
The Mugshots
Vero, questo disco è stato pubblicato mesi or sono, ed è altrettanto vero che stazione da allora nel mio walkman. Gloomy, eerie and weird, letteralmente cupo, inquietante e bizzarro, a sessant’anni non mi faccio certo suggestionare dai titoli, devo però ammettere che infine esso ben si adatta ai contenuti espressi.
The Mugshots sono ormai un marchio gestito da Mickey E.Vil, unico sempre presente fin dagli esordi e fondamentale mente organizzativa e compositiva, il quale può avvalersi delle ottime competenze di Priest che, oltre a suonare le chitarre si intesta pure la produzione del disco (masterizzato da Dan Swanö), ed il suono, al limite della perfezione ed aderente al concetto narrativo, è un altro degli elementi da tenere in considerazione. L’altro, che potrebbe costituire pure un fattore di confusione, è l’elenco estesissimo di ospiti, che sovente tali non lo sono semplicemente, essendo invece parte attiva della stessa narrazione. Presenze più o meno note che non incidono sull’autonomo valore di questa, già eccellente.
Ulteriore nota, sono trascorsi dieci anni dal predecessore “Something weird”, anche se il tempo trascorso da allora non è stato segnato da un silenzio assoluto. Considerando l’apprezzamento dimostrato da nomi illustri della scena rock internazionale, non si può non porgere la dovuta attenzione nei confronti di questo progetto, anche se così irregolare. Il che è pure indice di lungimiranza, meglio ricorrere a limitate, perfette pubblicazioni che abbandonarsi ad una ingiustificata, polifagica saturazione di un mercato ormai saturo, sempre più distratto e pure definitivamente decorrelato dalla realtà.
Dieci brani caratterizzati da una varietà volatile, ma il senso dell’opera, il continuum narrativo mai viene meno, non lasciatevi impressionare dai c.v. degli intervenuti (una mia curiosità, ma Sakis Tolis lo troviamo dappertutto?) ed abbandonatevi all’ascolto, facendo ben attenzione ai dettagli, ai particolari, agli indizi che lo smaliziato Autore rilascia con dovizia nel corso di ogni singolo episodio, apprezzatene la duttilità, l’adattamento del suono al tema, magari riprendete l’audizione dopo qualche giorno, altri segnali emergeranno, altri ancora vi appariranno più chiari.
Tastiere pompose (l’opener “Cold inside” e “Nuclear memento”, su quest’ultima da lode l’opera di Angela Busato), chitarrismo vivace, dal punk al garage (sempre sagacemente horror però), con un inserimento in area dark sound in “Inter Ludus (An embalmer’s lullaby Part III)” (Mario “The Black” Di Donato allora fornì il suo caratteristico concorso, una perdita che piangiamo ancora). “Acid Mantra” è una bizzarra piece psichedelica in bilico tra Sessanta e Kula Shaker, “It’s my time” (con Erico Ruggeri) più che nel calderone punk la collocherei in area garage revival novaiorchese di metà Ottanta, ma non dovete stupirvi di nulla, Gloomy, eerie and weird assolve ad una regola fondamentale, meravigliarvi.
Ultima annotazione riguardo l’artwork, opera di Gaye Advert/Black (presente anche sulla lenta e melanconica “Flow, my tears”), se leggete Ver Sacrum superfluo indicare le sue referenze.
