Maris Stella

L’abbandono. Una sensazione abissale di assenza, di lontananza, di vuoto. Il suono che giunge da lontano, da plaghe remote, abbandonate dall’uomo ovvero ancora abitate, e che attraversa, s’insinua, cerca disperato appiglio eppoi scompare.

Già nell’intestazione il trio italiano ha definito il senso stesso della ricerca sonora che intraprende fin dall’avvio delle sue operazioni; quasi un rifugiarsi in quell’arcipelago remotissimo, laggiù, una serie di piccoli punti sulla mappa blu dell’Atlantico che scivola verso il basso. Il più grande, ma è relativo definirlo tale, indica l’isola che gli attribuisce il nome. Miglia e miglia, persi nell’immensità del mare, iroso, forte, spietato. Poi le rocce, il verde, e quel pugno di scogli, inaccessibili per chi vuole mettervi radici. Un pugno di scogli popolato da un pugno di esseri umani. Tenaci esseri umani.

Tristan Da Cunha evoca imprese solinghe, quelle che pochi ricorderanno. Per compierle, è necessario affidarsi alla Fede. Perché solo giungervi indenni, è già un miracolo. Ascoltate il fasciame che scricchiola, le vele che frustano l’aria e da essa vengono frustate, i pennacchi che resistono alla bufera, le onde coronate dalla spuma grigia che si levano minacciose pronte a spazzar via tutto, tagliate dalla prua aguzza, la chiglia che vi affonda, che risale incolume, che riprende a scendere. Lo sprezzo dei marinai, che nel loro intimo temono, piangono e pregano. Pregano per la loro anima, per la loro salvezza.

Maris Stella è un’Opera spirituale, ascetica. Udite i lamenti della viola spandersi nel vuoto, immaginateli sovrastare la tempesta come l’àlbatro dal becco robusto e dalle ali che paiono enormi, spiegate a sfidare il vento, uno stormo irrequieto che si raggruppa attorno alla chitarra ed alla batteria. Il suono che s’espande eppoi si spenge, si prosciuga sulla rena grigia che attende l’onda per ingoiarla.

Ma la terra lontana, una scura linea tremolante che si palesa tra la spuma, tra il velo umido che cala dal cielo plumbeo, è realtà ovvero illusione? Abbiamo solcato la sterminata distesa liquida, da quanto tempo ormai, ma è quella la nostra meta? Quante volte la Luna, muta sentinella, si è alternata al pallido Sole, freddo gioco di luce rotondo, come i turni di un Guardiano primordiale per il quale il Tempo non ha senso, rifiutando egli i limiti angusti imposti dall’Uomo?

L’angoscia di chi attende, di chi affida al sacro coro di “The Veil” la speranza, “Wound” è il pianto sommesso, “Maris Stella” è la volta celeste ove smarrirsi, “Continuum” è l’attesa che si consuma sulla tolda.

Tristan Da Cunha è dentro di noi. Siamo noi quegli scogli dimenticati, alla deriva nel mare procelloso dell’esistenza.

 

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