Intorno agli anni ‘60 dell’Ottocento la scienza darwinista contribuisce a diffondere una nuova immagine femminile, sempre più lontana da un angelo del focolare e sempre più vicina a una natura primitiva e bestiale. A differenza dei maschi e della loro supposta capacità di controllo e raziocinio, la donna è vista come una belva selvaggia e insaziabile, dagli istinti sessuali incontrollabili, sempre a caccia di prede, quindi fondamentalmente un pericolo e una minaccia.

La Donna Sfinge

È l’iniziatore e maestro del Simbolismo Gustave Moreau a presentare nel 1864 Œdipe et le Sphinx, in apparenza un tema mitologico, in realtà un quadro spiazzante e rivoluzionario.

La sfinge, testa di donna, corpo di felino e ali di uccello, blocca la strada ponendo un indovinello a chiunque passi ed è pronta a strangolare e divorare chi non sa risponderle. Edipo risponde correttamente e passa. Ma la rappresentazione di Moreau del corpo del mostro dai prosperosi seni nudi trasuda una sensualità perversa, il mostro femmina è divoratore di uomini, letale, sta addosso al giovane Edipo, dopo essere balzata per aggredirlo, lo stringe in una morsa terribile. È un essere che dilania e annienta. Moreau vede nella donna il caos informe, la distruzione, la natura animalesca e il desiderio funesto della carne. Per tutta una generazione maschile dopo di lui l’amore sensuale e la sessualità femminile sono una tentazione da temere.

Moreau riprende il tema di Edipo e la Sfinge nel 1888 con Œdipe Voyageur: ora la femmina-mostro troneggia sul suo piedistallo ieratica come un idolo remoto a rappresentare la morte stessa, ostentando seni eretti e cercando gli occhi di Edipo indirizzandogli uno sguardo pietrificante di Medusa. Le vittime già straziate giacciono prive di vita sul piedistallo della Sfinge, cadaveri disarticolati a rappresentare i vari ruoli della società umana, come in una antica danza macabra.

Il tema della sfinge come femmina-mostro dal corpo animale che aggredisce e dilania le sue vittime, per lo più maschi, diventa un tema assai abusato alla fine dell’800 con infinite variazioni. Ad esempio il pittore belga Fernand Khnopff ne dipinge numerose versioni, di cui la più famosa è Sphinx o Les Caresses (1896) con la rappresentazione della femminilità nella sua natura ambivalente, animale: il ghepardo, simbolo di lussuria e tentazione, allude al piacere, che l’uomo deve scegliere o rifuggire. La donna-animale ha il sorriso enigmatico della sfinge e un fascino sfuggente e ambiguo da cui non si riesce a liberare.  

Molto più esplicita è l’interpretazione di Franz von Stuck in Die Sphinx (Il bacio della sfinge) (1895), dove la donna-mostro accosciata sul piedistallo è intenta a succhiare l’anima del maschio inginocchiato, in un’immagine di erotismo brutale che richiama l’atto vampirico.

Franz von Stuck – Die Sphinx (Il bacio della sfinge)

La Donna e il Serpente

Anche il legame tra la donna e il serpente richiama una femminilità primordiale e dalla forte carica sessuale. Dal punto di vista figurativo le due figure classiche di riferimento sono Lilith ed Eva. Considerata dalla tradizione apocrifica ebraica la prima moglie di Adamo, Lilith, la ribelle, rifiuta di sottomettersi ad Adamo e sceglie di lasciare l’Eden per rivendicare la propria libertà. Simbolo della rivolta femminile Lilith viene rappresentata nel suo aspetto più terribile di demone, che entra di notte nelle stanze dei bambini e ne succhia il sangue. Un’altra immagine di Lilith è quella che associa la sua figura nuda al serpente tentatore, al diavolo, secondo la leggenda che voleva rapporti sessuali fra Lilith ed il diavolo. In questo senso la dipinge il pittore preraffaellita John Collier (Lilith, 1887) con i lunghi e seducenti capelli che le ricoprono il corpo nudo e il serpente che lo avvolge nelle sue spire.

Eva, archetipo del femminile nella Genesi, primo libro della Bibbia, rappresenta la donna segnata dal peccato originale, che per la sua debolezza cade nella tentazione del serpente. I pittori simbolisti la ritraggono assieme al serpente, esaltandone il fascino magnetico e conturbante e irresistibile potere seduttivo che porta l’uomo alla rovina. Franz von Stuck con Die Sünde (Il peccato) dipinge una donna dalla chioma scura che emerge dalle tenebre imperiosa e mostra con aria compiaciuta il seno nudo sul quale il serpente posa la sua testa malefica. L’artista dipinge la perversa eroina insieme al rettile tentatore in undici versioni diverse (dal 1889 al 1912) tutte dall’erotismo inquietante e dai colori tenebrosi. In alcune è raffigurata prona pronta a legarsi a lui, donna peccaminosa e lussuriosa dalla sensualità libera che invita a precipitare nell’abisso del desiderio e della dannazione. Questo motivo della donna “incarnazione magnifica e lugubre della corruzione”, “malvagia e libidinosa” ritorna in altre opere, come nell’inquietante Donna serpente di Achille Calzi (1913) dove accanto a una provocante donna nuda un serpente con le fauci spalancate si erge pronto all’attacco, diventando il simbolo di una femminilità pericolosa e minacciosa.

Franz von Stuck Die Sünde (1901)
Franz von Stuck Die Sünde (1904)

Lamia ed Empusa

Le Lamie nella mitologia greca sono esseri mostrosi e demoniaci in parte umani e in parte animaleschi che spesso prendono la forma di serpenti, ma possono diventare anche spettri notturni, rapitrici di neonati di cui succhiano il sangue e pertanto vengono spesso associate a figure vampiriche. Le numerose opere artistiche della fine ‘800/inizi ‘900 che riprendono questa figura si ispirano alla protagonista del famoso poema omonimo Lamia di John Keats del 1819, in cui una donna mezza serpente, grazie ad un patto con il dio Hermes, riesce ad assumere le sembianze umane e avvicinarsi così al suo innamorato. Ma quando al matrimonio uno dei presenti rivela la sua vera natura è condannata a sparire e il suo amato muore. L’aspetto romantico e tragico del racconto di Keats si trasforma nell’arte simbolista in una donna serpente simbolo del male e della seduzione che porta l’uomo alla morte. Tra le tante rappresentazioni di questo soggetto particolarmente suggestiva è la Lamia di George Frampton (1899-1900) una bellissima scultura in bronzo, avorio, opali e vetro dall’espressione funerea e mortifera. Anche Lamia di Herbert James Draper (1909), pur presentando una figura che solo accenna alla sua natura di serpente con una pelle squamata attorno ai fianchi e un piccolo serpente che le avvolge il braccio, è una seduttrice dai seni nudi che solo a stento cela un’espressione inquietante di antica predatrice pronta all’attacco.

Anche le Empuse, altre figure della mitologia greca, vengono riprese nell’immaginario artistico di fine secolo per mostrare una donna seduttrice, predatrice e letale. Serve o ancelle di Ecate, sono esseri mostruosi che si possono trasformare in animali assumendo l’aspetto di cagne nere, di vacche o di belle fanciulle e, in quest’ultima forma, giacciono con gli uomini e succhiano le loro forze vitali portandoli alla morte.  Le ritroviamo rappresentate, ad esempio, nell’acquaforte Empusa di Carl Schmidt-Helmbrechts (1894) dove la donna è ritratta come una strega dagli occhi spiritati in mezzo a una scena carica di simboli sinistri come teschi, ragni, serpenti e cuori trafitti. Particolarmente significativa è l’opera Empusa (Elle) di Gustav Adolf Mossa (1906) in cui l’antica entità assume l’immagine di una donna nuda dai seni prorompenti acconciata con due corvi in entrambi i lati della testa, come se i capelli fossero un nido, un uccello del malaugurio, al centro dei quali stanno tre piccoli teschi orientati in tre direzioni diverse, forse un’allegoria del tempo. Se ne sta appoggiata con le mani intrise di sangue sulla vetta di una montagna fatta da cadaveri umani di sesso maschile. Rispetto ai corpi umani, è un gigante, l’incarnazione di un mostro, forse la Bestia dell’Apocalisse, l’incarnazione di tutto il male per gli uomini.

La Succube

La Succube è un demone femminile in forma di donna giovane e bellissima presente nel folklore dell’antica Roma. Si apposta nell’ombra e tende agguati agli uomini per sedurli, avere rapporti sessuali e annientare la loro forza, per sottrarre loro l’energia vitale, fino a portarli alla morte. Ripresa anche nel famoso Malleus Maleficarum del 1487, secondo cui giaceva con gli uomini per raccoglierne il seme, è il corrispettivo femminile dell’Incubo e a livello figurativo ricorda sia la sfinge che il vampiro: nuda con ali di Chimera, coda di Sirena, zanne aguzze e canini sporgenti, seminatrice di lussuria e morte, se ne sta rannicchiata pronta all’assalto. Così la ritrae  Félicien Rops nel 1876  in un’illustrazione – acquaforte dal titolo Non hic piscis omnium, la cui matrice è stata usata in seguito come marchio della famosa Librairie de l’Art Indépendant di Edmond Bailly, in cui tutti i libri avevano in copertina questo essere femminile mostruoso, che influenzò quella generazione decadente/simbolista. Il grande scultore Rodin racconta che un giorno ha voluto riprodurre in una piccola scultura questa sfinge, questa donna rannicchiata che abbaia alla luna, perché era entrata in lui suo malgrado e non aveva potuto fare a meno di ricrearla. Prende vita così La Succube di Auguste Rodin (1889), piccola scultura in bronzo dove la donna, inginocchiata e appoggiata alle mani, come un animale, dalla folta capigliatura che le dà un aspetto leonino, tende il corpo e fissa lo sguardo verso la vittima designata.