Motus Tenebrae: Deathrising

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Riprendo il percorso di dove l’avevo interrotto. Il vialetto delimitato dalla doppia, ordinata fila di cipressi, le punte dei quali sfiorano il cielo, che pare così vicino, incombente colla sua massa grigia, il crepitio sordo del ghiaino ove affondano i miei passi… La celebrazione del doom. Deathrising segna il compimento dei primi tre lustri di vita artistica dei pisani Motus Tenebrae, ai quali all’epoca di “Wayside” (2005) prospettai un futuro di gloria, alla luce degli interessanti contenuti di quell’opera, spunti elaborati poi nell’arco di una carriera caratterizzata da una qualità omogenea. Ed il terzetto di brani che apre questo ciddì, pubblicato sotto l’egida della stimabilissima My Kingdom Music di Francesco Palumbo, rappresenta il meglio che il versante più goth del genere abbia fino ad oggi espresso. “Our weakness”, “Black sun” e “For a change” sono figlie delle tenebre, richiamate nel monicker del quintetto, della nebbia che cela al nostro sguardo la distesa smeraldina della brughiera, prima che la mortifera “Light that we are” la spazzi via colla sua irruenza. Sì, My Dying Bride, Anathema e Paradise Lost rappresentano la genesi, ed i MT li omaggiano rispettosamente, avendo letto con attenzione i loro breviari, ma Luis McFadden (interprete eccellente di queste oscure melodie) e compagni si liberano di ogni residuo, ingombrante fardello, mantenendo sempre viva la tensione, coinvolgendo l’ascoltatore nelle loro meste elucubrazioni, assisi sulla roccia festonata di musco che s’affaccia sul camposanto del villaggio, distesa irregolare di povere croci di legno che segnano modeste sepolture. Ed ecco che in “Faded” (siamo alla quinta stazione) emerge un altro cardine dell’epopea MT, quello che fa diretto riferimento ai Type O Negative più crepuscolari (che tornano nell’evocativa “Grace”). E’ tutto vero, reale, Deathrising è qui, davanti a me, colla sua conturbante copertina, e procede con stupefacente sicurezza, susseguondosi l’uno all’altro episodi di eccellente fattura senza palesare cedimenti ovvero incertezze. Daniele Ciranna è instancabile tessitore di trame plumbee colla sua sei corde, le tastiere di Harvey Cova allargano la visione epica del doom fino ad abbracciare le sue propaggini più magniloquenti, il percussionismo di Andrea Falaschi ed il basso di Andreas Das Cox fanno sfoggio di una fantasia ed un approccio al ritmo che pochi colleghi, anche appartenenti ad insieme ben più blasonati, osano, preferendo risolvere l’incarico loro affidato ricorrendo al mestiere (l’urlo disperato di “Cherish my pain” non sarebbe così straziante senza il loro apporto). Sì, non celo l’entusiasmo che provo, che trabocca letteralmente ad ogni reiterato ascolto di Deathrising, se il verbo gotico ha ancora un senso oggidì in musica, merito va a coloro che, come i Motus Tenebrae, sanno trarre dalla tradizione spunti ed idee da sviluppare con personalità, pronti ad accettare la sfida dell’inevitabile confronto col passato la volgendosi al futuro. E mi consola e rassicura che sia proprio un complesso italiano a farsi vessillifero di una musica che troppe volte pareva sul punto di spegnersi, come la fiamma che non trova più materia da ardere, vittima della sua stessa condiscendenza nei confronti di modelli apparentemente immutabili. Un gravoso incarico che verrà svolto con abnegazione, lasciando che sia “Desolation”, non poteva esserci migliore epilogo d’un opera di tale portata, a riportarci sui nostri passi, a ricongiungerci con la realtà, a riconciliarci con la nostra coscienza…

Per informazioni: http://www.facebook.com/MotusTenebraeOfficial
Web: http://www.mykingdommusic.net
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