La Missione

di Mario Moi

Anno del Signore 1365, nella città di Potenza.

Mentre Fernando lo conduceva verso la cella, Eymerich gli chiese se le gestanti di cui aveva parlato il giovane francescano si trovassero ancora all’ospedale. Il frate guardiano annuì: “Una di esse potrebbe partorire a momenti”
“Bene. Voglio recarmi là. Qual è la strada?”
“E’ un po’ difficile da spiegare, padre Nicolas. Se avrete la compiacenza di attendermi, fra un’ora vi ci porterò io stesso: ho alcune incombenze da sbrigare.” Il frate guardiano affettò un sorriso che irritò Eymerich quasi più della risposta.
“Padre Fernando, ascoltatemi bene. Voi mi avete chiamato perché verificassi la presenza del Maligno e la estirpassi da questi luoghi. Sono qui da poche ore, e voi, anziché mettere il convento a mia disposizione, già due volte mi avete fatto aspettare, rallentando l’indagine. Chi mi ha inviato potrebbe pensare che i vostri scopi siano differenti da quanto avete dichiarato, e che forse non volete neppure che io porti a termine il compito assegnatomi”
“Mai, padre, mai mi permetterei”, la voce di Fernando si fece querula. Eymerich lo interruppe: “Vi aspetterò. Sappiate tuttavia che d’ora in poi non voglio più sentire risposte come questa”
Entrò nella sua cella, mentre Fernando se ne andava frettolosamente. Rimasto solo, ispezionò la cella alla ricerca di insetti. Non ne trovò, e ne fu sollevato. Riflettè quindi sulla sua situazione. In terra nemica, e senza poter nascondere il proprio nome, né l’appartenenza all’ordine dei frati predicatori. Si domandò quanto ci sarebbe voluto perché tutto il convento scoprisse chi era in realtà. C’era poi il mistero del papa. L’abate di Grimoard era stato in buoni rapporti con lui; eppure, una volta asceso al soglio pontificio, gli aveva dimostrato un’ostilità sorda e inspiegabile. Si sentì solo, e improvvisamente desiderò la presenza al suo fianco di un collaboratore fidato. Ma fu un attimo, che superò irritandosi con se stesso per la propria debolezza.
Fernando tornò dopo mezz’ora. “Ha sbrigato in fretta le sue faccende”, pensò Eymerich, soddisfatto di essere riuscito a chiarire rapidamente il tipo di collaborazione che si aspettava. Si incamminarono verso l’ospedale. Lungo la strada Eymerich dovette fermarsi diverse volte per aspettare il frate guardiano e lanciargli occhiate spazientite. Faticava a nascondere il disprezzo per questo frate flaccido e molle, il cui corpo era lo specchio di una vita indulgente a peccati da cui si sarebbe dovuto astenere.
Giunto all’ospedale, si fece condurre subito da una delle due gestanti. La donna, sui vent’anni, era in preda a spasmi. Il volto era giallastro; il ventre rigonfio era percorso da movimenti innaturali che provenivano dall’interno. Lo strano racconto del giovane Severo corrispondeva dunque a realtà.
Fin dai primi istanti Fernando aveva distolto lo sguardo dalla donna. Eymerich lo ignorò, e impassibile si mise ad osservarla, aspettando il momento per rivolgerle delle domande. Questa, con la bava alla bocca, riusciva a malapena ad articolare parole miste a grida e a suoni gutturali. Eymerich riuscì comunque a sapere che la donna fin dall’inizio della gravidanza era stata vittima di continui incubi popolati da demoni, in cui l’unica presenza amica era una donna dagli occhi tristi e vestita di nero – la Madonna, lei diceva.
Nelle sue frasi non notò nulla che potesse essere collegato a culti blasfemi, ma le poche parole scambiate non potevano fornirgli alcuna certezza, e si ripromise di interrogarla più a fondo in un altro momento.
Infine le chiese: “Conoscevi per caso qualcuno dei frati che ti hanno assistita?”
“No.”
“Conosci altri frati del convento dei Francescani?”
“No.”
“Non conosce nessuno di noi, né noi l’avevamo mai vista prima di prestarle soccorso”.
Eymerich si voltò.
Dietro di lui non c’era più il padre guardiano, al suo posto era comparsa la figura ossuta di frate Michele da Altamura.
“Avete scoperto qualcosa, padre?” continuò Michele.
“Ho scoperto che se si ha pazienza questa donna può rispondere anche da sola, quindi vi prego di non interferire” ribattè Eymerich stizzito. “Cosa ci fate qui, fratello Michele?”
“Quello che fate anche voi: dare un poco di conforto a questa povera donna. E cercar di comprendere.”
“Questa povera donna potrebbe essere sotto l’influsso di Satana, ed è questa la circostanza da appurare, prima di stabilire se le si debba dare conforto religioso.” Eymerich reagì con durezza al tentativo conciliante del francescano, che tuttavia continuò a parlare con la sua voce sommessa.
“Sono qui anche per trovare tracce delle cause che hanno generato l’orrore che abbiamo sotto gli occhi e darne una spiegazione logicamente accettabile, secondo i preziosi insegnamenti di Raimondo Lullo da Maiorca”.
“Non conosco l’uomo di cui parlate, e non ho intenzione di disquisire sui vostri metodi di indagine” mentì Eymerich. Conosceva bene l’Ars Magna di Lullo, nella quale già da tempo aveva ravvisato il seme dell’eresia. Altrove, avrebbe potuto bruciare come eretico l’incauto frate soltanto per quella frase appena pronunciata. Ma qui non era possibile; quindi tagliò corto. “Che elementi avete raccolto?”
Michele fu rinfrancato da questa inattesa richiesta “Pare che il fenomeno interessi essenzialmente le donne incinte e le creature che esse portano nel grembo. Se ci fosse un piano nefasto dietro tutto ciò, penserei che il Maligno voglia colpire con questa piaga l’immagine divina della Madonna Madre di Dio, molto venerata in questa città”.
Eymerich si morse la lingua. Aveva colto nelle parole di Michele una forte enfasi verso la figura della Madonna che lo qualificava senza dubbio come frate spirituale, ma anche come potenziale eretico, di una blasfemia simile a quella dei luciferiani. Di nuovo si trattenne e non rispose, anche perché improvvisamente sulla porta comparve padre Fernando, paonazzo in volto, che gridava: “Venite! Il, il… è nato”
I due religiosi si precipitarono in una cella vicina, dove videro un neonato privo di occhi e di braccia, e con le gambe spaventosamente corte. Era vivo, ma difficilmente lo sarebbe rimasto a lungo. La madre giaceva inerte sulla branda, lo stesso colorito terreo dell’altra donna, gli occhi spalancati e le pupille rovesciate.
“In questa città abita il demonio.” Eymerich si rivolse con rabbia ai due frati “Accompagnatemi da frate Modesto.”
I tre si recarono alla ricerca dell’anziano frate, attraversando vicoli e strade insolitamente affollate di uomini e merci in esposizione; proprio in quei giorni infatti si teneva la locale fiera di S.Gerardo. Trovarono Modesto seduto sul gradino di una porta, in apparenza confuso ed esausto, e rapidamente lo misero al corrente degli ultimi eventi. Finito il racconto, Modesto si alzò con energia insospettata e cominciò a gridare “E’ il segno, ecco le schiere di Satana!” Si fermò. Gli occhi spiritati oltrepassarono i confratelli, e prese a delirare: “Guidami, tu sola puoi indicarmi la via!” Poi crollò a terra, farfugliando parole sconnesse fra le quali ai presenti parve di cogliere “vita” e “morte”. Infine perse i sensi del tutto.

Mario Moi

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