Noto per essere il chitarrista titolare dei Blood Incantation e degli Spectral Voice, Morris Kolontyrsky rilascia per la prestigiosa Projekt la prima a suo nome, opera con la quale egli esplora gli anfratti più sperimentali della propria natura artistica. Non è un caso che esso, come tanti colleghi, emerga dalla palestra del death, ove ha cementato tecnica e disciplina che ora mette a buon frutto sviluppando in queste sette lunghe tracce (la finale “Weaving of fields” supera agilmente i sedici minuti) intuizioni e concezioni che rendono Origination affine alla concezione frippiana di sperimentazione, intesa come indagazione e messa in pratica di una idea alta della composizione. Un disco che metterà a dura prova chi vi si approccia con approssimazione, ma non chi apprezza la dilatazione del tessuto strumentale portato quasi al punto di rottura, senza che questo avvenga (“Expanding and contracting”). In Origination Kolontyrsky si spoglia delle vesti sonore estreme (pur traendo da esse intuizioni), calandosi nelle cavità ove il suono stesso ha origine, trasformando il rumore grezzo in sinfonie essenziali, lui solo con le sue macchine, abbracciando la dottrina che il citato Fripp, da solo o in coppia con Eno, Steve Hillage ed i discepoli del krautrock hanno negli anni perfezionato, senza codificarla bensì lasciando che siano sempre l’intuizione e la libera iniziativa a prevalere. Tappeti irrequieti di drone music e nastri cosmici di chitarre che illuminano come lampi al neon scuri, metallici scenari avvolti nel buio di un inverno artico che pare non voler cedere all’avvento del sole (“Spiraling into continuous self”). Ma anche in questo contesto così apparentemente tenebroso, si scorgono lontani balenii di luce.