Menti Semplici

di Mara Marchesan, Paolo Porrà, Alessandro Vicenzi e Mario Moi

Anno del Signore 1365, nella città di Potenza.

Albeggiava appena nelle campagne attorno al monastero. La pioggia batteva così forte da impedire quasi la vista, e il rombo dei tuoni pareva giungere dal cuore della terra invece che dal cielo. Un folto gruppo di uomini si dirigeva compatto, con gli arnesi da lavoro in spalla, verso una piccola ansa dove il fiume, prima di tuffarsi sottoterra, veniva quasi coperto da una formazione rocciosa; le acque si insinuavano all’ombra del costone e poi venivano inghiottite dal suolo.
Nicolas Eymerich aveva guidato il gruppo fino al punto in cui l’ansa del fiume diventava visibile. Quindi, con poche dure parole aveva indicato a Fernando il da farsi, non mancando di minacciare la punizione per un eventuale fallimento o ritardo… Il lavoro doveva essere fatto entro Compieta, ordinò prima di andarsene nella pioggia, con passo deciso.
Il frate guardiano si fermò a pochi passi dalla sponda resa scivolosa dall’acqua. “Dovete salire sopra il costone e farlo franare”, disse ai braccianti che lo avevano seguito sotto la pioggia sferzante. Gli uomini, in piedi dall’alba senza saperne ancora il perché, parvero non comprendere il significato di quello strano ordine.
“Ma… crollerà tutto!” si lamentò uno, interpretando il sentimento dei suoi compagni.
“Non discutete e fate come vi dico. Iniziate a lavorare. Per questa notte tutto deve essere compiuto.” Come avrebbe potuto padre Fernando spiegare qualcosa che non aveva compreso neppure lui? Bestemmiando a denti stretti per il freddo e la pioggia, gli uomini si misero al lavoro. Fernando restò lì a guardare, in una nicchia rocciosa, tremando di freddo e paura, masticando nervosamente una pagnotta ancora calda di forno.

Novembre 2054, Scanzano Ionico. Inaugurazione dell’Impianto di smaltimento della A.A. G.m.b.H.

Al centro della grande tensostruttura, un piccolo gruppo di eleganti signore, intente a sorseggiare costoso e raro champagne GM-free, ammirava l’abito argento e oro di Sua Eminenza cardinal Luchini, intento a discutere con un’altra personalità religiosa: l’Imam di Matera.
“Credo davvero che lei stia esagerando!”, urlò il prelato.
Nonostante i due rappresentassero i vertici locali delle religioni con maggior numero di fedeli nella Repubblica di Lucania, l’argomento della loro discussione poco aveva a che fare con il divino.
“Questo impianto, cara signora, darà lavoro a centinaia di persone, e porterà ricchezza! La vostra religione barbara si oppone al progresso scientifico, lo so! Fosse per voi, vivremmo tutti nelle caverne come i vostri santoni in New Texas, eh?”.
Karima contò fino a dieci. Non poteva dire lì quello che pensava del New Texas e delle sue leggi. Si calmò al pensiero di dover resistere in quella situazione ancora per poco, fino al messaggio di Peter. Aveva pensato che insinuare il dubbio in un discreto numero di menti, chiacchierando, fosse una buona idea, ma si era scontrata subito con il cardinal Luchini – uno dei più retrogradi cristiani che avesse mai conosciuto in vita sua. Il religioso Da anni combatteva un’anacronistica guerra privata contro l’Islam in generale, e con lei in particolare.
“La pensi come vuole, eminenza,” disse, “solo, rifletta sulle mie parole. Questa mostruosità non è la vita delle nostre terre. Porterà la morte.” Non rimase ad attendere la risposta di Luchini. Si fece largo tra le signore ingioiellate e sparì verso il buffet.

Anno del Signore 1365, Potenza, palazzo del Giustiziere.

Nella sala deserta, il Giustiziere di Basilicata sedeva pensieroso sullo scranno dal quale ogni giorno decideva sulle colpe o sui meriti del popolo.
Ma stavolta ciò che lo tormentava non riguardava fatti e persone comuni. La prospettiva di far trascinare davanti a sé in catene l’inquisitore Nicolas Eymerich non era cosa da prendere alla leggera; l’inquisitore e le persone che lo proteggevano erano pericolose come serpi. Sospirò e scosse la testa, rileggendo per l’ennesima volta la missiva pontificia. Era tutto inutile. Il volere di Urbano V era inequivocabile. Il domenicano doveva cadere, in un modo o nell’altro.
Il suono dei passi nel corridoio lo distolse dai suoi pensieri. Come alzò lo sguardo, vide avvicinarsi la sagoma massiccia e inconfondibile del capitano della guardia.
“Mi avete fatto chiamare, signore?”
“Sì, Giovanni, entra pure. Ho delle istruzioni da darti”

1365. Convento dei Frati Francescani, Potenza.

Eymerich aveva fatto appena in tempo a rientrare nella sua cella e appoggiare il mantello grondante di pioggia su un gancio al muro, quando Modesto bussò alla sua porta. Gli fu aperto subito. L’inquisitore rimase sulla soglia, fissandolo seccato:
“Ah. Siete voi, Modesto.”
“P-perdonate il disturbo…” balbettò il francescano.
“Che volete? Convincermi della bontà vostra e dei vostri compari? Perdete tempo. Ho già visto abbastanza. Domani stesso ripartirò per la mia sede, e informerò chi di dovere. Mi spiace solo che non potrò vedervi ardere come meritate.” Eymerich fece per chiudere la porta.
“No, padre, vi prego… ascoltatemi,” lo implorò Modesto, afferrandolo per la veste.
“Come osate toccarmi!” Modesto ritirò le mani terrorizzato, poi continuò a parlare: “Capisco la vostra diffidenza, ma vi prego, non giudicate in modo frettoloso. Quello che è accaduto l’altra notte può avervi lasciato sgomento, ma è normale, la prima volta. Vi prego, tornate stanotte, sapendo che cosa aspettarvi. Tornate e vi renderete conto di dove sia il Male da sconfiggere. Poi, potrete fare ciò che volete.”
Eymerich rimase in silenzio, guardando a terra. Il suo piano procedeva a gonfie vele.
“E sia,” disse infine “sappiate comunque che manderò oggi stesso una missiva al Santo Padre, con alcune mie osservazioni sui fatti di queste demoniache terre. Se dovesse accadermi qualcosa, voi e i vostri compari Sarete ritenuti colpevoli.”
Modesto si inginocchiò davanti a Eymerich. “Sapevo che avreste capito, padre. Passerò a chiamarvi questa notte.”

2054. Scanzano Ionico. Impianto della A.A. G.m.b.H.

“Peter, perché me l’hai detto solo adesso?”
Mentre spiegava a Mordechai Wurtz cosa aveva in mente, Peter Stanton non poteva evitare di darsi dello stupido. Conosceva Wurtz dai tempi dell’università, e negli anni -seppure di rado- si erano sempre tenuti in contatto. L’ultima volta che si erano parlati, quasi un anno prima, l’amico gli aveva anche raccontato del suo nuovo lavoro nel Sud Italia, avrebbe dovuto pensare a lui subito, dopo aver parlato con l’Imam. E invece pareva rendersi conto soltanto adesso, guardandolo armeggiare con la consolle dei comandi del reattore.
“E’ una storia lunga… So che sei molto in gamba Mordechai… Riuscirai ad aiutarmi?”
“Mein Gott, Peter, è pazzesco… Avevo capito che c’era qualche distorsione nel bilanciamento energetico dell’impianto, ma questo… è peggio di quanto potessi immaginare. Come hanno potuto arrivare a tanto?”
“Bisogna riuscire a fermarli…”
“Sehr Gut.” Gli occhi di Mordechai brillavano di entusiasmo “Col tuo discorso mi hai spaventato, ma adesso… Mi sembra di vivere in uno di quei romanzi che leggevo da ragazzo!”
“Magari lo fosse, almeno saremmo sicuri del lieto fine. Ma la mia domanda E’: puoi farlo?”
“Sì, Peter: sono responsabile tecnico di uno dei reattori psitronici. Potremo eseguire e controllare tutte le operazioni direttamente dalla mia postazione.”
“Splendido!”
“Ma ci vorrà un po’ di tempo: tutti i parametri del flusso psitronico vanno riconfigurati secondo le tue specifiche, e di certo la modifica non passerà inosservata ai controlli automatici di sicurezza dell’impianto. Ci toccherà entrare anche nel sistema centrale di gestione dei controlli, e ridefinire tutte le impostazioni di tollerabilità. E se risulterà impossibile, dovremo disattivare il controllo, o almeno il dispositivo di segnalazione. Insomma, potrebbe essere un lavoro lungo. Quanto tempo abbiamo?”
“Poco: una ventina di minuti”
“Stai scherzando?! Dobbiamo raggiungere subito la postazione. Ti mostrerò il pannello di monitoraggio del raffreddamento, così mentre io sarò impegnato nelle modifiche tu potrai tenerlo d’occhio: come sai bene, alcuni componenti devono essere portati a incandescenza per provocare il flusso.”
“Certo. Muoviamoci.”

1365. Convento dei Frati Francescani, Potenza.

La lettera al Papa era scritta: concisa, puntuale e permeata di corrosiva lucidità. Prima di apporre il sigillo, l’Inquisitore si era assicurato che tra le varie considerazioni spiccassero per asprezza quelle indirizzate proprio a Urbano V. Non aveva certo intenzione di consegnare ad alcun messo quella lettera: l’avrebbe recapitata lui stesso al Vicario di Cristo.
Eymerich era immerso nei pensieri, mentre esaminava gli affreschi del chiostro. Immaginava che Severo stesse vagando per il convento, cercandolo con quella sua aria da ragazzino mansueto, e dunque dove attenderlo se non lì, al riparo dalla pioggia battente? Dopo pochi minuti, vide Severo camminargli incontro. Giovane e prevedibile sciocco, pensò, mentre gli faceva cenno di fermarsi. Per completare la farsa, Eymerich si avvicinò al frate e gli parlò quasi sussurrando:
“Frate Severo, non può che essere la Divina Provvidenza a farci incontrare in un momento tanto propizio.” Severo annuì enfatico, compiaciuto in segreto per la sua scaltrezza. “Sappiate che stanotte Modesto e Michele intendono celebrare un rito molto significativo nei pressi del lago ipogeo. Io stesso sarò presente – lo sguardo puntuto di Eymerich non faceva trapelare alcuna emozione o sottinteso di sorta – e fareste bene a trovare il modo di partecipare anche voi, se volete essere tenuto in maggior considerazione dai vostri confratelli.” Severo annuì in silenzio.
Entrambi si allontanarono soddisfatti.

Novembre 2054, Scanzano Ionico. Inaugurazione dell’Impianto di smaltimento della A.A. G.m.b.H.

Dopo il breve e acuminato scambio di battute con quel megalite di arroganza e pregiudizio che era il cardinal Luchini, l’Imam si sentiva alquanto alterata. Per fortuna, nulla trapelava dai suoi gesti misurati e armoniosi, frutto di lunghi anni di ferrea disciplina interiore. Le molte battaglie affrontate le avevano insegnato l’importanza di mantenere la concentrazione focalizzata solo sull’obiettivo. “Respira, prendi la mira, crea il vuoto e quando è il momento scocca la tua freccia. Nient’altro che il bersaglio deve starti a cuore” si ripeté con l’abbozzo di un sorriso, mentre allungava il braccio per versarsi del succo di pregiato lampango.
Il rappresentante della A.A.G.m.b.H. le si avvicinò, annunciato dall’aroma plasticato che lo avvolgeva e dalla sua risatina sincopata.
“Quale onore illustrissima Signora! Siamo lusingati di avere anche Lei tra i nostri pregiati ospiti in questa grande, grandissima occasione.” Un’asciutta stretta di mano, permeata di falso calore, andò a completare la recita.
La guida spirituale ribatté con un elegante attacco frontale, moderato nei termini ma feroce nella sostanza: “Il piacere è tutto mio. Sono davvero colpita dal vedere come la raffinatezza del progresso ci conduca per mano verso orizzonti sempre più vasti, degni dei deserti più aridi e inospitali. Una cinquantina d’anni fa intendevano seppellire le scorie radioattive a centinaia di metri di profondità, nelle stesse miniere da cui proviene il prezioso elemento che sempre mi accompagna – la donna estrasse dalle pieghe della veste un piccolo amuleto opalescente in forma di luna bicorne – ci volevano far credere che così la loro carica distruttiva sarebbe stata neutralizzata. Che idea grossolana.”
Il risolino al vetriolo del rappresentante della A.A. G.m.b.H. non si era fatto attendere. Polemiche e invettive non lo scalfivano affatto, aveva affrontato ben di peggio negli ultimi anni che una meticcia in vena di moralismo. Lui era la faccia dell’azienda. Sorridente, gentile, inattaccabile. Aveva giustificato azioni ben peggiori dell’installazione di un impianto di smaltimento di scorie radioattive, basato su una tecnologia sperimentale non del tutto chiara; e davanti a un pubblico infinite volte più ampio. In caso di malfunzionamento, la A.A.G.m.b.H. avrebbe fatto causa al progettista e si sarebbe dichiarata parte civile. Ne sarebbero usciti puliti e, se possibile, ancora più ricchi.
L’Imam lo incalzò, ormai sempre più proiettata verso il discorso che avrebbe fatto sul palco di lì a poco: “Oggi lorsignori vogliono addirittura convincerci di aver trovato la formula che farà scomparire le scorie in modo definitivo, senza lasciare traccia alcuna nell’intero creato. Ma i miracoli non fanno parte della scienza, e la vostra è blasfemia allo stato puro.”
Stava per aggiungere dell’altro, i pensieri le affioravano a fiotti: falde acquifere contaminate, malformazioni nei neonati, aumento dei casi di tumore, mutazioni incontrollate, povertà, morte, malattia e desolazione, il suolo violentato, l’aria appestata, l’acqua avvelenata… Ma in quel momento i suoi occhi incrociarono quelli del governatore, che – data un’occhiata furtiva al pneumorologio – le lanciava sguardi carichi di apprensione e fretta, pur mantenendo intatto lo smagliante sorriso che tanta fama gli aveva dato. Si congedò rapida dal manager: “Voglia scusarmi egregio, ma credo sia ora che mi avvicini al palco.” Lui cercò di trattenerla per un baciamano, ma la donna si stava già avviando spedita verso la struttura argentata, circondata dagli occhi elettronici di decine di olocamere.

Anno del Signore 1365, Potenza, palazzo del Giustiziere.

“Chiedo permesso, signore”
“Ah, siete voi. Venite avanti” Dallo scranno, il Giustiziere fece cenno di entrare al frate che stava sulla porta. “Ebbene, frate Severo?”
Il francescano, fradicio di pioggia per il gran temporale, si avvicinò ansimando. Doveva essere arrivato di corsa, e la fretta non è mai un buon auspicio.
“E’ per stanotte” sussurrò. “Dopo Compieta, nel luogo di cui vi ho parlato”
“Capisco. E’ prima di quanto pensassi, e non vorrei commettere qualche imprudenza. Siete certo di quello che dite?”
“Più che certo. Lo stesso Eymerich mi ha confermato la sua presenza. Quanti uomini potrete avere a disposizione?”
Quest’ultima singolare notizia non tranquillizzò affatto il Giustiziere, che tuttavia rispose alla domanda senza tradire i propri dubbi “Venti uomini, comandati dal capitano della mia guardia. In due ore saranno pronti.”
Severo, sollevato, si lasciò sfuggire un sorriso “Bene. Se mi permettete, penso che sia giunto il momento di decidere i dettagli”

Mara Marchesan, Paolo Porrà, Alessandro Vicenzi e Mario Moi

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