Un disco arrivato quasi senza presentazione, accompagnato solo dalle coordinate essenziali: Velvet Nightmares and Cold Sleep, nuova uscita di Purple Trash pubblicata da Swiss Dark Nights contiene dodici tracce immerse in un mondo chiuso in se stesso e cupissimo. Dietro Purple Trash si nasconde però un musicista non proprio sconosciuto nella scena underground svizzera. Si tratta, infatti, di una delle numerose creature di Sergio Da Silva, meglio noto come Bornyhake, polistrumentista e compositore attivo da oltre venticinque anni e fondatore, negli anni ‘90, del gruppo Borgne. Purple Trash nasce nel 2020 come progetto solista, si muove fra darkwave, gothic rock, post-punk ed elettronica, conservando intatta la predilezione per atmosfere oscure e inquietanti che pare accompagnare da sempre la produzione di Da Silva. Velvet Nightmares and Cold Sleep rappresenta il nuovo capitolo.
E il titolo, questa volta, sembra già offrire una chiave d’accesso piuttosto efficace. Velvet Nightmares and Cold Sleep conduce Purple Trash ancora più a fondo nel suo universo artistico, lasciando emergere una dimensione assolutamente claustrofobica anche quando abbandona le cadenze più lente per spostarsi verso territori maggiormente elettronici e ritmati. L’album, tuttavia, non si riduce a un semplice esercizio di estetica gotica: accanto a visioni decisamente tetre compaiono infatti suggestioni surreali, fantasie stranianti e inquietudini personali, che lasciano intravedere un immaginario meno uniforme e prevedibile di quanto possa apparire a prima vista. Purple Trash, in pratica, dà l’impressione di trasformare l’oscurità in qualcosa di stranamente mutevole: a tratti solenne, altrove alienante, malinconica o persino angosciata. Perchè gli incubi possono essere travestiti in molti modi, ma restano comunque incubi.
“The Echoes of a Sleeping Mind”, la traccia di apertura, introduce il disco in meno di due minuti, affidandosi essenzialmente a una tristissima chitarra e a una voce che assume quasi i contorni di un lamento disperato: non c’è una vera progressione verso l’oscurità, perché vi siamo immersi fin dal primo istante. Subito dopo, “Scatterbrain Cathedral” è assai più dirompente, con chitarra elettrica, un arrangiamento elettronico e una ritmica che acquista un peso diverso: a non cambiare è, più che altro, il canto di Da Silva, dolente e sofferto, un po’ in contrasto con la maggiore energia del brano. Troviamo quindi “Ashes of Desire” che persiste, sostanzialmente, su quelle coordinate, ma imprime al lavoro un’ulteriore accelerazione: ritmo più serrato, più impeto e una vocalità più aspra e aggressiva; l’atmosfera rimane profondamente cupa, ma con un’altra forma, meno ripiegata su se stessa e decisamente più fisica. Gli scenari rimangono intensi giungendo alla pulsazione quasi martellante di “It’s a Funeral Pyre”, dove anche i toni divengono a tratti grezzi e abrasivi: l’album sembra così procedere per variazioni di pressione, con frequente ritorno a momenti più introversi. È il caso di “I Tried to Sniff Coffee” che, per quanto immediata, sorretta da un motivo accattivante e da una bella linea di chitarra, rimane immersa in un paesaggio fra i più foschi, in piena continuità con il clima che domina l’intero disco. Più avanti, “Through a Forest of Tobacco Trees” e la successiva “I Was a Trash Can” insistono sul versante più stringente, attraversate da vibrazioni elettroniche incalzanti e talvolta ossessive. Il canto, ruvido e cupo, contribuisce a mantenere alta la tensione, confermando la particolare combinazione di energia e oscurità. In chiusura, “A Morning Beyond All Worry” rallenta nuovamente il passo e riporta in primo piano la chitarra, sulla quale la voce torna intensamente dolente. Velvet Nightmares and Cold Sleep si rivela così un’opera compatta e coerente, capace di muoversi fra momenti più raccolti e improvvise, tenebrose accelerazioni senza perdere mai la propria identità.
Lascia un commento
