto visto me lo può confermare, fa bene quello che sa fare (cantare, ovvio…) e si diverte a farlo. Incarna il perfetto intrattenitore, sa che il pubblico è lì solo per lui, concede spazio ai suoi musicisti, ai quali non risparmia l’omaggio del complimento, riconoscendo i loro meriti, quale parte fondamentale dello spettacolo. Non degli onesti comprimari, come a Trieste nel 2021, intenti a fare la loro parte e basta così, bensì degli ottimi esecutori, integrati in un insieme che reitererà perizia lungo l’intera durata dello spettacolo. Che infine conterà diciassette (dai, sedici più un epilogo emendabile) sciorinati uno dopo l’altro ed inframmezzati dai motti dell’anfitrione (mi allargo un po’…), una scaletta più estesa rispetto ad altre che l’hanno preceduta, ove non sono mancate occasioni per esibire le proprie bravure, ed ove Mr. TH ha inserito tutto. Studiata per catturare, irretire le grazie delle (e dei) presenti, tutte/i lì per lui, che per porzioni della serata è stata più il prodotto di un complesso che di un solista accompagnato. Perché TH, da smaliziato entertainer sa bene che spiccare sui mediocri limita drasticamente l’effetto. Con fare affabile e grande eleganza, come si conviene ad un Signore come lui, ha letteralmente preso tutti per mano, accompagnandoli ad ammirare la vetrina ove sono esposte le gioie di famiglia. 

Eccoci qui allora. Formazione: il sottoscritto, mia moglie che è una dei due terzi che, della famiglia, capiscono di musica (l’altro terzo non sono io), mia sorella in gioventù duraniana convinta con tanto di iscrizione a fan club, ora devota alla raffinatezza sonora. Il criticone perfido, la competente e chi semplicemente si gode lo spettacolo. Unanimi per una volta nel decretarne la riuscita. 

Sedici brani più uno (o forse solo quindici più uno?), il finale corale di un perfetto esempio della tracotanza britannica quale “We are the champions”, ma glielo perdoniamo. Allattato a Roxy Music (dovevo citarli, eh?), Marc Bolan, Elton John (ma ha anche citato Be-Bop Deluxe), ma in egual misura a Tony Bennet, Frank Sinatra… ha rinsaldato le sue radici con le scudisciate di funk bianco degli algidi esordi e con le abbondanti infusioni di pop edulcorato degli ultimi anni degli SB, breve epopea dall’epilogo noto ai più. Non vive di nostalgia, evidentemente, e tra i doverosi ricorsi alla discografia del gruppo (ex) madre ha inserito brani di proprietà come “Alibi” dall’ambientazione sonora adatta alla colonna sonora di un Bond qualsiasi. Ed a proposito di John Barry, o forse no, dando inizio al concerto con “Feeling good” firmata da quell’Anthony Newley che fu coautore con il citato Barry di “Goldfinger”. “Feeling good” interpretata da altri campioni della grandeur albionica quali i Muse, poi via con “To cut a long story short” irrobustita dal groove che anticipa quello che sentiremo, con ogni brano del repertorio degli SB affidato alle cure dei suoi (più che) collaboratori. E la voce. Quella voce profonda che sale, che si estende, che viene padroneggiata con mestiere (un paio, non più di indecisioni ben gestite) e che molti colleghi coetanei (od anche un po’ più giovani) hanno archiviato tra le speranze. Sopra le stelle, sotto una platea numerosa che è lì per lui, ma cosa chiedere di più? Il richiamo all’epopea dei Blitz Kids, quando erano tra gli agitatori dell’allora nascente club culture new romantic (con presenze più ad Ibiza che a Londra…), le camicie con gli sbuffi ed i pantaloni a la zuava, il giovane con il pulloverino di “Lifeline” ed i tre pezzi indossati su “True”, le ballatone che sono rimaste infitte nei cuori delle ormai sessantenni, il crescendo finale con le certezze delle hit transoceaniche. Funk bianco, swing, pop sintetico e pop edulcorato, blue eyed soul in dosi variabili a seconda dell’occasione, il sassofono di quel Simon Willescroft che da una ventina di anni è parte integrante dei DDuran che al suo ingresso imprime ad ogni singolo episodio la svolta decisiva, arricchendola dei colori del crepuscolo, le tastiere che, pur discrete, fanno da addensante ad una sezione ritmica (più percussionista) agile ed ad una chitarra libera d’interpretare. Poi, ripeto, la Voce. Senza quella cosa saremmo andati a fare lì, se non a godere di una bella serata cividalese di inizio settembre, con quella brezza fresca che ti fa desiderare la sciarpina dimenticata sul sedile dell’auto?  

Feeling good 

To cut a long story short 

Highly strung 

Only when you live 

Alibi 

Round and round 

I’ll fly for you 

Because of you 

Through the barricades 

? (o me la sono immaginata?) 

Walk of shame 

Chant No. 1 (I don’t need this pressure on) 

Mad about you 

Lifeline 

True 

Gold 

(emendabile ma dobbiamo inserirla – We are the champions) 

 

 

Tony Hadley è un azzimato omone inglese pronto alla battuta ironica che potreste intravedere appartato in un pub di Midsomer, dove l’Ispettore Barnaby (Tom, non quell’insopportabile saccente di suo cugino John) è appena entrato con al fianco uno dei suoi collaboratori (scegliete voi quale, io opto per il gallese). Intento ad osservare con apparente distacco la scena di una di quelle serate la cui quiete campagnola verrà stravolta da un indicibile fatto di sangue. E che se ne va con palese noncuranza, certo comunque che della sua comparsata ce ne ricorderemo. Tony Hadley as himself. 

 

La solita nota finale. Possiedo una copia in vinile di “The state of play” del 1992. Il disco prodotto da Richie Zito che doveva spalancargli le porte dell’America (che rimasero ben serrate, però).