
Lost Memories
L’attacco furibondo di “Five centimers to suicide” non ammette esitazioni né fraintendimenti: pulizia chirurgica del suono, forza controllata, pausa centrale che richiama a sé l’attenzione, ripresa che inocula nel brano siero gothic prima che la corsa riprenda. Episodio che chiudeva “Distorted perceptionz” del 2003, dal quale viene ripresa anche “The negative man”, che qui si fa dichiarazione di intenzioni di un quartetto che, auspicabilmente, ha ritrovato continuità compositiva, tre dischi in quattro anni fanno ben sperare per il futuro. Ma sono proprio i propositi che Lost memories rivela ad ascolto (a più ascolti, non limitiamoci al primo!) ultimato ad elevare l’opera tra le meglio riuscite in carriera per i suoi creatori, venendo questi assolti da undici tracce più outro ove il complesso lascia spazio all’estro, come immediatamente certificato proprio dalla policroma “The negative man”. Sul tessuto melodic death, mantenuto sempre vivo, vengono innestati elementi, ancora una volta, gothic (preponderanti in “All the promises of the World” ove sì, sullo sfondo si stagliano i Paradise Lost ma pure i Cradle oF), poi classic metal, fughe in avanti prog metal ed una espressività densa. Se i tipici canoni del suono di Gothenburg sono ancora parte dell’esposizione, essi non costituiscono più un modello assoluto al quale riferirsi, ma questo era già stato chiarito in passato, che in questa istanza viene riletto (salvo alcuni, trattasi a tutti gli effetti di una ripresa/rilettura di brani già presenti sui dischi precedentemente pubblicati, alla posizione numero quattro della scaletta, si colloca infatti una versione rinnovata ribattezzata “2K26”, di “Nekroantimateria”, in origine presente su “7 steps to nothingness” del 2004), si prenda ad esempio la solenne “Awakening beyond the veil” che rilegge gli Opeth con grande personalità (ma non si genuflette dinanzi ad Åkerfeld). Lost memories fa della forma uno dei suoi principi, una forma algida che si frange in traiettorie sonore perfette, ma è appunto sulla narrazione che Giuseppe Nicolò ed i suoi colleghi fanno fede: la sezione ritmica (Gianfranco “Noxifer” Logiudice e Demetrio “Vein” Calafiore) mostra grande vitalità, motore di energia e di brio che offre solide fondamenta alle chitarre del founding member, e le tastiere di Annalisa “Dysphoria” Logoteta non si limitano al semplice abbellimento, incidendo significativamente e prendendosi il giusto spazio nelle brevi strumentali “Living hope”, non trovo accrediti in merito al violino, presente anche in altri brani, ed “And the walls come tumbling down” (Style Council?), la quale s’innesta nella successiva “Everybody wants to rule the world again” che cita la semi-omonima dei Tears For Fears superando l’angusta definizione di cover. “Shrine of the useless Gods” è altro episodio sul quale porre attenzione, cambi di tempo repentini ma fluidi caratterizzano una delle canzoni più incisive di Lost memories, disco che conferma ed amplia quanto già espresso sul significativo “Songs From The Restless Oblivion”: non solo continuità, ma una evidente volontà di progredire (“Awakening beyond the veil”, già citata ma utile ribadire, e “The rapture of the End” ove si palesa l’utilizzo dell’italiano nei cori, anch’essa poggiante su trame goth). Che fornisce una interessante chiave di lettura, in vista di ulteriori prove.
Lost memories è disponibile anche in edizione speciale doppio CD includendo il dischetto bonus “The darkest live”, primo live ufficiale dei MoaLS registrato al Mindhouse di Palermo nel giugno scorso.
