Photo by Alberto Canton

 

L’ombra di Lester Bangs 

Mi chiedo sempre più spesso cosa direbbe Lester Bangs… se fosse sopravvissuto a sé stesso, ben s’intende. A proposito di chi/che cosa? Qualsiasi che abbia la sua materia d’elezione, la Musica rumorosa ma non solo come oggetto. Perché lui, in quanto a critica, sapeva farci. Poche frasi sufficienti ad affossare una carriera, demolire un album, decretare la morte (artistica, non ha mai ammazzato nessuno, se non sé stesso…) di un Artista; ma anche riconoscere la grandezza di un’Opera. Contribuendo così a renderla immortale.  Sempre illuminante, Lester Bangs, anche nei ruzzoloni rovinosi.  

Perché Lester Bangs? Perché da qualche parte bisogna pure iniziare, e quando finalmente ti sei tolto di dosso la folla, e percorri una via (quasi) solinga, è allora che lentamente lasci che le emozioni prima trattenute, salgano in superficie. Piccole particelle di immagini, di suoni, di voci, di odori (Ossignor… pure quelli), che risalite una alla volta si raggruppano andando a creare una struttura via via più definita, articolata, un processo che si svilupperà nei giorni successivi, allorquando la Memoria è stata mondata dalla stanchezza, dalla suggestione, finanche dal fastidio. Essa, la Memoria, che si trasforma lentamente in un organismo elaborato, in una ninfea magnifica.  Facendo attenzione a non irritare LB, e non dando troppa importanza alle critiche nelle quali ti imbatterai. Anche queste, selezionale con cura e fanne buon uso, che non si sa mai servano. Come le ciliegie, attenzione alle ammaccature. Scegli solo quelle buone. 

La Nostalgia aggregante 

La Nostalgia è un tassello fondamentale, ma parimenti ingannevole, quando si affronta un esercizio delicato come può essere riassumere un evento di tale portata al quale si ha partecipato. Con una discreta dose di entusiasmo, sempre misurata perché non so proprio come si faccia, a lasciarsi andare. Ed invidio chi lo fa. Sono un cinico bastardo, individuo il difetto, lo segnalo, lo colpisco. Ma stavolta non sarà così. 

 

Photo by Michele Rossi

 

La Nostalgia. La Memoria. E The Cure nell’immaginario pop. 

Ma quanto è difficile, soprattutto nell’era della distrazione, rimanere credibili, mantenere la propria dignità, ricevere ancora apprezzamento, con i cinquant’anni di carriera praticamente realizzati? Se l’affronti con la necessaria determinazione, quella che ti fa compiere pure il gesto (anche più d’uno) che può risultare antipatico (chi non serve o non crede più al progetto, può andarsene, decido io), ma soprattutto con la necessaria dose di autoironia, giungere alla meta (che non implica la fine del percorso, nel nostro caso), non è poi così difficile. Metti in conto gli inevitabili rancori, le maldicenze, un po’ di fango gettatoti addosso da un collega stizzito a caso, ma non ti fermi, anzi, puoi fregartene. Tanto le somme si tirano alla fine, piuttosto, lo fanno gli altri che tu probabilmente te ne sarai già andato.  

Abbiamo trascorso una bella serata insieme. Ci siamo lasciati felici ed appagati, quello che c’era da fare, l’abbiamo fatto. Due ore e mezza di concerto sfiorate di qualche minuto (non stiamo qui a centellinare), ventinove canzoni eseguite bene, e sottolineo bene, impianto visivo studiato nel minimo particolare per evocare/provocare nel pubblico un effetto grandioso, anche nelle proporzioni. Fissarlo nella Memoria. Qualcosa deve mancare (la canzone della vita, intendo), un sacrificio inevitabile, ma non riduciamoci a questo ed andiamo oltre.  

The Cure oggi, anno 2026, chi l’avrebbe mai detto nel… diciamo 1981? Attraversando epoche e generazioni, si sono letteralmente cuciti addosso (mi riferisco sempre al gruppo), non solo un’immagine, ma una intiera, complessa (per quanto concerne l’Arte della Musica intesa come intrattenimento, perché è anche così che dobbiamo riferirci) narrativa, alla quale contribuisce anche, ma non solo, l’effetto Nostalgia (Rumore nr. 04 – Aprile 2026). Da alcune loro intenzioni, da semplici spore, si sono sviluppate carriere intiere, un debito di riconoscenza che tantissimi debbono loro. Anche la canzone più semplice (ed il loro repertorio ne compendia un buon numero, inopportuno elencare qui anche solo alcune), quella che viene composta per piacere ad un pubblico vasto (l’immaginario pop), non degrada mai nella mediocrità; segno di quell’intelligenza, di quell’arguzia che il Signor Smith, Robert Smith ha sempre dimostrato di possedere, in dosi pari ad intuizione, talento compositivo e, necessariamente, opportunismo. E di saperne fare buon uso, di tutte queste doti. Poi, in cinquant’anni di carriera, l’inciampo lo si deve mettere in conto, sta a noi soprassedere. Soprattutto perché nel suo caso non è mai degenerato nel ruzzolone disonorevole. Ora dal gruppo, dal collettivo, sono passato all’Uomo. Inevitabile, dal 1976 Lui c’è sempre. C’è sempre stato. Ed a sessantasette anni, può ancora esibire una voce splendida, una personalità magnetica (anche per l’effetto visivo al quale prima mi riferivo, con la sua immagine ingigantita sullo schermo, e gli altri cinque così piccoli…), incarnando il ruolo di chi guida, accompagna, blandisce, spinge, offrendo al suo pubblico quanto questo (fatti i distinguo personali) chiede. Ha saputo gestirsi con oculatezza, nessun vizio manifesto, questo è il premio, Fortuna o meno non cavilliamo. Quella dei The Cure è una narrativa intergenerazionale che amplia il termine pubblico a tutti coloro che ad essi sono legati affettivamente, non alle solo quattro diecine di migliaia di convenuti a Firenze (ecco, se dobbiamo proprio appuntare qualcosa, l’organizzazione è assai migliorabile, nel confronto con altri festival ai quali ho partecipato, non ne esce benissimo…), ideali rappresentanti di una famiglia ben più numerosa. Generazioni diverse pure sul palco, con padre e figlio Gallup intenti a contribuire alla tessitura di quel suono che può librarsi leggero, come quando sono i Novanta ad essere celebrati in un florilegio di brillantissimo esercizio pop (tenete sempre ben presente quanto sentenziò in materia Bryan Ferry), ovvero quando si rinnova il lascito ponderoso al quale tanti (mi riferii sopra) hanno attinto. Quando si espone la matrice del rock più oscuro ed introverso, ovvero si indugia sulle magnifiche ballate crepuscolari commemorate nell’ultimo, quattordicesimo albo. Un disco che legge perfettamente le angustie che oggi erodono la nostra esistenza, come un terribile e spietato assillo. The Cure sono un’entità che si espande da un nucleo pulsante, essi incarnano un suono, il loro suono, non solo l’allegoria di esso che invece contamina gli epigoni. La voce di Robert Smith è la voce (ancora magnetica) dei The Cure. Il basso di Gallup è il basso dei The Cure. Quello che si cala nelle nostre viscere più profonde, scuotendole e pervadendole come un rito primordiale che affiora dalla nostra Memoria.  Un suono (oggi indugio sulle ripetizioni) che è attuale non solo perché ormai formalizzato e riconoscibile, quanto perché capace senza snaturarsi di rinnovarsi, di acquisire nuovi elementi. Chiamando a sé Reeves Gabrels (nato nel 1956, sono settanta, Gallup ne ha sessantasei, l’età conta e va considerata), toccato dalla mano di Bowie e questo basterebbe, preciso basta ad immunizzarlo da qualsiasi (pre)giudizio, R. Smith sicuramente valutò l’impatto che una tale personalità avrebbe avuto proprio sul suono (e sulla sensibilità appassionata del fan, considerato chi era chiamato a sostituire). Ma che, se integrata, avrebbe apportato quella necessaria componente di esperienza e di talento dalle quali un complesso planetario come il suo non può prescindere. Perché il rango comporta confrontarsi (soddisfare) un pubblico ancora vasto nel numero, che nel tempo si è stratificato, generazione dopo generazione. Il suono che non può ovviamente prescindere dalle tastiere di Roger O’Donnel, principio fondamentale sia nella coloritura che nell’ispessimento della trama, e dalla batteria di Jason Cooper, l’anima ritmica perfetta, lo senti anche quando non si fa notare.  

La scaletta, ventinove pezzi, finale studiato per far sanguinare i cuori, qualcosa deve rimanere pur fuori, recriminare non serve, ricordate sempre chi è il Capo. È un festival, e come tale va approcciato, ai tour celebrativi di un’epoca, di un disco, di chissà che, ci pensino le arene. Suono ottimo, visuals attraenti, quattro diecine di migliaia di persone, genitori e figli, forse anche nonni. Ho visto solo volti felici. La brezza che s’insinuava tra le fila compatte, Susanna che cantava, le stelle. Ci penso un attimo e… per tanti forse sarà l’evento di una vita, per altri sarò come rivivere una parentesi di essa. L’avrei mai pensato, nel 1981, che sarebbero diventati così… rassicuranti? 

Possiamo permetterci di scaraventare nel pozzo della vanità tutta la retorica della quale siamo copiosamente equipaggiati, e non farcene, minimamente, una pena. 

 Sennò, checcazzosiamoandatiafare? (Questa è per Te, Lester Bangs). 

 

Photo by Michele Rossi

 

Multigenerazionalità  

Ed Olivia Rodrigo? Oggi le barriere (almeno queste) vengono abbattute, con una nonchalance impossibile fino a qualche anno fa. Chi si meraviglia (lo dichiara un sessantenne con figlia venticinquenne) rischia di venir abbandonato nei magazzini polverosi di un Museo. È solo curiosità, sono solo affari, è sincera ammirazione? Forse tutti e tre, per ora dobbiamo prenderne atto.  

 

Photo by Michele Rossi

  

Hanno aperto, nell’ordine:  

Just Mustard (ero appena arrivato, comunque non possono suonare in un’arena) 

The Twilight Sad (allo sbaraglio sotto il solleone) 

Mogwai (idem). Hanno posto le fondamenta espressive del post rock, rifiutando sempre e comunque la convenzione, il compromesso, contribuendo a codificare un suono (ancora una volta) sempre in divenire, un suono che, pur troppo, si è letteralmente disperso nella vastità che s’apriva dinanzi a loro. Anche il post rock necessita di limiti, entro i quali comprimersi, surriscaldarsi e poi esplodere, in un’inarrestabile moto di ampliamento e di riduzione. Come una marea galattica. 

 

Photo by Susanna Bertogna

 

Scaletta  

Prima parte 

Alone (da “Songs of a lost world” – 2024) 

Pictures of you (da “Disintegration” – 1989) 

High (da “Wish” – 1992) 

A night like this (da “The head on the door” – 1985) 

Lovesong (da “Disintegration” – 1989) 

Secrets (da “Seventeen seconds” – 1980) 

Just like heaven (da “Kiss me kiss me kiss me – 1987) 

Treasure (da “Wild mood swings” – 1996) 

Want (da “Wild mood swings” – 1996) 

A fragile thing (da “Songs of a lost world” – 2024) 

Burn (“The crow – OST” – “Join the dots: B-sides and Rarities, 1978-2001 (The Fiction Years – 2004) 

Fascination Street (da “Disintegration” – 1989) 

alt.end (da “The Cure” – 2004) 

Push (da “The head on the door” – 1985) 

In between days (da “The head on the door” – 1985) 

Play for today (da “Seventeen seconds” – 1980) 

A Forest (da “Seventeen seconds” – 1980) 

Trust (da “Wish” – 1992) 

From the edge of the deep green sea (da “Wish” – 1992) 

Endsong (da “Songs of a lost world” – 2024) 

 

Seconda parte 

Lullaby (da “Disintegration” – 1989) 

The Walk (da “Japanese Whispers” – 1983) 

Le’ts go to bed (da “Japanese Whispers” – 1983) 

Mint Car (da “Wild mood swings” – 1996) 

Friday I’m in love (da “Wish” – 1992) 

The Lovecats (da “Japanese Whispers” – 1983) 

Close to me (da “The head on the door” – 1985) 

Why can’t I be you (da “Kiss me kiss me kiss me – 1987) 

Boys don’t cry (da “Boys don’t cry” – 1979  / “Three imaginary boys” ed. USA 1979) 

 

Photo by Michele Rossi

 

Sono saliti sul palco 

 

Robert Smith  

Simon Gallup 

Roger O’Donnell 

Jason Cooper 

Eden Gallup  

 

Però, Signor Smith, che da bravo inglese di cavalli te ne devi intendere (come Padre Brown ed il Capitano Hastings ben testimoniano), eravamo in un ippodromo, un paio di dritte per la corsa del giorno dopo potevi darcele, no? 

 

Ringrazio my beloved Susanna Bertogna, Alberto Canton (fotografia di copertina) e Michele “Mick Gaze” Rossi (altre fotografie come da didascalia) 

 

Photo by Susanna Bertogna