Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, l’arte europea mette in scena una profonda metamorfosi della figura femminile. Da presenza salvifica e idealizzata, la donna diventa progressivamente incarnazione dell’ambiguità, del desiderio pericoloso, della minaccia latente. È un passaggio lento ma inesorabile, che attraversa il Simbolismo, il Decadentismo e le inquietudini della modernità, fino a condensarsi nella figura estrema della donna vampiro.

"Arpia" di Edward Munch (1899 - 1900)

“Arpia” di Edvard Munch (1899 – 1900)

La Donna Angelo

All’inizio di questo percorso iconografico si colloca la Donna Angelo, erede dell’ideale romantico e preraffaellita. In Beata Beatrix di Dante Gabriel Rossetti (1864–1870), la figura femminile appare sospesa in uno stato di estasi mistica, lontana dal mondo, mediatrice tra vita e trascendenza. La donna non agisce: contempla, sublima, redime. È la donna idealizzata, celebrata nella letteratura e nella religione come simbolo di purezza e amore, il cui esempio più famoso è la donna angelo del dolce Stilnovo dantesco. 

Nell’800, nonostante le indubbie conquiste seguite all’età illuminista, la condizione femminile era spesso ancora relegata al ruolo rassicurante di madre e procreatrice di figli, angelo del focolare segregata dietro le pareti di rispettose case borghesi. La donna per essere rispettabile doveva essere sottomessa e arrendevole, seguire un ideale di virtù e abnegazione, fino ad aspirare alla vestale purezza di una suora. Le raffigurazioni artistiche della metà dell’800 la vedono rappresentata come sacerdotessa, donna angelicata a cui i maschi l’avevano elevata, che doveva sanare le ferite dell’anima dell’uomo. 

Questo modello ritorna ad esempio in numerosi quadri preraffaelliti come The Soul of the Rose di Waterhouse (1903) dove viene rappresentata immersa nei fiori, simbolo di purezza, un fiore lei stessa da coltivare o The Bower Rose di Edward Burne-Jones (1885–1890), tratto dal ciclo The Legend of Briar Rose, dove è associata al sonno, all’attesa, a una bellezza immobile che paralizza il tempo. Ma già in queste immagini si avverte un’inquietudine sottile: la bellezza femminile è spesso malata, sofferente e vicina alla morte, come dimostra il dipinto Ofelia di John Everett Millais (1851–1852), dove il corpo della giovane donna, famoso personaggio shakespeariano, diventata folle per amore, galleggia nell’acqua adorna di fiori, offrendo una visione insieme poetica e funebre. La donna-angelo inizia così a trasformarsi in una figura differente, meno luminosa e più oscura ed ambigua, che sottrae vita più che donarla.

 

La “Morte Amoureuse”

La donna nell’800 diventa spesso oggetto di un amore intrinsecamente legato alla morte, tema fondamentale della letteratura romantica. Nel racconto la Morte amoureuse (Clarimonde) di Théophile Gautier del 1836 Clarimonde diventa oggetto di erotico desiderio nella morte e si trasforma nei sogni notturni (o in una realtà parallela) del protagonista in una vampira che si nutre di piccole gocce del suo sangue, alimentando una passione travolgente. 

Questo aspetto macabro e mortifero si ritrova negli stessi anni nella produzione letteraria di Edgar Allan Poe, in cui la figura femminile spesso è rappresentata in una forma ambigua e inquietante, sospesa tra idealizzazione e terrore. Se da un lato molte donne appaiono eteree, angeliche e quasi sovrumane, dall’altro lato Poe attribuisce loro tratti mostruosi e macabri, legati soprattutto alla morte, alla decomposizione e al ritorno dall’aldilà (si veda Morella, Ligeia, Berenice ecc). Poe viene tradotto in Europa da Charles Baudelaire che lo scopre nel 1847 e ne diventa un fervente ammiratore, influenzando profondamente la letteratura simbolista e moderna europea, basti pensare ai nostri “scapigliati” e allo splendido romanzo Fosca del 1869 di Igino Ugo Tarchetti tutto incentrato suil tema del fascino della bruttezza, della malattia e della morte coniate al femminile. 

Lo stesso tema, trasportato nell’arte simbolista di inizio ‘900, lo ritroviamo nelle illustrazioni di Alberto Martini inspirate a Poe come Il ritratto ovale (1905) in cui l’artista crea un’immagine visionaria di grande intensità, ma anche in La bellezza della donna (1907), dove la perfezione estetica coincide con la perdita della vita. La Venere dissepolta (1906) tratto dal ciclo Parabola dei celibi  ben illustra la rappresentazione cadaverica della bellezza della donna: in una macabra atmosfera  notturna il florido corpo morto porta alla profanazione della salma che si rivela incorrotta come quella di un vampiro e ancora seduttiva. 

In Il tragitto (1911) di Romaine Brooks (pittrice donna), il corpo femminile è ormai definitivamente oggetto di un erotismo morboso: la modella Ida Rubinstein (sua compagna di vita, come anche di D’Annunzio), è un corpo cadaverico che fluttua come su ali di pipistrello e diventerà un modello archetipo della creatura vampiresca, di quelle figlie di Dracula che sarebbero diventate protagoniste del cinema hollywoodiano.

 

Idoli di perversità

A partire dalla seconda metà dell’800 all’idealizzazione della donna angelo si va quindi a contrapporre il suo contrario, quello della donna dannata, simbolo di peccato, idolo di perversità: ne troviamo espressione in letteratura nell’opera di Baudelaire Les fleurs du mal del 1857.

Donne dannate
O vergini, o demoni, o mostri, o martiri,
grandi spiriti che sprezzate la realtà
cercatrici dell’infinito, devote e satiri,
ora piene di grida, ora di pianto,
voi che nel vostro inferno il mio cuore ha inseguito,
io vi amo, povere sorelle, e insieme vi compiango
per quei vostri cupi dolori, per la vostra sete insaziabile, 
per le urne d’amore di cui i vostri cuori traboccano. 

Questa visione satanica si ritrova nell’arte del pittore e incisore belga Felicien Rops (1833-1898), figura di spicco del Simbolismo e del Decadentismo e geniale interprete dell’immaginario di Baudelaire. Noto per la sua verve critica e anticlericale, spesso rappresentava temi legati alla lussuria e all’erotismo in cui la donna, eccitante e tentatrice diventa “serva assoluta del diavolo”, suscitando scandalo fin dalle prime apparizioni. 

La donna perde ogni funzione salvifica e in La Tentation de Saint Antoine (1878) il corpo femminile si sovrappone alla croce, trasformando il sacro in provocazione erotica. La donna non redime più: tenta, corrompe, conduce alla caduta. Questo rovesciamento è ancora più evidente in Le Calvaire e in Le Sacrifice (1882), dove l’iconografia cristiana viene contaminata da una femminilità esplicitamente erotica e blasfema. La donna diventa il centro di un culto rovesciato, oggetto di desiderio e strumento di dannazione.

La stessa pulsione  attraversa le opere di numerosi altri artisti che riprendono le tematiche de Les fleurs du mal di Baudelaire, come la Femme damnée di Georges de Feure (1897–1898) dove la donna, associata al peccato e alla lussuria, è strumento del maligno che porta l’uomo alla rovina e Les Fleurs du mal di Carlos Schwabe (1900), in cui la donna diventa simbolo di una bellezza velenosa.