Quando nel 2024 avevamo parlato di She Reaches Out To She Reaches Out To She, avevamo sottolineato ancora una volta la capacità di Chelsea Wolfe di sfidare le barriere di genere, mescolando trip hop, ambient, industrial e darkwave in un lavoro nel quale la consueta oscurità lasciava filtrare qualcosa di diverso, legato alla rigenerazione e a una sorta di ritrovata purezza. A distanza di due anni, The Dark sembra riprendere proprio quel processo per spingerlo molto più avanti, fino a territori che probabilmente pochi si sarebbero aspettati. Il cambiamento, infatti, questa volta è evidente e non ha mancato di dividere la critica e di lasciare un po’ spiazzata anche parte del pubblico che segue da sempre la musicista americana. Le grandi masse sonore, le chitarre pesanti e le atmosfere ‘abrasive’ vengono quasi completamente accantonate a favore di un album assai più accessibile e melodico, nel quale folk, ballate malinconiche, suggestioni eteree e aperture orientate al pop acquistano uno spazio inedito. A stupire è soprattutto la voce della Wolfe, ancora riconoscibile ma spesso insolitamente limpida, morbida e aggraziata, molto lontana da quei toni spettrali, sofferti o minacciosi cui ci aveva abituati.
Non si tratta comunque di una trasformazione arrivata dal nulla. Wolfe, sobria dal 2021, ha raccontato negli ultimi anni il percorso di cambiamento e, per la realizzazione di The Dark, ha scelto di collaborare con Jennifer Decilveo anche con l’intenzione dichiarata di uscire dalla propria comfort zone, concentrandosi maggiormente sul songwriting e su strutture più tradizionali. Il risultato è forse uno dei suoi dischi più immediati, certamente uno dei più sorprendenti: l’oscurità evocata dal titolo rimane nei temi e nella vena intimamente dolente, ma pare aver perso buona parte della sua aggressività per trasformarsi in qualcosa di più profondo e contemplativo. Come si è detto – e come ci si poteva aspettare – l’avvicinamento a territori più convenzionali ha suscitato critiche, soprattutto riguardo ad alcuni pezzi, ma vi sono passaggi ove la trasformazione funziona magnificamente e dimostra che non sono necessari distorsioni e muri di chitarre per conservare intatti inquietudine, spleen e pathos.
L’opener “Cold”, uno dei momenti migliori dell’album, mostra la portata del cambiamento: una ballata folk struggente, creata essenzialmente intorno a una chitarra acustica tranquilla e al piano, sulla quale si distende una voce bellissima, limpida e carica di malinconia; a quanto si è visto, Wolfe l’ha indicato, insieme alla conclusiva “Dancer in the Sky”, come uno dei pezzi che più l’hanno portata fuori dalla propria comfort zone e il brano dimostra in effetti come la nuova veste possa rinunciare quasi completamente all’abituale peso sonoro senza perdere necessariamente oscurità e profondità. Più problematica appare invece “Seethe”, nata, a quanto pare, al basso, strumento da cui l’artista non è solita partire nella composizione, con l’idea di ottenere un movimento particolarmente incalzante: su quel basso piuttosto marcato la musicista interviene con voce limpida, controllata e decisamente meno tragica di quanto siamo abituati ad ascoltare, fino a raggiungere un ritornello aperto, orecchiabile, quasi danzereccio che, come è stato purtroppo notato, finisce per ricordare certe soluzioni degli Evanescence; un’associazione fino a qualche tempo fa difficilmente immaginabile parlando di Chelsea Wolfe. La title track è invece una vera ballata folk dolente, dal mood più crepuscolare che propriamente dark, costruita inizialmente intorno alla chitarra acustica e a tonalità vocali tenui: l’oscurità, qui, è nell’anima e acquista progressivamente maggiore intensità fino al finale più pieno, al quale contribuisce anche la batteria di Stella Mozgawa delle Warpaint. La sorpresa arriva però più avanti con “Death Is Not the End” che, per circa metà della sua durata, sembra proseguire sulla strada intrapresa dal resto dell’album: chitarra acustica e un canto sommesso e dolce, quasi sussurrato; poi, improvvisamente, l’atmosfera cambia e irrompe una possente chitarra, affidata a Robin Finck, storico collaboratore live dei Nine Inch Nails: è il momento in cui ritroviamo la ‘nostra’ Chelsea Wolfe, ma senza che venga abbandonata la nuova delicatezza vocale, con toni morbidi intorno ai quali prende forma un arrangiamento corposo, potente e bellissimo. La conclusiva “Dancer in the Sky” conferma infine la vocazione più orecchiabile del disco con una melodia immediata, dall’aria vagamente romantica, sostenuta però da un’intensità crescente e da un’interpretazione piena di pathos e passione che le impediscono di scivolare nella semplice piacevolezza: un finale aperto e fortemente emotivo, forse lontano dalla Chelsea Wolfe più tormentata e abrasiva.
The Dark è un album destinato a far discutere; sarebbe però ingeneroso liquidare la sua maggiore accessibilità come una semplice concessione a formule più facili. Il lavoro contiene momenti molto belli, conserva intatta la carica emotiva e rappresenta soprattutto una tappa importante nel percorso di un’artista che non ha mai avuto paura di cambiare. Wolfe sceglie ancora di seguire ciò che sente, anche quando questo significa deludere le aspettative di chi la apprezza da anni, con la libertà che ha sempre caratterizzato la sua personalità artistica.