Ataraxia: Centaurea

Titolari di una discografia impressionante nei numeri (ventinovesima stazione, se contiamo live, raccolte, collaborazioni i numeri sono imponenti) e, non trascurabile, soprattutto nella qualità (parolina magica che negli anni 20/20 pare sia doveroso infilare in ogni dove, ma che in questo caso, trattandosi di Arte, adopriamo con cognizione), gli Ataraxia compiono l’ennesimo passo, andando ad aggiornare la lunga lista con un nuovo titolo. Tornando a soffermarci sulla qualità citata, smarrendosi tra il loro sterminato repertorio, individuare un episodio debole è fattore attribuibile più ai gusti individuali che alla sostanza. Oggi ascoltiamo Centaurea, e valiamoci dei suoi pregi, dei suoi miti narrati, della sua Bellezza austera. Ennesimo disco che del loro stile è calco perfetto, ma non esercizio di forma. Ogni passo ha la sua importanza, ed in questo caso, trattandosi dell’episodio centrale di una trilogia avviata con “Pomegranate” del 2022 e che si concentrerà per la chiusura sui Campi Elisi, la narrazione assume un ruolo ancor più importante.

Centaurea è graziato da un lavoro grafico immaginifico, quella cura che ad ogni aspetto Essi riservano è segno di una visione ampia, matura che include, che accoglie e che soddisfa la curiosità. Esplorazione. Che si tratti del formato vinile (dorato in edizione limitata a cinque centinaia di copie) o del disco compatto, i contenuti differiscono così che ognuno, sbarcando nella sua Centaurea, incontrerà i diversi paesaggi che la sua immaginazione dipingerà.

Ma Centaurea è un disco, ed allora si analizzi i suoi contenuti. Ma non fatelo con mero spirito catalogatore, immergetevi nelle sue acque, bagnatevi, lasciatele scorrere sulla pelle arsa dalla quotidianità. La tracklist conta dieci episodi equamente partiti tra la parte uno “Aqua Mater”, la Madre dalla quale tutto si genera, e parte due, “Ignis Pater” che monda i peccati e le brutture con il calore della sua fiamma. Le parole di Francesca Nicoli risuonano severe, intonando canti che percuotono il costano, ovvero empiono i cuori, le musiche che l’accompagnano, che la guidano o la sostengono appartengono già a quella classicità che Essi rappresentano al suo meglio. Ataraxia riabbraccia le liriche di Mara Paltrinieri, riallacciandosi così al proprio passato e dirigendosi ferma verso il futuro, i suoni invece il violoncello di Totem Bara e la cornamusa (no, mi correggo, la famiglia è quella, queste sono uillean pipes) di Gregorio Bellodi, introducendo “The source” che inaugura Centaurea (con “Ignis Pater” la ricupererete solo nella versione cd), compagni attenti di Vittorio Vandelli e Giovanni Pagliari, sempre sensibili, accorti tessitori di melodie incantevolmente sublimi. Una Comunione di Spiriti, di Anime che in quest’Arte magnifica coltivano un’affinità monastica.

Le canzoni. Ognuno di voi, Carissimi, troverà la sua favorita. L’ambiente, l’atmosfera, la predisposizione vi guideranno. Se splenderà il sole ovvero, come ora che sto scrivendo, nembi solcano e s’aggrumano nel cielo con compassata intenzione d’impossessarsene. Io mi soffermo, ancora una volta, su “Of Snow and Sapphires” e chi mi conosce converrà.

Non disperdete una sola nota, una sola goccia.

Hadrianus:
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