Foto di Tears on Parade

Ho cominciato ad amare i Litfiba da adulto. Ero solo un bambino quando in tv passava il video di “Tex”. Negli anni successivi ho riconosciuto quella voce profonda e particolare venire dai jukebox (“El Diablo”, “Gioconda” su tutte), mentre sostavo nelle varie sale giochi durante le vacanze estive, ma non scattò mai in me quella scintilla che ti fa innamorare di una band per sempre. Ho ben chiaro però, nel ’93, il ricordo di quella sensazione forte di interesse che suscitarono in me (tredicenne), i singoli di quell’album duro che fu Terremoto, segno che il discorso con questa band non era ancora chiuso. Il percorso di curiosità si arrestò li: negli anni successivi le apparizioni al Festivalbar mi allontanarono da questa creatura musicale.

I detti popolari non mentono (quasi) mai e se una cosa deve accadere, prima o poi accade: quindi i Litfiba sono tornati nei miei ascolti quando ormai ventenne ho cominciato ad inizio millennio ad interessarmi alla new wave italiana.

Questa premessa doverosa, mi serve per contestualizzare la mia presenza e di conseguenza il mio approccio all’evento del 21 luglio a Bologna dei nostri, per il tour celebrativo di 17 Re: il mio primo concerto dei Litfiba per la cronaca.

Mi sono presentato al Sequoie Music Park con diverse consapevolezze:

  • la possibilità di ascoltare uno degli album più belli della storia della musica Italiana (e non solo);
  • vedere la formazione originale;
  • godere nell’encore di qualche altro splendido brano della “Trilogia del potere”;
  • essere conscio del fatto che Pelù avrebbe espresso le sue considerazioni sulla politica e l’attualità.

Quest’ultimo punto è il più importante di tutti per capire una cosa: se vai a questo concerto, non ti puoi lamentare di questo aspetto. Se non vuoi sentire nessuna considerazione su quello che sta accadendo nel mondo, perché non reputi un evento come un concerto un posto adatto per queste cose, non devi andare a vedere i Litfiba. Punto. Stattene a casa.

Non lo dico per difendere o giustificare nessuno. Penso che un album come 17 Re sia più che attuale. I testi dei brani sono fuori dal tempo. La forza che scaturisce dalle parole è un qualcosa di eterno, purtroppo: sarebbe stato bello trovarsi a quarant’anni dall’uscita dell’album in un altro mondo, ma non è così.

Tra una canzone e l’altra di 17 Re, suonato per intero con “Febbre” trasformata in intro strumentale, Piero ha parlato con il pubblico, ha espresso le sue idee, monologhi che vi assicuro non hanno fatto complimenti né ai personaggi presenti, né a quelli passati, pensieri che trovano d’accordo una parte della platea ed una parte no (nessuno ha fatto rimostranze esplicite), ma così è la vita. E non si parli facendo polemica a riguardo. Ritengo che l’approccio messo in atto da Piero sia un modo molto intelligente di dare valore all’opera proposta, contestualizzandola al giorno d’oggi, cosa che ne eleva al massimo la potenza comunicativa.

L’evento è stato una sorta di rito, tutt’altro che celebrativo: questo è l’aspetto che ne determina l’importanza. Le versioni suonate sono fedeli musicalmente agli album in studio. Aiazzi alle tastiere ha svolto un lavoro mirabile per la riproposizione del suono originale. Ghigo, impeccabile nella scelta di non strafare ma di suonare al servizio dei brani, è stato perfetto. Ottimo Martelli, al posto del compianto Ringo De Palma, a cui è stata dedicata “Eroi Nel Vento”, alla batteria.

Foto di Tears on Parade

E poi c’è Lui, con la “L” maiuscola: Maroccolo che con il suo basso ha fatto tremare di emozione tutti i presenti dal primo all’ultimo secondo. L’inizio del terzo brano proposto, “Come un Dio” ha messo in chiaro a tutti che cosa voglia dire fare la differenza: vi assicuro, sono bastate le poche note del primo giro di basso, che ha colpito dritto in fondo la mia cassa toracica.

La voce di Pelù, altro aspetto fondamentale, è stata impeccabile. Anche lui come Ghigo ha lavorato per le canzoni, senza i vocalizzi che hanno marchiato il periodo discografico post Terremoto.

Infine, ma non ultima per importanza, quella che ho visto è stata una grande complicità: si respirava armonia tra i membri della band. Sono stati numerosi gli scambi di sorrisi durante l’esecuzione dei brani.

Aspettarsi nuovo materiale discografico, credo che non sarà una cosa probabile, ma ci faremo bastare l’album live, in uscita in autunno, che immortalerà le migliori performance di questo tour. Personalmente mi porterò per sempre nel cuore una devastante interpretazione di “Apapaia”: il solo pensiero mi fa venire la pelle d’oca.

Nonostante le varie allerte meteo nella zona, siamo stati baciati dalla fortuna in questa notte che è stata perfetta.

Se non avete ancora i biglietti, ma siete fortunati/e da poter tentare di accaparrarveli, non fatevi scappare una delle prossime date. Mai come in questo caso ogni lasciata è persa!

Setlist

Febbre (Instrumental)

17 Re

Come un Dio

Oro nero

Sulla Terra

Vendette

Ferito

Apapaia

Ballata

Re del silenzio

Pierrot e la luna

Univers

Tango

Cafè, Mexcal e Rosita

Gira nel mio cerchio

Cane

Resta

Encore:

Il vento

Istanbul

Santiago

Eroi nel vento

La preda

Tex

Cangaceiro

Foto di Tears on Parade