
Sarà per l’hype che avvolge come una pellicola di nàilon (per evitare l’uso di un’altra y…) il nome Talk To Her, e pure per l’apertura accortamente affidata agli anfitrioni Sanlorenzo, l’affluenza di pubblico sorprende in positivo più d’un mio interlocutore, sopra tutto due care persone nei confronti delle quali nutro profonda stima, essendo esse davvero titolate ad esprimersi in merito alla c.d. musica alternativa.

E se Lorenzo Fragiacomo, capitalizzando la notorietà della quale legittimamente beneficia, la sua parte la fa, con il suo gruppo intento a sbriciolare pezzi di selce di diversa provenienza sonica (qui devo citarlo, Gianfranco Santoro, richiamante in un arguto commento la benemerita Factory Benelux, lo spirito è anche quello), diluendo l’ammasso di granelli in un liquido psichedelico, l’altra, di parte, l’ha fatta il pubblico, nei confronti del quale gli ospiti d’onore (local heroes ma questa non è mia) non hanno fatto economie.

Photo Lady Vardalek
Simon Reynolds non possiede particolari capacità divinatorie. Egli si limita ad analizzare ed ad elaborare la sua esperienza personale, ampliata con l’accesso alle memorie storiche altrui, e su questa base stabilizza una storicizzazione credibile e competente. Non fraintendetemi, lui lo fa bene, molto meglio di tanti altri. Con “Retromania” ha praticamente vaticinato un futuro (allora, era il 2011), ancora oggi non completamente (e mai lo sarà, ritengo), concretizzato. E, sempre lui, chi non ne riconosce i meriti è davvero un reazionario, con “Rip It Up and Start Again: Postpunk 1978–1984” del 2005, in Italia frettolosamente ridotto a “Post-punk 1978-1984” perché altrimenti qualcuno si sarebbe già arreso solo alla lettura del titolo (bisogna essere chiari, messaggio breve e diretto…) ha riportato gli eventi di un arco temporale limitato fino ad elevarli a ciò che loro spetta, ovvero Cultura, offrendo un’angolazione di essa sufficientemente ampia a comprendere quanto il postpunk (gli inglesi lo scrivono così, noi no, vabbè…) ha generato. Suoni, idee, comportamenti, visioni, solo per fornire quattro, solo quattro centrifughe creative. Negli anni, il postpunk ha lentamente, inesorabilmente rallentato la sua forza (centrifuga), fino a stabilizzarla, fossilizzarla. Forse siamo già nella fase centripeta.

Photo Lady Vardalek
I Talk To Her sono bravi. Semplice ed ovvia affermazione. Ma perché sono bravi? Perché suonano bene? Sì. Perché possiedono un repertorio di canzoni valide? Sì. Perché tengono bene il palco? Sì. Ma non basta. Sono bravi perché non sono così scontati come la maggior parte dei loro colleghi. Perché hanno saputo spostare il baricentro della loro musica senza forzare, senza perdere quell’equilibrio che fa di un gruppo/artista normale un gruppo/artista migliore. Se vogliamo, superiore. Non sono (non lo sono ancora) degli innovatori, oggi la loro proposta non crea punti di rottura netta, di attrito con ciò che ha contribuito a darle forma. Non hanno stravolto la loro natura e le loro origini che rappresentano tutt’ora la materia di cui la loro musica è formata.

Photo Gian Battista Ossi
I Talk To Her stanno strutturando dieci anni di vissuto. Che non sono pochi, ma in fondo solo una frazione infinitesimale di eternità. Ma per fortuna, siamo nati per durare un frammento appena più grande, dell’eternità. Tutto parrebbe già sperimentato/scritto/elaborato, ne sono scaturite correnti, catalogazioni, sotto catalogazioni. Stabilizzatrici, sclerotizzanti. Si celebra il confortevole, il già conosciuto nel quale ci si rannicchia. Non tutti però, c’è chi pur non apportando stravolgimenti, si dimostra più accorto, più curioso ed intraprendente di altri. Un ep e due dischi lunghi, l’ultimo “Pleasure loss desire” dell’anno appena archiviato, a proposito del quale si è firmata la graziosa Mrs. Lovett, che stimo per competenza e profondità d’analisi, oltre perché cara persona. Essa ha individuato il “PLD” l’atto di passaggio dai vapori new wave a, cito testualmente, “toni assai meno concilianti ma più compatti e “sostanziosi”, adeguati a una sensibilità in transizione”. Transizione. Dei brani presenti su “PLD”, otto sono inseriti nella scaletta della prima data di un tour che ad oggi ne ha già fissate ulteriori dieci; essi costituiscono l’ossatura sul quale poggia il programma che ne conterà infine quattordici. Talk To Her è il risultato della somma di elementi dalle personalità e dai ruoli ben definiti, che dal vivo, e mai come in questo caso è il palco a fornire un banco di prova credibile: il cantante è magnetico, attrae a sé l’attenzione senza enfatizzare perché non è necessario, nelle pose ricorda certo un illustre e compianto antesignano, ma anche un certo ecumenismo djent; la sezione ritmica è sintonica, un rullo percussivo martellante, la batteria precisa ai limiti della chirurgia ed il basso compatto fissano l’intelaiatura che la chitarra a tratti sublime, altri affilata lega, ingrossa, arrotonda. Il suono. L’elemento essenziale. Il rumore che giunge al punto di fusione con l’aggiunta della melodia. La canzone come punto di arrivo, l’obiettivo colto con il lavoro, con l’arrangiamento, con la ricerca. “Waterfall” è l’apertura ideale, il brano dall’afflato immaginifico che riempie ogni spazio, s’insinua nelle intercapedini liminali esplorate e dilatate fino al punto di rottura dal post rock, la vibrazione della galassia lontana che giunge fino a noi. Hanno raccolto con cura i frutti dei semi piantati nel ’78 – ’84, con tutto quanto c’è in mezzo, facendoli maturare, non (auto) limitandosi alla loro esposizione, non imponendosi coordinate definite e prevalenti. Ancora la sezione ritmica: quando il contesto lo richiede, è meccanica fino all’esasperazione della disciplina motorik, conservando però l’umanità della viscera viva e pulsante, alimentando il cuore che mette in circolo l’energia che la chitarra attrae ed incrementa conferendo, al suono, una visione maestosa, attraversata dalle contrazioni convulse generate dalla componente elettronica. Il suono che non è solo fondale bensì parte integrante della narrazione sviluppata dalla voce che ne è connaturata interprete. Eppure, si ritorna sempre ad una concezione, di suono, ove l’elemento umano, emotivo, nervoso è sempre ben distinguibile. Se è indubbio che nulla più si inventa (o si può inventare), non si può opporre che non tutti possiedono il talento che determina la differenza tra quanto è buono e quanto invece non lo è, o lo è semplicemente meno. E’ il rischio più volte, ma mai a sufficienza, evocato dell’omologazione, dell’uniformità, dell’anemia. Dalle quali ci si sottrae ricorrendo all’attitudine, a quella predisposizione alla curiosità, al desiderio di nuovo; la chitarra che apre le porte che danno accesso alla grandiosità ancora in embrione dei Simple Minds di “Love song”, quel drive che ti rimane attaccato lì, alle pareti intangibili dell’anima e tu ne sei felice, ti compiaci di quei pochi secondi fuggevoli, il disincanto che si trasforma nella determinazione dei Deftones che vogliono esibire, non dissimulare la propria formazione, soffiando più forte le spore rilasciate dai loro educatori delle quali hanno fatto tesoro, nelle loro camere di adolescenti, rigurgitandole con la rabbia di chi è cresciuto, ma quella disillusione non ha dimenticato, tutt’altro. La forza che s’incanala nel gruppo, formato da quattro individualità specifiche che interagiscono e non si contrastano. Il collettivo che può trasformare una così abbondante materia da perfezionare (i margini di ulteriore crescita non si sono certo esauriti, mi ripeto, stanno ancora sviluppando l’esperienza consolidata in questi primi dieci anni d’attività) in qualcosa di, finalmente, unico.

Volume da A Place To Bury Strangers, voce un po’ troppo alta, ma qualità del suono decisamente superiore alla media (per contesti simili). Da plaudire l’intuizione dell’organizzazione che ha creato un ampio spazio libero fronte palco, rendendo la sala senz’altro più fruibile.
Teatro Miela – Trieste 30 gennaio 2026
I Talk To Her hanno eseguito:
Waterfall (da “Pleasure Loss Desire”)
PLD (da “Pleasure Loss Desire”)
The half light (da “Pleasure Loss Desire”)
Dyve (da “Pleasure Loss Desire”)
Surface (da “Pleasure Loss Desire”)
Ibisco (da “Love will come again”)
Hollow (da “Love will come again”)
Silver waves (da “Pleasure Loss Desire”)
Forest (da “Home”)
No sound remains (da “Pleasure Loss Desire”)
Zodiac (da “Home”)
Innocence (da “Love will come again”)
Someone else (da “Pleasure Loss Desire”)
Away/Afraid (da “Love will come again”)

Primavera Sound 2023
E’ sempre e comunque postpunk?
Barcelona, 3 giugno 2023, 5:15 p.m.
Io e Susanna abbiamo da poco varcato i cancelli del Parc del Forum e ci siamo agilmente diretti verso il palco ove si esibiranno i coccolatissimi (dalla faziosissima, e per questo adorabile, stampa britannica o da quel che ne residua) bar italia. La Dea benevola ha voluto che il cielo sopra la Catalunya oggi sia velato da uno strato variabilmente compatto di nubi, il rischio di liquefarsi e diventare un tutt’uno con l’asfalto è così scongiurato. Quando l’esibizione degli scazzatissimi tre più strumentisti di sostegno volge al termine, giungono alle mie spalle due ragazzi italiani. Necessariamente mi trovo a condividere con loro uno scambio di opinioni illuminante. Spettatore uno, un po’ perplesso: “avevo letto che “suonavano” post-punk”. Pausa. Spettatore due, più determinato: “sì è vero… XXX – nome di rivista musicale italiana – ha scritto nella recensione post-punk, ma in Inghilterra postpunk è un’altra cosa… loro là sono postpunk, è per le chitarre…”. Non esito, mi giro verso di loro e chioso: “ormai è tutto postpunk”.
Rassegnamoci, post-punk o postpunk lo nomineremo/sentiremo nominare ancora per molto. Forse per sempre, per il sempre di ogni individuo che è delimitato dalla sua esistenza. E Simon Reynolds?
Copertina di Rumore, numero 409 febbraio 2026. Killing Joke. Sottotitolo: Apocalisse Post Punk. Ecco…

