Assai intrigante l’idea che informa l’esordio del progetto avviato nel 2019 da Giuseppe Emanuele Frisone (Thecodontion, Clactonian) e Jacopo Gianmaria Pepe (dei da noi già esaminati Bedsore), ovvero descrivere, utilizzando le coordinate espressive del black/death/doom, dei luoghi/non luoghi del nostro sempre più desolato Pianeta, fornendo all’ascoltatore una interessante chiave di interpretazione.

Black/death/doom avanzavo poc’anzi, genere che Frisone e Pepe elaborano con personalità immettendo nel tessuto di ogni singola canzone elementi dark ambient che ben si adattano alla narrazione (l’incipit di “Our faith is our strength” è a tal proposito è assai simbolico), immergendo il racconto in un fluido sonoro che fa seguire ad ondate irruente parti decisamente più compassate, dando la sensazione di voler abbracciare con lo sguardo quelle vastità silenti ed abbandonate che essi richiamano nei titoli. Cito “Abandoned Buildings (Pyramiden, Svalbard)”, anni or sono m’imbattei quasi per caso nella prima puntata di una serie televisiva (se non ricordo male, titolata “Ghost Town”), incentrata proprio sull’esplorazione di paesi e luoghi non più (o solo in parte, e per motivazioni diverse) abitati. Uno di questi era proprio la città di Pyramiden, avamposto sovietico (ma l’impianto risalita all’epoca zarista) nelle Svalbard, una miniera di carbone accanto alla quale sorse una città satellite, l’ennesimo esempio (fallito) di collegare, associare ad un sito produttivo una comunità satellite. Venne abbandonata (vi risiedono ancora solo alcuni tecnici e del personale di guardia) nel 1998. La telecamera che immortalava insegne arrugginite, stanze vuote che un tempo venivano adibite ad aule, a saloni per la comunità, strade, la neve sporca ed un grigio uniforme. Ecco cosa rimane dell’Uomo sconfitto dalla Natura oltraggiata. “Abandoned buildings” è solo un lacerto, un esempio di ove gli AR trasporteranno la vostra fantasia, ma “The non-existent island – Freezeland” suscita un vago senso di inquietudine, di assenza (o di non esistenza, appunto), mentre la conclusiva, estesa (quasi quattrodici minuti) “Contemplating the vastness of the Universe (The Gobi Desert, Mongolia)” tiene fede al titolo che gli è stato affidato: brano che annulla i confini, solo un’incerta linea all’orizzonte vi fornirà l’illusione che, laggiù in fondo, si trovi la meta del vostro viaggio.

In un panorama musicale sempre più statico, di intuizioni come Atlantic Ridge (sia l’opera che il progetto) abbiamo sempre più necessità. Rompere gli indugi e le convenzioni, e concentrarsi sull’esposizione, sul racconto (sottolineo lo splendido artwork a corredo dell’opera). Coinvolgente, vi spingerà (forse è anche questo uno dei motivi) a riprendere l’Atlante ed andare a cercare con la punta dell’indice quelle lontane lande.

 

Pyramiden