My blood my dear

Tornare a casa, con le ombre dei tigli che si allungano pigre sul verde del prato, mentre il Tempo che l’uomo s’illude di misurare e piegare al suo volere capriccioso pare fermarsi, curvando in un’ansa per offrire riparo a chi vorrebbe che, il Tempo, si trattenesse davvero, sospeso in un Autunno infinito.

My blood my dear ci riporta in quella casa, in quell’Autunno di crepuscoli rifulgenti, di luci che si rifrangono eppoi s’addensano, di note che fluttuano come pulviscolo. Le chitarre rassicurano, il basso e la batteria infondono misurato brio, la voce delicata ma ferma delinea, e nel finale essa si libera e ci abbandona così, ai nostri pensieri, quelli della stagione più bella che ci allontana dal bagliore accecante e dalla greve calura ed allo stesso tempo apparecchia il riparo per lo spirito ed il corpo provati dall’arsura, spazio (illusorio?) ove celarsi, raggomitolarsi e smarrirsi.

My blood my dear riassume i classici dello shoegaze senza essere per questo didascalica. Ti fa scivolare lentamente, con l’indolente dolcezza del primo Autunno, in quello spazio liminale tra sogno e realtà ove ci si rifugia per trovare conforto, per dimenticare solo per un battito di ciglia. Ove porsi domande, ove cercare risposte. Lo fa tracciando una nuova linea, abbracciando un suono (sempre curatissimo) apparentemente più accogliente; sotto la sua superficie levigata esso cela però un’anima umbratile, un nucleo, dal quale i Novanta stanno sviluppando una nuova, intrigante narrazione che scopriremo. Pazientiamo però ancora, e diamo tempo ai frutti, e quelli dell’Autunno sono i più saporosi, di maturare.