I Papillon de Nuit sono una formazione nata a York nel 2024 intorno alla figura di Stephen Kennedy, musicista con una lunga esperienza alle spalle nella scena inglese. Partiti inizialmente come progetto solista e cresciuti poi fino ad assumere la forma di un collettivo, si muovono in un territorio piuttosto personale nel quale suggestioni gothic e post-punk incontrano elementi neoclassici, ambient e cameristici, con pianoforte e violoncello spesso in primo piano e una spiccata dimensione teatrale. Dopo una serie di singoli pubblicati nell’arco di un paio d’anni, arrivano adesso al debutto sulla lunga distanza con Musetta.
Non è casuale la scelta del titolo: Musetta rimanda infatti all’omonimo personaggio della Bohème di Puccini, un riferimento che ben si accorda con la componente teatrale e classicheggiante che, come si diceva, attraversa lo stile dei Papillon de Nuit. L’album raccoglie nove brani, cinque dei quali già usciti come singoli, inserendoli però in un insieme coerente accanto alle nuove composizioni. Nelle presentazioni e nelle recensioni apparse in rete, il disco viene letto come un percorso segnato dal trascorrere del tempo, dalla memoria, dalla perdita e dalla mortalità. La scrittura si rivela volutamente libera e poco convenzionale: il lavoro è compatto ma tutt’altro che uniforme, più vicino per certi aspetti a una successione di piccoli quadri narrativi che a una tradizionale raccolta di canzoni.
Ad aprire il disco è “Jude”, ove il pianoforte porta avanti una melodia assai malinconica, assecondata da un’interpretazione vocale molto coinvolgente: canto e pianoforte vengono interrotti da respiri e spoken word, prima che il pezzo acquisti consistenza evocando, a quanto si è letto, una foresta immersa nella nebbia. Più incalzante è “The Pilgrim’s Arc”, cui batteria e un basso particolarmente corposo imprimono un andamento più serrato, in netto contrasto con la sofferta apertura di “Jude”; il ‘gioco’ di voci nella seconda parte contribuisce a rendere l’atmosfera progressivamente più cupa, quasi funerea. “Sister, Dear” presenta i contorni di una ballata di grande intensità, sostenuta da un suggestivo intreccio di chitarra, pianoforte e archi e da un passo più morbido e disteso. “Sea Within an Ocean”, poi, accentua ulteriormente la componente classicheggiante del progetto: pianoforte e archi, con il violoncello in bella evidenza, costruiscono fin dall’inizio una dimensione un po’ sospesa, nella quale si sviluppa una melodia intima e profondamente malinconica. A chiudere Musetta è “Frozen Charlotte”, brano caratterizzato da una ritmica pronunciata, quasi marziale, sulla quale tornano pianoforte e violoncello; il titolo rimanda a un’oscura leggenda morale di epoca vittoriana legata ai temi della vanità e dell’impazienza, che Kennedy, come spiegato da lui stesso, ha voluto trasformare musicalmente in una storia ‘raccontata al galoppo’.
Nel complesso Musetta è un debutto decisamente interessante, soprattutto per la naturalezza con cui i Papillon de Nuit riescono a far convivere linguaggi e suggestioni differenti senza dare mai l’impressione di accostarli in maniera artificiosa. Un disco introspettivo e inquieto, a tratti sorprendente, che lascia la curiosità di capire in quale direzione potrà evolvere un progetto ancora così giovane.
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