
Tra le sculture che animano le facciate esterne del Duomo di Modena un ruolo determinante è senza dubbio ricoperto dalle celebri metope, formelle che decorano i contrafforti della cattedrale e che si trovano in numero di otto, attualmente sostituite da copie, mentre le originali sono conservate presso l’adiacente Museo lapidario del Duomo.
Le metope del Duomo di Modena girano tutt’intorno alla cattedrale, sono collocate tra il cielo e la terra per ricordare uno dei temi ricorrenti del programma iconografico della cattedrale: l’unione del finito con l’infinito, dell’uomo con Dio.
Il numero otto è sin dall’antichità associato alla morte e alla rinascita, è il numero della trasfigurazione e del passaggio ad un ordine superiore. Simbolo di rinascita, esso si associa perciò alla forma delle fonti battesimali e ha un largo impiego nella simbologia legata alla resurrezione di Cristo. La simbologia dell’otto lo lega inoltre alla quadratura del cerchio: è il numero chiave per il passaggio dal quadrato, simbolo terreno, al cerchio, simbolo celeste. L’ottagono non è solo il numero dei lati del fonte battesimale ma anche una forma geometrica chiave per la costruzione delle cupole.
Nell’alchimia l’otto scandisce le fasi dell’iter che porta al compimento della Grande Opera. Otto sono anche i passaggi o “porte” che, durante l’anno solare, segnano i mutamenti della natura.
Gli otto passaggi che marcano le mutazioni dei cicli naturali sembra fossero conosciuti molto anticamente dai popoli allevatori ed agricoltori che popolavano le regioni del nord Europa. Sicuramente conoscevano la Ruota dell’anno con i suoi relativi passaggi i Celti che assegnarono ad ognuna delle cosiddette otto porte cosmiche nomi che ne descrivano gli effetti.
Anche nella cultura contadina permangono testimonianze della celebrazione di questi otto passaggi che nella liturgia cristiana scandiscono il percorso che va dalla nascita alla Resurrezione del Cristo.
Se nelle civiltà antiche questi passaggi erano in relazione al percorso annuo del Sole, nella cultura cristiana, l’astro diurno diventa simbolo di Cristo e della sua parabola terrena e celeste: la nascita, la Passione, la morte e la Resurrezione.

L’otto richiama dunque il percorso circolare del Sole e di Cristo ed è connesso ai significati di morte e di rinascita. L’otto è perciò numero circolare conosciuto anche attraverso la simbologia della quadratura del cerchio e messo perciò in connessione al grande patto esistente tra il Cielo (il cerchio) e la Terra (il quadrato).
Queste otto formelle sono tali per la loro bellezza formale e compositiva, per l’armonia e la purezza dei volumi da ricordare la classicità greca da ciò il nome di metope. Risalgono alla prima metà del XII secolo e sono opera di un allievo del Wiligelmo conosciuto come il “Maestro delle metope”.
La raffinatezza di queste sculture fa pensare all’arte borgognona con cui la scuola di Wiligelmo aveva avuto molto probabilmente dei contatti e degli scambi.
Le raffigurazioni di queste otto formelle sono misteriose e sono state a lungo difficilmente classificabili. Si è voluto vedere in esse un richiamo ai bestiari medievali ed in particolare al Liber Monstrorum e perciò identificarle con gli abitanti dei confini della Terra, alienati nelle regioni remote della cattedrale: terre lontane dal mondo ordinato degli esseri che vivono nell’insegnamento cristiano. Tuttavia, leggendo l’inventario teratologico del Liber Monstrorum, testo scritto tra l’VIII e il IX secolo in un monastero britannico e poi diffuso in Europa, qualcosa inoltre sfugge in ogni associazione tra i mostri qui descritti e le figure delle metope.
Ci troviamo in alcuni casi di fronte ad esseri tutt’altro che mostruosi anzi, per la maggior parte dei casi, proporzionati ed elegantemente vestiti. Più che figure appartenenti all’ambito teratologico, gli abitanti delle metope sembrano suggerirci un’antica saggezza che ci pone degli enigmi da risolvere inducendoci alla riflessione e sollecitando le facoltà immaginative.
Partendo dal lato meridionale del Duomo troviamo in successione: due figure capovolte l’una rispetto all’altra, un personaggio con genitali maschili e seni di donna, un essere ibrido in atto d’ingoiare un pesce ed infine un fanciullo che afferra con grazia un drago alato. Tutte queste figure sembrano suggerirci dei messaggi di unione oppure di integrazione.
Nella prima metopa, osservando attentamente, possiamo notare che le due figure capovolte l’una rispetto all’altra sono un uomo e una donna. Entrambi i personaggi di questa metopa sono accovacciati e le loro posizioni sono combacianti tanto che, se fossero ravvicinati, si formerebbe tra di loro un perfetto quadrato. Finemente vestiti portano: la donna una lunga treccia, l’uomo un copricapo in stile medievale che cinge una corta capigliatura.
La figura femminile è diritta rispetto all’osservatore e sembra saldamente ancorata a terra; quella maschile invece sembra calare dall’alto come suggerisce il movimento della testa leggermente inclinata all’indietro e le mani che sembrano scivolare verso la terra sottostante. (immagine 1)

1) Formella denominata “gli Antipodi” – contrafforti del lato sud del Duomo di Modena.
E’ naturale pensare alla congiunzione degli opposti, del maschile e del femminile legati l’uno alla Terra e l’altro al Cielo, sinonimi dell’incontro tra il finito e l’infinito.
In tutte le formelle gli spazi sono sapientemente arricchiti di particolari degni di nota e pregni di significazioni simboliche. In questa composizione alle spalle della donna troviamo uno sparviero che bene s’inserisce nella simbologia dell’unione feconda tra i due opposti essendo, soprattutto nell’Antico Egitto, legato al concetto di fecondità e ritenuto molto prolifero.
Lo sparviero si ritrova spesso anche nell’araldica europea dove è simbolo di Marte o più ampiamente della forza solare che unisce i due opposti.
La metopa che troviamo in successione sul lato sud è una delle più crude ed enigmatiche: essa mostra un essere a gambe aperte dotato di genitali maschili e di seni di donna. Spesso questa metopa viene designata come ermafrodito ma sarebbe forse più corretto, riferendoci a significati di unione e di integrazione che sembrano uniformare le metope del lato sud, chiamare questo essere androgino. L’androgino viene spesso confuso con l’ermafrodito ma se questo è un essere infrasessuale, non bene definito, l’androgino rappresenta invece l’essere primordiale che unisce in sé maschile e femminile, come Zeus che era una divinità totale o come Adamo che al principio era androgino, prima che Eva fosse da lui staccata e resa autonoma. (immagine 2)

2) Formella denominata l’Ermafrodito” – contrafforti del lato sud del Duomo di Modena.
L’androgino, anch’esso rappresentante il ritorno all’unità e dunque all’origine, è seguito in successione da un’altra formella all’interno della quale troviamo una composizione plastica notevole e che è conosciuta col nome di Ittiofago. (immagine 3)

3) Formella denominata “L’Ittiofago” – contrafforti del lato sud del Duomo di Modena.
Si tratta di una raffigurazione caratterizzata da un notevole dinamismo plastico: un essere formidabile è rappresentato con il ginocchio sinistro sollevato e il destro a terra, un pesce sembra uscire dalla sua testa o ancor di più sembra egli stesso trattenerlo per il rostro, in atto di cibarsene.
E’ una figura davvero eccezionale in cui si commistionano la natura umana e quella animale: esso infatti è composto da una testa d’uccello dotato di una notevole cresta che fa pensare al ciuffo erettile di alcuni pappagalli esotici (cacatua); il dorso, le braccia e la gamba destra sono umani e ben proporzionati a tutto il resto mentre la gamba sinistra, trattenuta dalle braccia, termina con uno zoccolo equino. Anche la posizione è singolare e di una compostezza assoluta come quella della maggior parte degli esseri che animano queste bellissime formelle.
Osservandola attentamente la figura sembra descrivere un circuito chiuso e suggerisce l’immagine della completezza, del “tutto in uno” simile ad un simbolo antico chiamato Oroboros o serpente che si morde la coda. Entrambi ricordano la circolazione incessante delle energie e l’interazione continua dei quattro elementi che compongono la materia. Nel Medioevo e per tutto il Rinascimento i quattro elementi spiegavano tutto il mondo visibile ed anche quello sovrasensibile. Nella simbologia medievale il cavallo, richiamato dallo zoccolo della gamba sinistra della figura, è associato alla Terra; la gamba umana richiama invece il Fuoco, la testa di uccello l’Aria ed il pesce infine è la creatura dell’Acqua, simbolo antichissimo di sapienza e veicolo della sapienza stessa.
La circolarità di questa figura viene ripresa nella formella successiva dal Drago arrotolato che il fanciullo tiene docilmente tra le mani.
Anche il drago ricorda da vicino l’Oroboros che, in alcune raffigurazioni, è rappresentato con una parte ctonia, formata dalle squame e dalla coda, e da una parte aerea formata dalle ali come la figura trattenuta dal giovane nella metopa. (immagine 4)

4) Formella denominata “Psillio” – contrafforti del lato sud del Duomo di Modena.
Essa ricorda da vicino innumerevoli rappresentazioni mitologiche in cui un eroe o un giovane trattengono draghi o belve feroci tra tre mani e tra le braccia per rappresentare la gestione delle forze della materia da parte dell’intelligenza e delle capacità umane.
Tra queste l’eroe caldeo Gilgamesh che trattiene il Leone, mito che transita nel Mediterraneo sotto forma della leggenda del giovane Ercole alle prese col Leone Nemeo oppure, ancora riferendoci ad Ercole, alla sua lotta con l’Idra. Il giovane sembra maneggiare con destrezza e profonda calma il drago alato suggerendo l’unione tra l’intelletto, le facoltà psichiche e metapsichiche con la forza e la potenza fisica del drago.
Spostandoci sul lato nord troviamo in successione un giovane con tunica orientale e in atteggiamento meditativo; un saggio, dai tratti orientali, che s’intrattiene in una posizione di equilibrio; una fanciulla addormentata e una sirena bicaudata. Tra queste immagini la seconda in particolare ha un contenuto che si può dire ‘geografico’. Vi è raffigurato un uomo finemente vestito con i capelli lunghi, lisci, ben pettinati e fluenti sulle spalle. I suoi lineamenti sono tipicamente orientali tanto da non farci dubitare sulla sua provenienza. Ma ciò che più sorprende è la posizione: una postura di mirabile equilibrio degna del più esperto yogini. (immagine 5).

5) Formella cosiddetta “Uomo dai lunghi capelli” – fianco nord del Duomo di Modena
Nello yoga una posizione identica è chiamata eka pada radakapotasana, la ‘posizione del piccione reale’, tale da far assomigliare coloro che si esercitano in un tale equilibrio a dei volatili. Nella pratica dello yoga questa posizione ha un significato ascensionale e contribuisce ad allontanare i sensi dagli oggetti del mondo materiale.
Quello che ancora ci sorprende è come queste conoscenze fossero arrivate fino in Occidente, probabilmente sull’onda dei pellegrini e dei mercanti, e come possano ritrovarsi nel programma iconografico di una cattedrale. A questo proposito ci sembra interessante citare il fatto che le ricerche di alcuni studiosi hanno messo in luce svariati rapporti tra l’arte indiana e quella europea medievale, relazioni che ci sembra giusto non escludere a priori[1]. Sulla base di questi rapporti si sono studiate le relazioni tra immagine e suono nei programmi iconografici dei chiostri e delle cattedrali romaniche le cui figure sembrano essere collegate tra loro per rappresentare il tempo, il ritmo del giorno e dell’anno secondo sistemi cosmologici in cui ciascun elemento si definisce anche in base alla posizione in cui è situato ed al rapporto con le altre figure[2].
Il programma di alcune cattedrali medievali come quella di Modena riprendono inoltre lo schema delle mappe mundi, vere sintesi di tutto lo scibile che circolava all’epoca. Le metope rappresentebbero, in questo paragone, gli esseri che si trovavano lontani dalle terre e dal messaggio cristiano ma che erano stati comunque inclusi nel mondo creato da Dio. Riguardo alla metopa con lo yogini è interessante notare che proprio a partire dall’XI secolo l’India comincia ad essere visitata e conosciuta dagli uomini dell’Occidente medievale grazie ai viaggi dei mercanti che importavano dall’Oriente soprattutto materie prime di lusso ma anche per il processo di evangelizzazione che riprese proprio in questo periodo. Ricordiamo che sin dai primi secoli del Cristianesimo l’India era considerata un territorio significativo dal punto di vista della diffusione del messaggio cristiano: si cercava, in quella che era chiamata ‘India inferiore’ (le isole del sud-ovest asiatico), la tomba di San Tommaso. L’Europa occidentale si affacciava proprio in quel momento a una significativa crescita economica ma in molti casi era ancora lontana dalla ricchezza e dalla prosperità di certi luoghi del vicino e del lontano Oriente. Le coste dell’India e l’Oceano Indiano restavano in gran parte un luogo chiuso e precluso agli occidentali: gli affari, infatti, erano gestiti in prevalenza da arabi, persiani, cinesi e dagli stessi indiani. Nei secoli successivi all’anno Mille i mercanti, pellegrini e crociati provenienti dall’Europa erano tornati a percorrere le vie carovaniere entrando di nuovo in contatto con l’Oriente: nel Milione Marco Polo dedica diversi capitoli alla descrizione dei bramini e delle loro pratiche.
Anche con la prima figura di un giovane in atto di meditare può forse riferirsi a queste fonti. La figura, finemente disegnata, proporzionata nelle sue parti ed elegantemente vestita è in una posizione che nello yoga si chiama Parivritti e che in sanscrito si riferisce all’atto di ruotare, invertire o torcere al fine di rendere più flessibile o sciogliere. Il giovane in meditazione riceve un messaggio da un braccio, estraneo al suo corpo, e che affiora dietro di esso. Questo braccio, di grandi dimensioni rispetto alla figura stessa, porta in pugno un cartiglio arrotolato. (immagine 6)

6) Formella cosiddetta “Uomo a tre braccia” – fianco nord del Duomo di Modena
A continuare la serie delle metope del lato nord della cattedrale di Modena troviamo la cosiddetta “fanciulla addormentata”. Si tratta di una figura anch’essa finemente abbigliata e una stretta tra un Ibis e una Sfinge greca che sono scolpiti sui lati corti della formella: tra questi esseri una giovane fanciulla con gli occhi chiusi, avviluppata a dei viticci, è distesa, quasi compressa dallo spazio esiguo della formella. Ella sembra addormentata e perciò è stata messa in relazione con un racconto del Liber Monstrorum che narra del ritrovamento di una grande fanciulla sulla riva del mare. Anche in questo caso le fattezze della giovane sono tutt’altro che teratologiche. (immagine 7)

7) Formella denominata “La Grande fanciulla – fianco nord del Duomo di Modena
L’ultima immagine che troviamo a completare il ciclo delle otto metope è quella della sirena, essere fantastico che compare frequentemente nel repertorio dell’immaginario medievale: alla fine del XII secolo la fiaba dell’uomo sposato ad una donna-serpente circola in diverse regioni come la Normandia e la Provenza. Da simbolo del peccato, la sirena viene inclusa, nel basso medioevo, nei simboli araldici a ricordarci forse gli antichi simboli di fertilità che originariamente rappresentava. (immagine 8)

8) Formella con Sirena bicaudata – fianco nord del Duomo di Modena
Fata del decollo economico dei mercanti e dei cavalieri che partivano per le crociate, essa rappresentare il sogno di espansione e di progresso di un mondo, quello Occidentale, che per la prima volta dopo l’anno Mille e dopo i veri secoli bui, si riaffacciava al commercio, all’arte, ai fruttuosi scambi con l’Oriente.
Elisabeth Mantovani – Storico dell’Arte e Guida Turistica
Bibliografia:
Simboli Miti e Folklore, Edizioni Artestampa, 2009 e Tempo e Spazio in età Medievale, Edizioni Artestampa 2017, entrambi dell’autrice.
Note:
[1] Per approfondire questi argomenti si veda:
A. K. Coomaraswamy, The tree of Jesse and in indian parallels or sources in The art bulletin, 1929
[2] M. Schneider, Pietre che cantano, Milano, Se, 2005
