
L’algoritmo della Nostalgia – Capitolo 2
Ammiro da sempre Daniel Ash, uno dei più apprezzati chitarristi della sua (e non solo sua) generazione, discendente diretto del ramo ronsoniano, e lo stimo soprattutto per la sua onestà intellettuale. Quella che lo ha fatto più volte dichiarare che, lui ed i suoi (ex, non più ex, non più ex quando serve) compagni, quando vengono offerte loro cifre ingiustificate per un nuovo giro di concerti, non ci pensano nemmeno a rinunciarvi (*). Anche a costo di sopportarsi a vicenda per qualche settimana, quando in gioco è la manutenzione della propria villa (per inciso, guadagnata meritatamente!). Perché lo sappiamo, che tra loro i rapporti non sono proprio sereni. E gli inossidabili Astbury/Duffy che, sempre attenti a seguire, ma anche ad anticipare, le voglie del mercato, diedero una ripassata all’archiviato marchio Death Cult, ci aggiunsero un 8323 tanto per dare un riferimento temporale che non richiami solo l’esausto passato, e via per una serie di concerti da tutto esaurito, scorte di merchandising (il feticcio assoluto da possedere, ci casco anch’io, beninteso) comprese, consumate in un attimo, obbligo del disco celebrativo assolto. Death Cult, una parentesi brevissima della loro carriera, ma se il tuo pubblico, od almeno buona parte, quella ormai benestante che può permettersi di non badare al bilancio, te lo chiede, perché non accontentarlo? Nuova Harley Davidson per BF (altro chitarrista al quale si deve dedicare almeno un tabernacolo in giardino, per accendergli un cero mentre si ascoltano i riffoni densi di “Electric” e di “Sonic Temple”) con la quale vagabondare per le assolate California e Nevada in compagnia dei colleghi pensionati Jones (Steve Jones), Idol (Billy Idol) e l’immancabile Depp (Johnny Depp), che magari, dato che c’è, trova anche il tempo per pubblicizzare l’ennesima fragranza per l’uomo vero (ma prima bisogna curare l’igiene personale, sennò sai che schifo). Fare leva sulla Nostalgia, due esempi perfetti, non gli unici e nemmeno gli ultimi. Perché ormai è su di essa che si capitalizza il proprio consolidato successo, che con il Tempo rischia di perder presa sugli appassionati meno ultrà.
“Nostalgia”, magnifica piece di pop colto composta da David Sylvian nel 1984. Album “Brilliant Trees”. Ecco, per bilanciare, uno che della Nostalgia non si cura più di tanto. Un briciolo, una particella volatile di Sylvian la si trova spesso quasi ovunque, se si frequentano certi suoni, ben occultata, basta insistere. Teniamone conto.
La Nostalgia è quella fila ordinata di cubetti di porfido leggermente dorati che la Memoria colloca con grande attenzione, incastrandoli perfettamente nel selciato più o meno lungo della nostra Esistenza. Del nostro umanissimo, tormentato, felice, piccolo o grande vissuto.
Ed ognuna/o ha il sacrosanto diritto di tenere ben caro, questo piccolo mattoncino, per tornarci sopra, lucidarlo per bene, sapendo di trovarlo sempre lì, a conforto, a sollievo, o solo per ricordare. Quanto è bello, poter ricordare? Il blocchetto dorato di ognuna/o accanto a quello dell’altra/o sconosciuta/o che anch’essa/o ha raccolto quella sera. Più “a” che “o”? Non ne sono tanto sicuro, a prima vista sì, poi erano una diecina di migliaia, quella sera, abbracciati dai colonnati severi di Villa Manin che racchiudono lo spazio ove l’evento si consumerà, in paziente attesa sotto la pioggerella che per un’ora quasi esatta bagna corpi e marmi, effetto di un clima più da Guyana Francese che da (dal mio amato) Friuli.

Duran Duran
Duran Duran – 2026
Arena di Verona – Reggia di Caserta – Villa Manin di Passariano
Più che un “non album Tour”
Villa Manin di Passariano – Codroipo – Udine
Fra la Serenissima abdicante e l’ascesa di Bonaparte
Non c’è un disco (solo un singolo semmai) da celebrare, da portare in trionfo, ma perché non cedere al richiamo, l’ennesima volta, soprattutto perché appena ad un passo, all’appello al quale risulta difficile rispondere, perché il Sentimento pretende la sua parte? Eccoci allora lì, tra file più o meno ordinate di suffragette ben organizzate, tra gruppi di determinate Signore, plotoncini riconoscibili dalle stesse magliette sfoggiate come la divisa della Vecchia Guardia (faccio notare che v’erano alcune che hanno esibito delle mise davvero impegnative se rapportate al contesto, e di questo mi compiaccio sempre), sguardo determinato e cellulare pronto perché la Memoria umana va rinforzata con quella tecnologica. In formazione anche mia sorella Michela, duraniana della primissima ondata con tanto di iscrizione al fan club italiano (e di qualche cimelio), quand’era appena entrata nell’adolescenza (non riporto l’anno, non è cortese rinfacciare l’età ad una ormai austera Prof.).
Diciassette brani più due rientri, un’oraetrequarti più o meno, anche Susanna (as usual più concreta del sottoscritto) mi fa notare che il Tempo è corso via consegnandoci all’epilogo che quasi non ce ne siamo accorti. I quattro più due (e che due) più ancora due che hanno per l’ennesima volta portato a termine la loro missione, come il sempre impeccabile Roger Moore/Bond, James Bond/007. Tutti felici, tra i marmi gloriosi e rassicuranti di Villa Manin. Quello che si chiedeva ce l’hanno concesso, magari risparmiandosi un po’, ma non sono più fanciulli (come la stragrande maggioranza di chi li fronteggia) e qualche fisiologico calo lo si deve mettere in preventivo. Poi sono sottigliezze, irrilevanze per il novantanovevirgolanove percento dei convenuti, ed è giusto che così sia, amen.

Bon, Simon Le Bon
La scaletta: replica nel numero e nell’ordine quella del 9 luglio, Reggia di Caserta, il 7 all’Arena di Verona gli eseguiti furono 21, questo per la contabilità (diciannove anche a Locarno il 12, set standard indi). L’intro è una breve scheggia di “Free to love”, versione orchestrale, poi via con “Is there something I should know?”, scelta eccellente che fa rimbalzare fra passato e presente, il primo per la datazione, il secondo per il suono che la rende attualissima senza snaturarla, ed aver saputo adattare lo stile alle esigenze del presente mutevole è un altro merito che va riconosciuto e, dopo una necessaria aggiustatina al suono, via fino al rientro, con “Save a prayer” a sigillare i cuori traboccanti e “Rio” l’emozione, chiudendo in gloria con sfoggio di magnificenza e giustificatissimo compiacimento. Impalcatura sorretta dal triangolo chitarra/basso/batteria, con la sezione ritmica travolgente: non loderemo mai a sufficienza il sempre misurato Roger Taylor, a parte l’ingombrante omonimia (eh vabbè… è ora di farla finita no?) il suo carattere riservato lo ha tenuto lontano dalle luci della ribalta, accesesi più volte per i suoi colleghi, ma quando hai un batterista così, solido, impeccabile, sicuro, che alla fine dello spettacolo pare non necessiti nemmeno della doccia, puoi anche lasciarti andare. Nel suo ruolo merita più considerazione di quanto gli viene attribuita. Il Signor JT (ma non vi sembra che, più passano gli anni, più assomiglia a Keith Richards? Nota della mia inseparabile Consorte) devastante, il suo basso si sente dappertutto (anche troppo, forse il fonico era un suo discepolo), non è da oggi, ma è uno dei migliori bassisti di quest’epoca (quindi degli ultimi quarant’anni), e solo il lunedì precedente ho visto all’opera Tony Levin. Tony Levin, livello irraggiungibile, ma lo scapestrato JT non deve temere il contraddittorio con nessuno. SLB non è in formissima, ma da piacione consumato sa come gestirsi, e si porta a casa il risultato con ampia e condivisa soddisfazione di tutti. Non deve nemmeno nascondere l’età, è ancora un bell’uomo, come direbbe mia madre, che si è tenuto benissimo (traduzione letterale dal Friulano). Le due coriste (Anna Ross e Rachel O’Connor, brave, ma non potrebbe essere altrimenti, con tutto il rispetto, a questi livelli ci vuole di più delle prime voci del coro parrocchiale) hanno onestamente timbrato il cartellino. Due timbri diversi ma complementari che integrano la squadra rispondendo alle chiamate quando è venuto il loro turno e prendendosi una porzione di meritata passerella. Terzo anno di fila (!) per Simon Willescroft, 2024 DD Pola, 2025 Tony Hadley, Cividale del Friuli, 2026 ancora DD, il prossimo? Ancora TH per pareggiare i conti? Rispetto alla data croata, meno utilizzato, ma evidentemente queste erano le esigenze, la scaletta era impostata sulla gagliardia esecutiva, i suoi interventi si sono comunque dimostrati, oltre che impeccabili nell’esecuzione e nel tempismo, necessari ed indispensabili per colorare, addensare le sfumature ovvero rarefarle. Il sassofono disegna archi perfetti, curvature, riempie ed addolcisce, richiama in superfice l’emozione per poi allontanarla con un soffio…
Nick Rhodes: l’imperturbabile Piccolo Lord delle tastiere, con macchina fotografica alla mano (come TLevin, ancora!) sarebbe capace di rimanere impassibile e continuare a suonare imperterrito anche sotto una grandinata, curandosi solo di allontanare con un tocco di mano i chicchi dal bavero della giacca lucente o levarseli dai capelli con un moto di ben educata insofferenza. NR c’è sempre, anche quando non lo senti. C’è sempre.

Nick Rhodes
Dominic Brown. E’ nei DD da vent’anni, quattro lustri! Una ventina scarsa di canzoni composte con il gruppo portano in calce la sua firma, ormai questo concreto, affidabile, sufficientemente estroso chitarrista è un DD di pieno diritto regale, e sentirlo suonare è davvero un piacere, con il suo stile gagliardo e le sue pose autorevoli irrobustisce il carattere di più di una canzone, contribuendo necessariamente a quel processo di adattamento del suono al quale sopraccennavo. Un esempio? La gloriosa “Planet Earth” in versione da arena rock (“Arena”, era tutto già scritto!), quasi-AOR (**) che potrebbero essere i Journey a farne una cover (***), e nulla avremmo da eccepire.

Free To Love
Inni da arena, ballate ed un salto allo Studio 54
Ma rientriamo in scaletta: “Invisible” da “Future Past” magari non tutti la conoscevano, come a Pola l’inserimento in lista mi è parso appropriato (ed ha superato il centinaio di presenze), “Lonely in your…/Superfreak” va benissimo per far baccano, idem “White lines…” che a me non piace ma non ci piango su (sempre detestato, il crossover), il medley “Girls on film/Psycho Killer” con sguardo stralunato del gigionesco SLB per me funziona benissimo ed ancor più dal vivo (vi ricordate chi la suonava, su “Danse Macabre”, assieme a JT che la volle? Finiamola di fare gli italiani che si meritano solo i neomelodici, abbiamo, o hanno, buttato nel cesso l’occasione di farci apprezzare anche per altro, giocando sul terreno degli inglesi e deli americani…, chiudo qui, chi vuol comprendere comprenda), “New Moon on Monday” rende ancora meglio, poi “Ordinary World”, dai, mi piace eccedere ed autocompiacermene nella retorica, ma se non è questa una magnifica canzone cucita apposta per il live… Mi sono emozionato anche stavolta, e non me ne vergogno. Ed il benedetto funkettone (****): consolidato in “Notorious”, Cristo ha quarant’anni, pezzo che fa divertire soprattutto chi lo suona, oltre che chi lo ascolta, poi gli arcobaleni di “Free to love” che ci ricaccia indietro nel tempo e ci trascina nello Studio 54 fra torme di ballerine e ballerini che ci osservano con diffidenza, perché lì dentro siamo gli unici bianchi! Video un po’ pacchiano e brano non imprescindibile, ma “Free to Love” dimostra che Nile Rodgers sa ancora scrivere belle canzoni (ehm, continua a scrivere quella canzone). Però le cascate degli arcobaleni giova sottolinearle, perché l’impianto visivo (molte immagini proiettate a corredo dei brani eseguiti le vedemmo ed apprezzammo già a Pula nel 2024) è parte integrante dello spettacolo, andando ad integrare le esecuzioni fino a renderle (non è eccesso il mio) davvero memorabili, come la sempre elegantissima, splendidamente malinconica (e, mi prendo una ulteriore licenza, iconica perché no?), “The Chaffeur”. Il guanto di seta che, sfilato dalla mano sottile con affettazione blasè, scivola sull’asfalto umido di pioggia (e Bryan Ferry appoggiato al tettuccio del taxy che attende Amanda Lear? (*****)). Ho detto tutto? Ah, a me piace “(Reach up for the) Sunrise” per la sua coralità, per il suo essere l’ennesimo inno da arena e perché mia figlia, all’epoca duenne, la cantava (?) a squarciagola e perché “Astronaut”, l’album di provenienza, nella estesa ed estenuante lista di produttori contemplava Don Gilmore, e per questo motivo lo acquistai.

Duran Duran
Scaletta
Introduzione – Free to Love – strumentale
Is there something I should know?
The wild boys
(Tema di James Bond – John Barry/Monty Norman)
A view to a kill
Hungry like a wolf
Invisible
Lonely in your nightmare/Super Freak
The reflex
Ordinary world
Come undone
New Moon on Monday
The Chaffeur
Notorious
Free to Love
White Lines (Don’t don’t do it)
Planet Earth
(Reach up) for the Sunrise
Girls on Film/Psycho Killer

Free To Love – funk!
Rientro
Save a Prayer
Rio

Duran Duran
Ci siamo portati a casa l’ennesimo cubetto, lucidiamolo per bene prima di consegnarlo agli archivi della Memoria. Ce lo siamo meritato, in piedi, seduti, bagnati, asciutti. Per molti una tappa routinaria, uno dei tanti concerti ai quali si è assistito. Per molti altri, chissà quanti, il (od uno dei) concerto della vita.
Ognuna/o ha diritto, il sacrosanto diritto, al suo dorato cubetto di porfido, ad il suo frammento di Nostalgia. E che l’algoritmo se ne vada al Diavolo, che tanto in Matematica facevo schifo, lo sapete, e ditemi voi checazzoè, un algoritmo.

Duran Duran
(*) A proposito della reunion e successivo tour del 2022: “…semplicemente ci hanno offerto un sacco di soldi…” – Rumore Magazine, nr. 402/403, 7/2025 – Luglio 2025
(**) AOR – Adult Oriented Rock, perché l’età è quella che è, siamo tutti, almeno anagraficamente, adulti, benestanti, appagati…
(***) Fra le cover duraniane: recente la “Wild Boys” dei Reversed Chakra, più datata “Hungry like a wolf” omaggiata dai melodic rockers Guild Of Ages (ex-CITA), sull’album “Vox Dominatas” del 1999, che puntualmente ricupererò per una futura scaletta. Lo giuro.
(****) Funk bianco? Mentre loro connazionali (quasi) coevi si impossessavano delle linee funk per rendere il ballo meccanico, il suono abrasivo, i DD si affidano ancora a Nile Rodgers, all’archetipo del funk nero, rassicurante ed avvolgente. Nulla a che vedere con le minacciose strutture intrecciate dai Gang Of Four (che si rintracciano anche nei maestosi, solennemente letali Killing Joke).
(*****) Mi sono preso una licenza temporale. “For your pleasure” donde la copertina inconfondibile risale al 1973, “The Chaffeur” sigillava “Rio” pubblicato nove anni dopo.
Villa Manin di Passariano
Voluta da Antonio Manin, prese l’attuale forma nel Settecento, assumendo così l’attuale. Assistette al tramonto della Serenissima Repubblica di Venezia, ed ospitò il nascente astro Napoleone Bonaparte, che vi risiedette assieme allo Stato Maggiore dell’Armata d’Italia nel 1797, allorquando, il 17 di ottobre, venne siglato il cosiddetto Trattato di Campoformido con il quale si sancì la conclusione della prima Campagna d’Italia. Ospitò l’ultimo Doge, l’irresoluto e debole (come descritto dai cronisti dell’epoca), Lodovico Giovanni Manin. La Villa, dal 1969 proprietà della Regione, ospita rassegne d’Arte ed eventi. Il corpo centrale è suddiviso in diverse sale affrescate.

Villa Manin – Passariano – Udine – Friuli
