
In questa intervista trovate gli argomenti dei quali abbiamo parlato durante la presentazione del romanzo di Franco Pezzini Morte Astrale alla Libreria Lovat di Trieste il 18 gennaio 2026.
L.: Siamo qui stasera con Franco Pezzini, studioso di letteratura gotica, weird e di “orizzonti sapienziali”, come tu stesso li definisci, elementi questi che, sommati ai dati biografici che ti hanno visto laurearti in Diritto Canonico con una tesi su Esorcismo e Magia, nonché il fatto di essere cresciuto immerso nel Revival Magico italiano degli Anni Settanta, tanto più in una città come Torino, dalla quale tu provieni, hanno dato luogo a una lunga serie di saggi dedicati alla Letteratura Gotica – Carmilla di Le Fanu e Dracula di Stoker in primis – e molto altro, motivo per il quale sei considerato uno dei massimi esperti italiani di Fantastico. Ora aggiungi alla tua carriera di autore un romanzo, Morte astrale, edito da Polidoro Editore nella collana Interzona, diretta da Orazio Labbate, a sua volta autore di storie nerissime. Prima di addentrarci nel romanzo, ci racconti come hai deciso di compiere questo passo verso la narrativa?
F.: Anzitutto grazie. Sai, il fatto è che a me piace raccontare storie, nelle storie ci manifestiamo agli altri, è una forma di dialogo. Anche come specie siamo Homo narrans, nel senso che concepiamo la vita – in sé sequenza fluida di eventi e di stati – in forma di narrazione scansita idealmente da capitoli, sezioni eccetera. Ma sul piano “tecnico”, nel mio caso il passo più remoto risale ai tempi in cui, nell’infanzia, per tre anni sono vissuto qui a Trieste (1968-71). Il nostro maestro, il dottor Giovanni Psenner, era un uomo eccezionale, capace di stimolare la creatività dei ragazzi in mille modi: e nel periodo dello studio del medioevo, in IV elementare, ci aveva assegnato un compito meraviglioso, immaginarci all’assedio di un castello medioevale. Avevo costruito tutta una storia in cui assediavamo la classe vicina, con tanto di fuoco greco e altre trovate, trasformandoci tutti – uno per uno – in personaggi in armatura. E scoprendo che mi piaceva da pazzi costruire narrazioni, tanto più in costume, dove immettere volti di amici e conoscenti… e naturalmente il mio.
Poi sono passati gli anni, ma non ho mai smesso di scrivere – in modo un po’ defilato, a leggere erano alcuni amici. Spesso per respirare e per consolarmi… e una ventina d’anni fa (2002), appunto in una situazione pesante – l’azienda veniva ingoiata da una multinazionale, la nostra unità produttiva nei fatti smembrata, persone care allontanate – ho iniziato a scrivere Morte astrale, per riuscire a tenere insieme qualcosa. Non a caso, la protagonista Ariadne è costruita almeno all’inizio sul profilo della mia collega e amica carissima costretta a cambiare posto (Arianna Conti, già coautrice del mio vecchio Le vampire per Castelvecchi, 2004) – poi il personaggio, ovviamente, si è autonomizzato… e farei un torto ad Arianna a definirlo un suo ritratto. Ma diciamo che l’origine era quella.
Nei fatti il manoscritto – letto da qualche amico, e oggetto di grandi pudori miei – è restato nei cassetti per una ventina d’anni, fino a quando Orazio Labbate mi ha chiesto un romanzo per la collana Polidoro, Interzona, di cui è direttore ed editor. La mia prima obiezione è stata che sono un saggista, ma lui ha ribattuto “No, ma secondo me tu puoi scrivere narrativa…”. Insomma, Morte astrale è finalmente emerso dai miei cassetti, con minimi ritocchi per sottoporglielo (non è intervenuto sul testo) e scorporato in due volumi – il primo uscito, il secondo in attesa… Di qui, come naturale, grande sorpresa mia e immensa riconoscenza a Orazio.

L.: Morte astrale è un romanzo nel quale un gruppo di amici combatte contro un’oscura minaccia che incombe sul mondo e che, fin dal titolo, rievoca elementi siderei. Ci spieghi il senso di quell’ “astrale”?
F.: Sì, l’aggettivo gioca su due contemporanee accezioni, che hanno avuto un ruolo fondamentale. La prima in riferimento allo spazio, e a un pericoloso rituale magico per far schiantare corpi celesti sulla terra, recando devastazioni: la minaccia di asteroidi o di comete, ignorata per secoli dagli uomini di scienza, ha affascinato scrittori e poeti, e proprio nel periodo di uscita il romanzo ha avuto l’inatteso endorsement di alcuni asteroidi annunciati come minacciosamente vicini… per fortuna tutto si è risolto in qualche notizia di cronaca, ma è legittimo immaginare che prima o poi la catastrofe si consumerà.
La seconda accezione riguarda invece i viaggi astrali, cioè quelle tecniche di uscita dal corpo e proiezione in altri piani dell’essere, studiate per esempio dalla sezione Sfera nella Golden Dawn, il famoso ordine magico vittoriano che in questa storia ha un ruolo importante. Va detto che quando ho iniziato a scrivere il romanzo, ero sotto l’effetto delle suggestioni del film Matrix (1999), che trovavo divertente ma non particolarmente originale: per chi si occupi di antropologia religiosa è ovvio il richiamo a una realtà fatta di lettere, come nella cabala, e sequenze alfanumeriche come quelle della Matrice – sorta di codici html alle spalle della realtà che conosciamo. Insomma, esisterebbe una dimensione parallela dove viaggiare, fare incontri e scoperte, eventualmente duellare. Per me sono stati importanti, per esempio, gli scritti di Dion Fortune, a partire dal vecchio Difesa psichica proposto in Italia già negli anni Settanta: un testo idealmente integrativo delle avventure di quel dottor Taverner in cui l’autrice riscrive il profilo del Moriarty proprio mentore, presente in Morte astrale come personaggio. E omonimo del nemico di Sherlock Holmes autore di Dinamica di un asteroide…
L.: Se non sbaglio, sei uno dei co-fondatori di Carmilla, giornale di letteratura, immaginario e cultura d’opposizione, voluto dal grande Valerio Evangelisti, un autore che ha profondamente influenzato il Fantastico italiano contemporaneo. In Morte astrale, infatti, troviamo una struttura narrativa che si dipana su un doppio binario: da un lato abbiamo la Londra del 1904 – per la precisione, fine Età Vittoriana/inizio Belle Epoque – dall’altro il Medioevo duecentesco.
Ma non basta: il romanzo si svolge anche su più piani di immaginario e significato: ci sono il piano squisitamente letterario, quello diciamo “esoterico”, quello cinematico, quello storico… Una molteplicità di ispirazioni, giochi di specchi, allusioni, riferimenti e vere e proprie evocazioni nella quale il tessuto del mondo svela le proprie trame oltre lo spazio e il tempo. Quali sono le fonti principali dalle quali hai attinto?
F.: Beh (ride), non sum dignus. In realtà di Carmilla non sono tra i fondatori, ma più modestamente tra i redattori più vecchi. Sì, Valerio è stato non solo un amico carissimo che ci manca tanto e il nostro direttore storico, ma anche un maestro di scrittura: e certamente, il gioco dei diversi livelli temporali – medioevo vs. età “moderna” – è debitore della saga di Eymerich e del suo modo di concepire quei paradossi causali che definiamo weird. A me interessava mostrare – anche per il momento personalissimo che stavo vivendo – una realtà in crisi: quelli che descrivo erano gli anni subito dopo la morte della regina Vittoria, con il trauma del nuovo secolo e le relative novità (descritto per esempio tanto bene nel Dracula di Stoker, ambientato poco prima), ma anche gli anni in cui l’esperienza Golden Dawn esplodeva malamente in modo grottesco. Mentre il Medioevo che descrivo è quello poco prima della crociata contro i catari e della distruzione dei Templari… Insomma, la crisi non è solo innescata da un possibile impatto della morte dallo spazio, ma è già un fatto tutto umano. E nel tessuto fittissimo della realtà, scandita in parole e in lettere con un approccio inevitabilmente postmoderno, ci sta a quel punto tutto: storia, letteratura, cinema, esoterismo… ma con il tentativo (e questo ha interessato Labbate) di un registro narrativo letterario. Della ricerca di una voce, che non è solo pretesa stilistica ma componente-chiave autentica della narrazione. La forma non è solo un vestitino addosso a una trama più o meno originale, ma ne costituisce la carne.
Le fonti da citare ovviamente sono troppe, ne ho menzionata già qualcuna: mettici anche i film della Hammer – le tinte pastello che descrivo sono quelle proprie delle pellicole della casa britannica – e Il pendolo di Foucault, che ho letto successivamente alla scrittura ma che ovviamente conoscevo per fama; le opere di Arthur Machen e Algernon Blackwood, qui presenti come personaggi; in modo persino più diretto il vaneggiante e divertentissimo La lancia del destino di Trevor Ravenscroft e il fondamentale Il mattino dei maghi di Pauwels e Bergier. E naturalmente il Parzival di Wolfram von Eschenbach, poeta che qui torna come personaggio. E poi molto altro, dagli Oracoli caldaici a Peter Kolosimo…

L.: Parliamo ora dei personaggi: nella storia novecentesca, narrata dal punto di vista di Ariadne, nome nel quale riecheggia la figura di colei che nel mito aiuta Teseo a uscire dal Labirinto di Minosse – e, in effetti, Morte Astrale è un’opera labirintica – ragazza della provincia gallese che si scontra/ incontra con il mistero, inserisci anche alcuni personaggi i cui nomi sono assolutamente riconoscibili sia dai lettori appassionati di Fantastico, è il caso di Arthur Machen e Algernon Blackwood, così come dagli esoteristi, mi riferisco a uno dei maghi più famosi di tutti i tempi, Aleister Crowley, ma citi anche John Dee, mago elisabettiano, e altre figure di occultisti come Moriarty, il mentore di Dione Fortune, la Blavatsky, eccetera. Il comprimario, John Finisterre, invece, a chi è ispirato?
F.: Uno degli aspetti affascinanti dello scrivere un romanzo è che i lettori acuti colgono elementi che l’autore non aveva pensato, ma che risultano illuminanti: come a proposito del nome di Ariadne, che giustamente richiami all’idea di un labirinto ma a me, come dicevo, ricordava in prima battuta l’amica Arianna Conti. Il Galles a cui accenno è quello visitato con mia moglie in viaggio di nozze, Carmarthen compresa. Dee è un personaggio che mi ha sempre affascinato, che sto affrontando nei miei pezzi su Meyrink per Carmilla online e su cui vorrei lavorare in futuro… Quanto a John Finisterre non c’è un’ispirazione diretta, tanto che ho faticato a trovargli un ideale prestavolto: se Ariadne potrebbe essere la Kate Beckinsale di quegli anni, per Finisterre potrei pensare a un Jeremy Irons. Se poi un autore è – rigorosamente – tutti i suoi personaggi, Finisterre è quello in cui io mi ritrovo di più, il più mio…
L.: E, poi, ci sono il malvagio vescovo-conte Clinschor e il minnesinger Wolfram von Eschenbach. Ci racconti qualcosa anche dei personaggi della storia parallela, ambientata nel medioevo?
F.: Volentieri. Qui tutto nasce dalle speculazioni di Trevor Ravenscroft sul nesso tra figure del IX secolo destinate a reincarnarsi nel XX – per cui Landolfo di Capua sarebbe tornato in Hitler – e il Parzival di Wolfram von Eschenbach dove troverebbero sviluppo letterario. Clinschor, il vilain del Parzival, sarebbe dunque ipostasi di Landolfo e prefigurazione di Hitler… Per inciso, ho immaginato fisicamente Clinschor coi tratti del carismatico politico estremodestro austriaco Jörg Haider, al tempo ancora vivo.
Il Parzival è un’opera stranissima, molto lontana dai testi bretoni su Perceval, influenzata da un tessuto culturale meticcio e probabilmente debitrice anche degli incontri con la cultura ebraica e araba tra Spagna e sud della Francia. Non è dunque difficile ipotizzare dimensioni esoteriche ai suoi versi un po’ criptici, evocatori di mondi lontani ed esotici: e che Clinschor voglia porre le mani su nozioni custodite dai Templari, scampoli di antiche magie mediorientali per scatenare la machina astrale contro il soglio pontificio e inaugurare una cristianità germanica prenazista, giustifica narrativamente il suo sequestro del povero Wolfram. Insomma, Indiana Jones scànsete…
L: La casa, il castello, la città orientale che riemerge dalle sabbie del tempo e nella quale riposano orribili segreti sono ambientazioni che nella letteratura weird si trovano praticamente sempre e che fungono non solo da “scenario” ma da “atanor” – se vogliamo usare un termine mutuato dalla pratica alchemica – nel quale i personaggi subiscono, come gli elementi, la loro trasformazione. In Morte Astrale ci sono luoghi particolari: a Londra abbiamo Dee Mansion, una sorta di Gran Burrone dove i “buoni”, quasi una Compagnia dell’Anello accolta da una sorta di Dama Galadriel che è Sorella Temperantia, trovano rifugio dalle insidie della metropoli e dai mostri provenienti da altri Eoni che seminano terrore e morte nei sobborghi; oppure ci sono Venusburg, con la rocca dove Clinschor attira Wolfram, e Persida, la Città Maledetta nella quale accadono riti innominabili… Si tratta, insomma, anche nel tuo romanzo di “centri energetici” nei quali “accade qualcosa”?
F.: Verissimo, i luoghi hanno spesso nel fantastico – a partire in fondo dal gotico – un peso fondamentale, in qualche modo da personaggi che muovono qualcosa. Dee Mansion è un fortino assediato: come mostrava Franco Ferrucci nel 1974 a proposito di Omero, l’assedio e il ritorno sono categorie fondanti della nostra cultura. Poi ci sono i luoghi dell’iniziazione – riuscita o mancata, come Erice visitata da Dietrich Eckart per iniziare il nuovo Landolfo, ma le porte lì si sono ormai chiuse… o la misteriosissima Persida, citata in Parzival e probabilmente inventata dall’autore. Fino, in fondo, all’Helgoland del rito finale, che per altro verso offre a Carlo Rovelli (Adelphi, 2020) la possibilità di discutere di una fisica quantistica che piacerebbe ai maghi di Persida… So di chiedere parecchio al lettore, costringendolo a vagare da un paese all’altro, da un anno all’altro, ma mi pare che il gioco – non per merito mio ma delle concatenazioni a volte casuali tra letture, che hanno affascinato me per primo – valga la pena.
L: Alcuni hanno detto che Morte Astrale è “un libro sui libri”. Secondo me, oltre a questo, che trovo coerente con la tua vastissima conoscenza degli argomenti, si tratta anche di un romanzo d’avventura con un potente apparato visivo: dalle scene nelle quali Ariadne visualizza misteriosi segni cabalistici a quelle che rimandano agli Arcani Maggiori dei Tarocchi, ai riflessi dei fumetti di Alan Moore con i suoi Uomini Straordinari, fino a Matrix, Assassin’s Creed (il cui ispiratore, ricordiamolo, è il romanzo Alamut dello sloveno Vladimir Bartol) e tanta occulture, soprattutto legata a Crowley, che può addirittura spingere le reminiscenze del lettore nell’ambito musicale (su Crowley hai scritto proprio un saggio sulla sua influenza nell’immaginario contemporaneo), hai amalgamato tanti codici espressivi differenti. Come ci sei riuscito così bene?
F.: Sono lusingato del giudizio. Diciamo che il testo è cresciuto in modo relativamente rapido sull’onda di tante letture e di suggestioni importanti per la mia fantasia. Desideravo che Ariadne ricevesse una vera e propria iniziazione, e che fosse in qualche modo credibile; che Dee Mansion fosse un luogo accogliente, il luogo accogliente – anche per me – contro gli attacchi delle tenebre; che la squadra indagasse con tutte le difficoltà di una ricerca autentica; che il meccanismo magico del rito calamitoso, per quanto assurdo, avesse una “credibilità” almeno virtuale. Nel prosieguo della vicenda scopriremo altre cose, altre ne comprenderemo meglio… dalla ferita sul viso di Finisterre alle sue malinconie, dal senso ultimo dell’episodio medioevale al ruolo di Crowley. Avendo scisso la storia in due volumi, è inevitabile che una serie di fili restassero pendenti. Ma sui codici stilistici – Alan Moore è un ispiratore eccezionale – ho cercato di lavorare coi due pedali della visione, per cui in fondo descrivo quel che vedo, e di un tentativo (che sarà il lettore a valutare) di passo letterario. Nel senso di attenzione alla voce e alle potenzialità della parola, alle dimensioni stratificate nel testo. Averci lavorato per anni ha indubbiamente permesso un affinamento.

L.: Un’altra cosa che mi ha colpito è lo stile di Morte astrale: riesci a descrivere scene raccapriccianti senza mai cedere allo splatter, così come non ci sono indulgenze eroticamente esplicite, bensì giochi di sguardi che lasciano presagire fatali attrazioni. Hai voluto rispettare il canone del romanzo gotico?
F.: Diciamo che il mio animo vittoriano mi spinge naturalmente a velare… Del resto, come i film della Hammer mostravano bene in grazia di una censura d’epoca, le scene allusive sono molto più forti di quelle esplicite e sguaiate. Volevo evitare un compiacimento nel morboso, e non amo lo splatter che trovo un tipo di provocazione ormai superata. Col che, esistono contesti narrativi dove l’exploitation ha un senso, ma non qui.
L.: Morte Astrale. La profezia della lapsit, da quanto si intende, ha un seguito. Diremmo che è “solo” la prima stagione… In chiusura, ci spieghi cos’è la lapsit e cosa ci attende nel prosieguo?
F.: Probabilmente lapsit – anzi, lapsit exillis – è una forma alterata per lapis, pietra, ex coelis: nel Parzival il Graal non è una coppa ma una pietra venuta dal cielo, come betili e altri oggetti sacri noti alla storia delle religioni: mi affascinava il controcanto tra questa pietra dal cielo e quella calamitosa richiamata dai maghi di Persida. In questo primo volume la lapsit viene individuata come una minacciosa realtà, nel seguito i nostri eroi dovranno fronteggiare gli stregoni prenazisti che tentano di scatenarla e alla fine lo stesso Signore della lapsit, col ritorno in terra di Landolfo di Capua… Il secondo volume è già scritto e in mano all’editore, il terzo lo sto scrivendo: non è facile a distanza di vent’anni riprendere un progetto, ma c’erano fili che volevo ancora raccogliere. Spero che i lettori possano apprezzare l’insieme.
Morte Astrale. La profezia della lapsit di Franco Pezzini, Polidoro Editore (2025) è disponibile nelle librerie e sulle maggiori piattaforme online.
