Jozef van Wissem – Buie

 

Jozef van Wissem – Buie – 25/7/2026

Cimitero Monumentale di San Martino

Sfera Collective è un collettivo (questa me la sono giocata proprio male, e dire che solitamente abuso in sinonimi, ma mi piaceva così…) transnazionale che ha trovato in questa cittadina dell’Istria settentrionale, Buie le cui prime pietre vennero soprammesse in un castelliere eretto dagli Histri, ben prima dell’avvento di Roma che vi insediò un Castrum, lo spazio ove coltivare uno dei beni che vanno tenuti più cari, la condivisione di passioni che, messe in comune, amplificano il loro portato permettendo di intraprendere delle azioni, dei progetti che altrimenti risulterebbero inattuabili, addirittura insensati. Ampio è il raggio d’interesse, l’ambito, la sfera ove questo gruppo agisce, mette a frutto il proprio impegno, l’ingegno pure, la Musica è uno di questi.

 

Fotografia di Nina Turina – Sfera Collective

 

Non ricordo, eppure è trascorsa una manciata di giorni, come venimmo, uso il plurale perché in prima è coinvolta la mia (cito ancora il buon Amico Adriano Di Gaspero) inseparabile (e moderatrice, ed indulgente consigliera) Consorte, certo è che, vinta l’iniziale perplessità attribuibile allo spostamento fisico, ci siamo diretti verso Buie con baldanzosa speranza. Un sabato pomeriggio di fine luglio, affrontatela voi la striscia d’asfalto che dal mio Friuli Orientale scende giù fino in Istria, poi mi relazionerete. Ma ci siamo presi il giusto Tempo, e raggiungiamo la meta potendo pure dileggiare alcuni imprudenti (ed impudenti!) piloti.

Il Tempo. E’ sempre Lui a governare la nostra esistenza.

Il reo Tempo.

Ero già sufficientemente avanti cogli anni (per l’epoca di Foscolo, decisamente un anziano), quando per la prima volta mi recai (d’ora in avanti userò il plurale, tutta la famiglia era parte della spedizione) in Istria. Sono vissuto per una fetta consistente nell’epoca del confine, della divisione netta, dell’esibizione di lasciapassare e della paziente attesa di giungere a quella sbarra che divideva nettamente due mondi, ho già approfittato della dissertazione in merito allo splendido “Prozorno Mesto” dei 6YPAH per ricordare. In somma, il confine per quelli della mia generazione è cosa seria sulla quale è lecito ora pure scherzare, ma allora… Era il 2017, sopravviveva il solo Valico di Dragonja a dividere Slovenia da Croazia, visitammo Pula, e da quell’anno i brevi viaggi si sono succeduti regolarmente, dobbiamo recuperare e quel triangolo di terra e rocce che s’infila tenace nell’acque dell’Adriatico va onorato con tutte le sue bellezze (poi i DDuran all’Arena nel ’24 non potevamo farceli mancare). Nel 2018, di rientro, sostammo a Buie.

Buie. 30 aprile 2018.

Partiamo da Parenzo in direzione Friuli, casa. Sostiamo a Cittanova, poi Buie. Saliamo verso la Torre Veneta, o di San Martino. C’imbattiamo in una ciarliera comitiva di stranieri (lo siamo anche noi… senza sentirci tali) fronteggiata da un originale buiese; accolti nel gruppo, visitiamo il Cimitero Monumentale e la Torre che ci guidò nella salita, con la vista magnifica sul digradare dal colle sul quale la Città sorge, giù fino al mare. Magnifico, ed è giorno! Poi giunge l’ora del congedo ed ecco che il nostro cicerone ci annuncia che, approssimandosi il mezzodì, è tempo di annunziarlo alla comunità. Vanno suonate le campane del Duomo di San Servolo, le cui pietre segnano la severa facciata, e ci invita, aggregando due giovani già parte del piccolo plotone di visitatori, ad assecondarlo. Io ed Eva, quelle campane, a mezzogiorno del 30 di aprile del 2018, le suonammo davvero, facendoci trascinare su e giù a mezz’aria appesi alle funi che tirammo con sufficiente spavalderia.

Ma sul Cimitero Monumentale di San Martino approfondiremo. Dobbiamo farlo.

Uno e non l’unico, voglio ricalcare, ambito d’azione dello Sfera Collective è la Musica. Ma in un luogo come questo, la scelta deve essere adatta all’ambiente. E la prima (perché di inizio si tratta) non smentisce le lodevoli intenzioni del sodalizio.

 

Fotografia di Nina Turina – Sfera Collective

 

Jozef van Wissem, il suo liuto, il suono e l’assenza dello stesso.

Jozef van Wissem è un virtuoso liutista. Strumento antico dalla forma particolare, il liuto, con il manico che termina con una piega improvvisa e che s’innesta nella cassa della quale è la naturale prosecuzione, anch’essa richiamante la metà d’una zucca. Il suo suono, prodotto dalla maestria dell’esecutore, sa essere cristallino ovvero greve, variando anche repentinamente assecondando l’umore del brano. Ho semplificato, perdonatemi, nella descrizione di questo strumento antico, che quante volte abbiamo osservato, penso ora ad “Il suonatore di liuto” del Caravaggio, evocando arcaici convegni in saloni austerissimi appena illuminati (*). E van Wissem è del Limburgo, evocante transito di soldataglie al soldo di questo o quell’altro riottoso Principe correndo la Guerra dei Trent’Anni (non sono poi tanto certo che effettivamente in quella regione dei Paesi Bassi si consumarono fatti d’arme, ma volevo citarlo, per il piacere di farlo). E la sua figura ed il suo portamento paiono riflettersi da un passato consumato ormai da lustri e decenni. Corpo e Spirito. L’immaterialità mistica invocata nelle intitolazioni delle sue Opere che non è gesto plastico bensì elemento inscindibile delle stesse. Apprendo che a Buie più volte ha sostato, questa però è diversa, essendo la prima di Sfera Collective. E non poteva esserci debutto più autorevole, un autentico imprimatur.

Il sole è ancora alto, dal finestrone che è vestigia della remota gloria di questo luogo deputato a perpetuare la Memoria, s’intravede un rettangolo di terra verde e marrone discendente verso il blu del mare, con il quale si confonde, poi più oltre la linea tremolante dell’orizzonte, ed un altro blu, quello del cielo. Come blu, ancora, intenso ed artificiale stavolta, è il fascio di luce che illuminerà sempre più decisamente il piccolo palco e l’esecutore. Il quale giunge con fare riservato, si siede e dà inizio alla liturgia.

 

Fotografia di Susanna B.

 

Titolare di una discografia estesa e noto pure (soprattutto ai più) per la collaborazione di lunga data, in una autentica messa in comunione di affinità, con James Robert Jarmusch (nel 2013 firmò la colonna sonora di “Only lovers left alive”/”Solo gli amanti sopravvivono”, in concorso al Festival Cannes ove ricevette la Palma d’Oro, con il regista condivide più di una delle oltre venti pubblicazioni note ad oggi), van Wissem si/ci cala in un ambiente ove la suggestione è alimentata dal luogo stesso, ed ove la concezione del Tempo (per come inteso oggidì) viene trasfigurata, tanto che nemmeno me ne rendo conto e già si è giunti al commiato. Una lunga, quasi ininterrotta sinfonia notturna, fra suoni che si intrecciano e si sovrappongono, ombre e luci che si propagano, che s’insinuano tra le lapidi antiche posate sulle mura del sacello, chiaroscuri caravaggeschi essendo forte l’impressione che essi provocano, quasi impossibile sottrarsi all’incanto di questo flusso che si trasforma in salmodia quando è la parola (“Remission”), inasprita dall’accento che inasprisce l’inglese, ad emergere, a farsi largo tra le stilettate ed i tocchi grevi che si susseguono stimolati dalle dita che pizzicano le corde, che scorrono e battono sul nobile legno. Un canto spoglio, austero che traccia una linea in comune con l’estetica sobria dei Twelve Thousand Days: le alte navate che racchiudono il cielo, i banchi allineati sui quali s’è depositato un velo di polvere finissima, la voce che scivola tra le colonne, sul coro, sull’altare accomodato per una funzione che non avrà mai luogo. Il suono ed il silenzio, il suono e la sua stessa assenza, come le note solinghe che si propagano nell’aria, quelle della rycooderiana “What the eternal end is”, la polvere è ora quella di una pietraia sconfinata ove l’anima errante cerca invano pace e sollievo, ricordate Nero Kane? Ancora spiriti affini, fedeli alla tradizione ma anche innovatori: come van Wissem descrive una tela di Goya traslandola all’oggi, adattando la slide al liuto ne aggiorna il vocabolario (che condivide con Cooder). Il cielo che si veste di tenebra, i bagliori laggiù in fondo che paiono allontanarsi, il volo delle rondini che s’attardano sugli ultimi raggi del dì, il canto di un assiolo, assiso chissà su quale ramo, partecipe anch’esso alla funzione; tale è, un rito, la forte, decisa componente spirituale dell’opera del limburghese non si scinde bensì compenetra, assorbe, assolve.

 

Fotografia di Nina Turina – Sfera Collective

 

A Buie, tra le pietre del Cimitero Monumentale di San Martino

Jozef van Wissem ha interpretato:

Intro

What the eternal end is (da “This is my blood” – 2026)

Slowly the rays of daylight fade (da “The Night dwells in the Day” – 2024)

No one has ever seen (**)

What Hearts must bleed, what tears must fall (da “Behold! I make all things new” – 2022)

In exile here we wandering (da “The Night dwells in the Day” – 2024)

With our hands our Hearts to rise (da “The Night dwells in the Day” – 2024)

The Devil is a fair Angel and a Serpent a subtle Beast (da “The Night dwells in the Day” – 2024)

How you must enter into suffering (da “This is my blood” – 2026)

Remission (da “This is my blood” – 2026)

You know that I love you (da “We adore you, You have no name” – 2018)

Temple dance of the Soul (The taste of Blood) (da “New lute music for film” – 2017)

Love destroys all Evil (da “New lute music for film” – 2017)

(*) Riferimento non casuale, “You know that I love you” ricalca l’omonimo madrigale del fiammingo Jacques Arcadelt, compositore rinascimentale che lo concepì nel 1557. Lo spartito del brano (assieme ad altri autografi del medesimo) è stato identificato nel citato dipinto del Merisi, del quale esistono due copie, il “Dipinto Giustiniani” ed il “Dipinto Del Monte”.

” …e dipinse per il Cardinale (Del Monte) anche un giovane, che sonava il Lauto, che vivo, e vero tutto parea con una caraffa di fiori piena d’acqua, che dentro il reflesso d’una finestra eccellentemente si scorgeva con altri ripercortimenti di quella camera dentro l’acqua, e sopra quei fiori eravi una viva rugiada con ogni esquisita diligenza finta. E questo (disse) che fu il più bel pezzo, che facesse mai…”

Descrizione del “Dipinto Del Monte” del Baglioni, 1642.

 

Caravaggio. Il suonatore di liuto – Metropolitan Museum, New York

 

(**) Brano già eseguito più volte dal vivo assieme a Jim Jarmusch.

 

Fotografia di Susanna B.

 

Ringrazio Nina Turina (Sfera Collective) ed, of course, la mia inseparabile consorte Susanna per aver gentilmente concesso l’uso delle immagini del presente articolo.