
Messa
Blak Saagan / Massimo Silverio / Mamuthones / Naga / Devoid Of Thought / Kariti / Delrei / Overcharge
CS Rivolta – Marghera (VE) – Organizzazione Messa e Trivel (Venezia Hardcore)
E’ nostro dovere, preciso dovere (e fonte di soddisfazione, la salvezza non è scontato che la otterremo e, considerando chi la agogna, meglio così) riferire di eventi meritevoli che, una volta conclusi e consegnati alla cronaca, possiamo definire perfettamente riusciti.
Quanto abbiamo potuto testimoniare sabato scorso, 14 di marzo di questo (abbastanza disgraziato ad oggi) 2026, è un evento da classificare tra quelli perfettamente riusciti. Senza indugi e nemmeno retorica. Tutto si è svolto nella più naturale (è ovvio che dovrebbe essere sempre così, ma quante volte accade) regolarità. Ultimamente, ne sono conscio, mi abbandono a derive paranoiche dalle quali riesco ancora a riprendermi con un certo estro, adesso però basta e passiamo alla, l’ho scritto prima, cronaca.
Prima nota: tanti, tantissimi i presenti. L’obiettivo più importante, coinvolgere, è stato colto.
Se l’occasione è celebrare il ritorno a casa dei Messa, che a Marghera (scelta rilevante) chiudono il loro giro di concerti italiani, il significato della serata va ben oltre l’intento più semplice, aderendo infine a quello, di intento, che ha animato, ha infuso l’iniziativa. Offrire il palco a gruppi di diversa estrazione quanto a stili e provenienze, in una scansione temporale che non ha palesato alcun inciampo, con una alternanza che va rilevata anche in quanto a contenuto delle proposte, e soprattutto, rivolgendosi un pubblico ampio e sufficientemente eterogeneo. Otto più gli ospitanti, due palchi che hanno consentito una puntuale alternanza tra chi si esibiva ed un contesto, quello del CS Rivolta di Marghera, ideale per il suo svolgimento. Non è una semplice celebrazione di un complesso che, per quanto realizzato fino ad oggi (ma il futuro li vedrà nuovamente in azione, stavolta all’Europa ed al Regno Unito, autunno è già domani) lo merita senza altro, è la puntuale definizione di un approccio accorto alla propria Arte, perché è assodato che la Musica è Arte, anche questa Musica, non solo gli stornelli…, ampio ed inclusivo. Come ampio ed inclusivo è (stato finora, domani siamo certi che lo sarà) è il cammino di crescita, di maturazione dei quattro Artisti. Che si sono scelti una denominazione impegnativa, efficace pure che, non sempre è così ovvio, aderisce perfettamente al loro approccio liturgico al… doom? Hard dark? Ma chissenefrega delle etichette. Pur non stravolgendo, i Messa sono diventati i Messa, con santa pace (agh! ci voleva la maiuscola, Santa che sennò mi incatenano) di alcuni, ridotti pedanti che sì, per loro sono troppo formali. Io invece mi diverto davvero parecchio, quando li trasmetto, a calcare proprio sulla loro eleganza. Sul loro stile.

Su due palchi si alternano gli attori, scelta che, sottolineo ancora, rende le esibizioni in pratica senza pause, senza o quasi soluzione di continuità. Sul palco Alfa salgono Delrei, Kariti, Mamuthones, Blak Saagan ed in chiusura di serata Overcharge. Su quello Beta Devoid Of Thought, Naga, Massimo Silverio e Messa. Anche nella densità della proposta, l’alternanza si rivela funzionale quasi a creare degli intervalli, un processo di sedimentazione e di recupero. Giungo davanti al palco Alfa (stavolta ho fatto – quasi – il bravo) che Alessandro Mercanzin/Delrei ha appena inaugurato la serata con il suo set incentrato anche sull’esecuzione di brani inediti che verranno pubblicati a breve (se, quando leggerete, non saranno già disponibili) via Go Down Records in vinile e compact disc (dovremo scrivere disco compattod’ora in poi? Meglio di no…, scusate volevo fare il simpaticone), digitale via Projekt, e confesso che provo proprio piacere, soddisfazione a citare insieme queste due etichette. Ma non divaghiamo, torniamo a Delrei ed al suo suono che ingloba una visionarietà desertica, note che si perdono tra canaloni di roccia bruciata dal sole, si depositano come sottili strati di sabbia che s’ispessiscono, rafforzati dalla sezione rimica precisa ed appropriata (e piuttosto pittoresca, per quanto riguarda il bassista – strumento a due corde). È l’approccio al suono che è stato messo a punto da Steve Roach e dalla generazione di creatori d’ambienti che proprio sulla chitarra hanno fondato le loro sperimentazioni (con le radici rycooderiane ben piantate nel suolo). A Delrei si succedono (aprendo il palco Alfa) dei convinti aderenti ad una concezione del death intransigente, rigorosa fino agli estremi. Alieni a qualsiasi apertura/cedimento all’orpello, i Devoid Of Thought procedono con calcolata ed inesorabile furia, tenendo fede ad una dichiarata interpretazione cosmica del death. Un cosmo dalle cui profondità incalcolabili, inammissibili per noi miseri e limitati umani, sorgono morbose (semi – citazione nascosta) Divinità portatrici di malattia, di annientamento, di rovina. Ciò che ci meritiamo. HPL ci avvisò. Quanto prospettato da Kariti (palco Beta) potrebbe offrire un riparo confortevole alle nostre anime messe a così dura prova. Vista recentemente di supporto a Massimo Silverio, come da noi riportato, ella si muove con grazia connaturata su melodie che condensano una saggezza ancestrale, attraversate però da una appena dissimulata striatura d’inquietudine, inducendo i nostri sensi ad uno stato di allerta, di attesa di un qualcosa di eccezionale, di innaturale forse che si compirà, ed al quale non possiamo sottrarci. Gli anglosassoni possiedono nel loro vocabolario thriller, lo uso qui proprio per la sua efficacia. Per i Naga non posso celare di provare immediatamente un’approvazione indiscussa, terzetto fronteggiato da cantante/chitarrista con indosso maglietta dei St. Vitus, sezione ritmica portentosa, il black ed il doom mescolati in un’unica, putrescente poltiglia percolante negli interstizi della nostra coscienza, fino a saturarli della loro rivoltante materia. Rallentamenti letali ed accelerazioni pianificate con cura, mi prendo l’impegno di recuperare, glielo devo (l’ultimo album “Void cult rising” uscì per Spikerot nel novembre 2019). Mi perdo un po’, le cospicue dotazioni di merchandising e di vettovagliamenti non vanno omesse da una necessaria esplorazione, e dei Mamuthones mea culpariesco a seguire meno di dieci minuti di concerto, peccato perché la psichedelia prismatica articolata da questo collettivo di eccellenti musicisti rappresenta uno degli elementi più originali tra i nove in cartellone. E sul palco Alfa ora è Massimo Silverio a raccogliere i frutti di una visibilità ottenuta grazie al talento suo e di Manuel Volpe e Nicolas Remondino, una piccola e disciplinata unità operativa (come piace a Robert Fripp) che ha raggiunto un perfetto punto di equilibrio. L’esibizione al Rivolta segna l’ennesimo scalo di un percorso che, noto con piacere, è sempre più apprezzato. Non aggiungo altro, se avete intenzione e volontà di approfondire, in queste stesse pagine troverete una buona dote di materiale a vostra disposizione. Sull’altro palco Blak Saagan ci immerge in un denso liquido amniotico che fluttua al passo di un ritmo che ascende e discende, è la colonna sonora di una consapevolezza che va acquisita e fortificata. Il suono che crea è sì artificiale, ma non è quello della plastica, dell’oggetto, bensì un ribollire cosmico di tensione e suspence: a maggio per Maple Death (ma quante belle etichette operano in Italia? E quante belle persone le mandano avanti?) “Un sequestro lungo 10.000 anni”, ed alla fine del suo spazio, ti chiedi se siano davvero trascorsi solo quarantacinque minuti… Come per Kariti, anche per Blak Saagan l’impatto visivo è determinante. Dei Messa, vale il percorso da essi compiuto, la sintonia che creano con il pubblico, l’aver saputo superare gli angusti limiti di un genere, operando per osmosi, assorbendo elementi di un linguaggio espressivo resi fattori personali, distintivi. Non si deve giudicare (chi ne ha la facoltà?) l’esecuzione del Rivolta, essendo il contesto particolare l’agente principale. Pur essendo ormai dei veterani, pur avendo calcato palchi ben più imponenti, uno stato d’animo nobilissimo come l’emozione ha certamente compenetrato i loro animi. Valicati i recinti del doom, pur mantenendolo come fondamenta del suono, approcciano allo stesso con uno spirito esuberante, che è quello dei grandi gruppi degli anni Settanta. “Spin” è la base di partenza, un punto sulla sconfinata mappa antartica dal quale far partire una linea che li porterà chissà dove, lontano comunque. A raffreddare gli animi (?), cala sul palco Beta un terzetto di freaks forsennati, con il bassista che vanga lo strumento vomitando rabbia al microfono inclinato come Lui era uso fare. Gli Overcharge provengono da una galassia dimenticata (non da tutti però), essi riversano sul suono una ferocia primordiale, una corsa forsennata e distruttiva che viene accolta senza esitazione dalla platea. Il Rivolta come il 3Blinka di Udine troppi anni fa, ma era ieri, arrivavano con lo skateboard e le toppe dei Discharge, chissà che fine hanno fatto. Frantumi impazziti che cerco di cogliere al volo, Motörhead ovvio e Zoetrope perché no, poi, sarà vero?, sento rantolare “Sacrilege”. I Sacrilege! Adesso tutto torna, posso andare a nanna che o soi vecjo.
Chiudo così, sennò la retorica mi prende e m’infervoro. Mi permetto di riportare questo estratto dalla presentazione dell’evento, che Sara Bianchin ha riaffermato dal palco. Vale più di ogni altra considerazione, vale più di tutto.
Crediamo che le differenze di linguaggio musicale possano essere una materia di scambio prezioso, come musicisti ma anche come ascoltatori in primis.
