Agli albori del Black Metal scandinavo, imberbi ragazzini furono in grado di portarci, attraverso una formula musicale acerba, grezza ma altamente coraggiosa e visionaria, a esplorare mondi tenebrosi e sconosciuti, nei meandri dei quali amiamo immergerci ancora oggi. Se pensiamo a chi come Emperor o Enslaved,  formati da ragazzi non ancora maggiorenni, seppe creare gemme nere quali In The Nightside Eclipse o Vikingligr Veldi, fa strano pensare che oggi sono forse i musicisti più esperti a possedere gli strumenti tecnici ed emotivi più adatti a trascinarci verso spettrali foreste e visioni notturne.

Al cantante bavarese Grànt si affiancano infatti due esperti fuoriclasse come Dan Capp (Wolcensmen, ex-Wynterfylleth e autore di tutte le musiche) e Markus Stock (Empyrium, Sun Of The Sleepless, The Vision Bleak) per la creazione di questo Kremess (la cui traduzione dal dialetto utilizzato nell’album, dovrebbe corrispondere a “banchetto funebre”), che colpisce subito per la magnifica copertina, opera dell´artista Benjamin König, nella quale la morte  viene a prendere, o che porge conforto, a seconda del punto di vista, a un ragazzo solo in una tempesta di neve.

Siamo nell’ambito di un Black Metal atmosferico strumentalmente abbastanza semplice ma ineccepibilmente composto e suonato, che procede su tempi medi, dominati dalle chitarre, sapientemente alternati a sfuriate in tremolo-picking, cercando soprattutto di costruire brano dopo brano quell’atmosfera di oscura, decadente ricerca dell’ignoto, della quale non ci stancheremo mai. Non mancano nemmeno synth, flauti, chitarre acustiche e alcuni stupefacenti passaggi di Dulcimer / Hackbrett (un Salterio tradizionale bavarese) capaci di creare quasi un’ora di nordica, opprimente e austera sinfonia delle foreste bavaresi in una nottata invernale, nella quale saremo investiti da folate di vento gelido, rabbrividiremo avvolti dal turbinio della neve e ascolteremo leggende e storie di spiriti  narrate dal  “latrato bavarese” di Grànt (al secolo Matthias Jell), capace di grande espressività e pathos e di emulare, in alcune peculiari modulazioni, anche Attila Chsiar.

Kremess ha i suoi momenti migliori nei momenti in cui il Black terroso dei primi Ulver sfuma in due brani mid tempo raggelanti come “Vom Gråb im Moos”, spiritata e orgogliosa dichiarazione d’intenti con la Dulcimer e le chitarre a disegnare fredde e indimenticabili melodie e il sudario invernale di “Dà Letze Winter”, dilatato inno all’inverno di quasi 12 minuti che ammalia con le sue semplici ma riuscite variazioni armoniche.

Se cercate nel metal estremo l’originalità assoluta guardate altrove, ma se avrete bisogno di addentrarvi in una foresta persa in un inverno infinito, la trovate tra i solchi di Kremess.