
Sarvaega – Postumo
Ormai non mi stupisco più, è un bene!, della bravura delle nostre cantanti. Categoria (che brutta parola…) sempre più numerosa, senza che la qualità ne venga intaccata. E’ il caso di Giulia Moladori/Sarvaega (dal ligure, selvatica, solitaria, a sua volta lascito dal latino silvaticus), voce magnetica e portamento austero, la quale intesta così questo trio integrato da Zazza alla batteria e da Damiano Logozzo alla chitarra, ai quali s’uniscono Darth Nevis (chitarra ritmica e sitar), Andrea Vulpani all’organo ed alle tastiere Simone Carbone. La vocalist fornisce pure un basso corposo ed all’uopo scardinante, elemento essenziale della traccia titolata “The rope”, introdotta proprio da un arpeggio riottoso e quadrato che fa da preludio ad una carica strumentale di ferale potenza. Ma la voce… E’ vero che il complesso vive con questa una seconda manifestazione, indi ritengo abbia già avuto modo di forgiare lo stile, ma questo timbro non può lasciar freddi gli animi più inclini al suono più oscuro. La fermezza con la quale Ella interpreta l’opener “Come to an end”, o “Black Sabbath” dei Coven, resa questa dal collettivo con una cognizione che lascia trasparire rispetto ed apprendimento diligente, sono ulteriore segno che la scuola italiana del dark sound riconosce ancora allievi pronti a perpetrarne la gloria, attualizzandola e non abbandonandola alla canonizzazione che la renderebbe vuota forma. Con il contributo della Black Widow, bottega sempre attenta e responsabile nell’individuare nei suoi complessi l’elemento ingegnoso, la mente acuta. Illuminante la ieratica “Summer (seems so easy)”, ove occhieggiano i plumbei Cathedral, pregna di una dignità sacrale che la colloca tra le più riuscite espressioni del doom, impreziosita dal sitar (stabilisce un parallelo con i Litania) e dal canto di questa Autrice che può cimentarsi in qualsisia genere, con certo profitto. Postumo è un titolo che mi inquieta, non vorrei che annunziasse una prematura dipartita, verrò smentito, lo sento, il disco in alcuni passaggi attraversa fitte trame gothic, in altri scava nell’hard più rutilante (“Bones”), lasciando che gli istinti si liberino e si librino nell’aria resa densa dalla fuliggine che si leva dalla pira sacrificale (la greve “Love will shed a tear” ove l’atmosfera si stempera nel pathos). Eccola “Black Sabbath” con Sarvaega che interpreta la canzone che è di Jinx Dawson con indubbia competenza per abbandonarci poi alla traccia finale che non è individuata da un titolo bensì da una croce. Un recitato che s’appoggia, si posa su un giaciglio strumentale che prepara al trapasso, conducendoci all’epilogo.

Sarvaega
