La Donna Maga e Strega

In molte opere artistiche del periodo simbolista (fine XIX – inizio XX secolo) la donna recupera un ruolo attivo e pericoloso: da vittima della rapacità e della prepotenza maschile, come era stata per tutto il periodo della cosiddetta “caccia alle streghe” del XV-XVII secolo, in cui era un corpo da  controllare, espiare, punire, diventa ora capace di sfidare l’ordine maschile e sociale. Per rappresentare questo stravolgimento di ruolo gli artisti recuperano spesso figure della mitologia e del mondo classico, innanzitutto quelle delle “maghe” Medea e Circe. 

Il lato oscuro e terribile della femminilità è ben visibile in Medea, con los hijos muertos, huye de Corinto en un carro tirado por dragones di Germán Hernández Amores (1887), dove la donna per vendetta si tramuta in potenza distruttiva e omicida che stravolge le regole della natura, oppure in Medea offering the poisoned cup to Theseus di William Russell Flint (1910), in cui usa l’inganno per colpire Teseo e ordire la sua diabolica trama. 

Le incantatrici degli inizi del XX secolo si distinguono per l’intensità dello sguardo e le chiome fluenti come nel quadro Tilla Durieux als Circe di Franz von Stuck (1913), dove la celebre attrice della Belle Epoque viene ritratta in primo piano con un intenso sguardo malevolo e con i rossi capelli stregoneschi nell’atto di porgere a Ulisse la coppa d’oro colma della bevanda magica che trasforma gli uomini in maiali. Oppure nel dipinto Circe della pittrice statunitense Alice Pike Barney dove la maga dalla folta chioma animalesca sembra quasi fondersi con il cinghiale che cinge sotto il braccio. 

La donna si trasforma anche in una strega, creatura notturna e sovversiva. A contribuire a farne un simbolo della rivolta femminile contro il potere maschile è la pubblicazione del saggio/romanzo La Sorcière di Jules Michelet nel 1862.  La protagonista, giovane contadina, dopo aver subito violenza, evoca il potere delle forze oscure trasformandosi da vittima indifesa a donna potente, temuta e rispettata. Spesso dipinta giovane e sensuale, la figura della strega si fa onnipresente nell’immaginario di fine secolo e sfocia in orge di corpi intrecciati, in volo verso il sabba, liberi da ogni vincolo morale, mescolando erotismo e morbosità in Brujas yendo al Sabbath di Luis Ricardo Falero (1878). Oppure ne vengono esaltati l’istinto animalesco e la forza primordiale in Les trois femmes et les trois loups di Eugène Grasset (1892) in cui tre figure stregonesche fluttuano in mezzo al bosco accompagnate da tre lupi, evocando mistero, fascino e inquietudine, suggestioni caratteristiche dell’estetica simbolista.

La Donna Pietrificatrice e Incantatrice

Il potere oscuro dello sguardo femminile emerge nelle diverse rappresentazioni della Gorgone e della Medusa, figure archetipe di come la donna può uccidere senza toccare: basta essere guardata. Unica mortale delle tre Gorgoni, nel mito Medusa ha denti come zanne di cinghiale, ma soprattutto una chioma di serpenti velenosi attorcigliati e come tale viene rappresentata nel corso del tempo (cfr. Caravaggio, Rubens). Nell’arte simbolista diventa una figura ammaliante, portatrice di una bellezza fatale e annientatrice, che domina ed elimina i maschi, come nel dipinto La Gorgone e gli eroi di Aristide Sartorio (1895–1899) in cui si erge trionfante sui corpi a terra esibendo degli affascinanti capelli rossi. L’attenzione si concentra invece sul suo sguardo folle e ipnotico nella Medusa di Franz von Stuck (1892), incarnando la mostruosità e l’orrore della morte. 

Anche la figura della sirena tentatrice che con il suo canto ammaliante attira i marinai per poi portarli alla morte (libro XII dell’Odissea) viene ripresa nella cultura decadente. La sirena dell’antichità simboleggia i pericoli dell’eros e In La Sirena di Giulio Aristide Sartorio (1893) il connotato negativo della bellezza femminile è evidenziato dalle ossa e dal teschio visibili sul fondo del mare, funesto presagio per la vita del malcapitato. È l’acqua l’elemento privilegiato di questa femminilità incantatrice: la ritroviamo infatti anche in forma di ninfa dei fiumi e dei laghi ripresa dal folklore scozzese in Kelpie di Thomas Millie Dow (1895) e in The water nymph di John Collier (1913) rappresentata come un’oscura creatura che attende la sua vittima sugli scogli. In Ulysses and the Sirens di Waterhouse (1891) sono invece delle terribili arpie metà donna e metà uccello quelle che attaccano la nave senza lasciare scampo ai marinai, se non per il furbo Ulisse, fattosi legare apposta all’albero maestro per non cadere in tentazione. 

La Donna Smembratrice e Tagliatrice di Teste

La donna viene rappresentata come forza collettiva e distruttiva, capace di smembrare il corpo maschile in un rito orgiastico e dionisiaco.  In Bacchanale / Die Furien (Oreste e le Erinni) di Franz von Stuck (1896–1905) e in Orphée dépecé par les Ménades di Félix Vallotton (1914) gli artisti riprendono la tragedia greca per portare la rappresentazione del femminile a un livello estremo.

Ma è soprattutto una figura della tradizione biblica ad incarnare nella cultura decadentista e simbolista la femme fatale, attraente e abominevole, perversa seduttrice e portatrice di morte. Salomè, la giovane figlia di Erodiade che chiede in dono al re Erode la testa di Giovanni Battista è ritratta in L’Apparition di Gustave Moreau (1876) che ne stravolge il tema rispetto alle tradizionali versioni pittoriche. Al centro del quadro è la testa mozzata del profeta, che sgocciola sangue e macchia il pavimento della sala. La fanciulla, rappresentata come una ieratica sacerdotessa dalla vorace sensualità, ammalia il sovrano con la sua danza eccitante e il suo magnetismo suscita un’estasi di passione in colui che la guarda. Salomè non uccide con le proprie mani, ma ottiene la morte come dono: è la quintessenza della femme fatale, che utilizza il desiderio maschile come strumento di potere, suggellando la modifica del ruolo della donna nella società del tempo da vittima passiva a dominatrice attiva.

Il quadro di Moreau diventa protagonista anche del romanzo À Rebours di Joris-Karl Huysmans del 1884, la bibbia del Decadentismo, dove il duca Des Esseintes elegge Salomè a icona morbosa dell’erotismo decadente, ma anche dell’opera teatrale Salomè di Oscar Wilde, scritta a Parigi nel 1891 e rappresentata nel 1896. Famosa è la scena del bacio, con lei che scosta le palpebre chiuse del profeta Iokanaan e bacia la bocca della testa mozza del profeta, suggendone il sapore aspro del sangue, come una vampira… e il dramma si conclude con l’invocazione di Erode: “Uccidete quella donna!”.  Così in J’ai baisé ta bouche, Iokanaan (1893) di Aubrey Beardsley, straordinario illustratore dell’opera di Wilde, Salomè viene rappresentata sospesa come un’arpia funesta dal ghigno feroce, bestia mostruosa dalla bellezza maledetta che distrugge tutto ciò che tocca. 

Dopo Moreau Salomè infesta l’immaginario del tempo e i pittori cominciano a comporre opere con lei protagonista: nei dipinti di Lovis Corinth (1900), Gustav Adolf Mossa (1901) e Hans Unger (1917)  diventa la quintessenza della femmina-belva, dalla natura animalesca,  alla ricerca di emozioni malsane, incarnando la fusione definitiva tra erotismo e morte.