Ikon

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Roma, Black Out Venerdì 13 giugno 2003

Ikon

Ikon, Roma 13/06/2003 (foto di Ankh)

Dopo aver mancato, a causa di uno spiacevole dolore ad una gamba, l’appuntamento di Venerdì 6 giugno con l’esibizione degli Argine al Sonica (e la cosa mi dispiace molto), non potevo assolutamente mancare all’ultimo interessante concerto del Black Out prima della pausa estiva: quello degli Ikon, gruppo che ha prodotto diversi lavori interessanti. A dire il vero, negli ultimi anni ne avevo un po’ perso le tracce, e l’ultimo loro lavoro in mio possesso è This Quiet Earth, uscito nell’ormai lontano 1998. La storia degli Ikon è stata segnata senza dubbio dall’abbandono, nel 1997, del primo cantante Michael Carrodus, la cui voce era caratterizzata a tratti da una forte somiglianza con quella di Ian Curtis, caratteristica questa che ha attirato un notevole interesse nei confronti del gruppo; personalmente non ho mai considerato la voce del primo vocalist come il vero marchio di fabbrica degli Ikon, che invece mi hanno sempre colpito per quella particolare miscela di suoni post punk e folk, coadiuvati da un uso prudente dell’elettronica che non solo non stona, ma contribuisce a dare corpo e anima a molti dei loro brani. Ritengo inoltre che anche Chris McCarter abbia una voce interessante nel timbro e nell’uso che ne fa.

La serata è a dir poco rovente e la fila, per fortuna non lentissima, è una vera sofferenza; entrato al Black Out, mi rendo conto che la temperatura è solo di poco più fresca di quella esterna, e il locale è ancora mezzo vuoto; le mie preoccupazioni sulla temperatura vengono però mitigate dalla presenza di una ragazza accanto a me che, nel rinfrescarsi con un ventaglio, muove l’aria nella mia direzione: una specie di angelo sceso dal cielo? Non so, certo è che la sua presenza mi ha evitato un probabile colpo di calore… Il concerto inizia verso le undici e venti, ed è da notare che i Pleasure and Pain, che dovevano precedere gli Ikon, non hanno suonato: tra la gente circola la voce che il gruppo si sia sciolto il pomeriggio stesso ma non è dato sapere se si tratti solo di voci di corridoio. Il concerto ha inizio, una volta tanto davanti ad un locale che, pur non essendo gremito in ogni ordine di posti, è discretamente affollato e, fin dalle prime note, il pubblico mostra il proprio gradimento saltando, ballando e cantando insieme al gruppo. Durante il concerto vengono eseguiti sia alcuni classici risalenti al primo periodo, come la bellissima cover dei Death In June “Fall Apart” o “Black Roses”, sia brani più nuovi come “Ghost in my head”, “Afterlife” e un brano che credo si chiamasse “God has fallen from heaven”, che credo sia nuovissimo. La prima cosa che si nota nel suono live degli Ikon è che è molto più aggressivo che in studio: i bellissimi suoni post punk della chitarra di Anthony Griffiths hanno un’importanza decisamente superiore rispetto ai dischi in studio, rendendo l’impatto live migliore di quanto immaginassi; in effetti, anche nel loro CD live uscito un paio d’anni fa, che ho comprato a fine concerto, non si nota quest’impatto, in quanto nell’ingegnerizzazione del suono viene data forte preminenza alla voce e al basso, lasciando, purtroppo, le distorsioni della chitarra decisamente in secondo piano. Chris McCarter sembra molto serio sul palco, una sorta di Douglas P che ha rinunciato a certi atteggiamenti ormai risibili, ma a tratti si nota una sorta di sorriso sornione che denota un carattere sarcastico; la sua voce è calda e profonda come ci si poteva aspettare. Il concerto finisce abbastanza presto, ma viene seguito da tre bis, ed è durante l’ultimo di questi che si verifica il dramma: l’impianto di amplificazione salta, e rimane solo il suono della batteria: nella folla serpeggia il dubbio che non sia stato un problema tecnico ad interrompere il concerto, ma la scelta di qualcuno: iniziano quindi le grida, che vanno dal classico “Buffoni” agli “E’ meglio Diego” (che a Roma, a causa delle continue guerre intestine nell’ambiente gothic, sembra essere un’offesa gravissima). Lungi dal voler alimentare inutili polemiche, voglio caldamente sperare che la brusca interruzione sia stata veramente dovuta ad un guasto, anche perché, una volta tanto, nel locale il numero di persone interessate al concerto era superiore a quello di coloro che attendevano l’inizio della discoteca.

Nel complesso è stato un bel concerto, molto gradito dal pubblico che ha seguito l’esibizione con interesse e coinvolgimento: chi ballando senza sosta, chi cantando a squarciagola, chi ancora ascoltando in silenzio: a mio giudizio gli Ikon hanno dimostrato di meritarsi pienamente la notorietà che sembrano avere pur suonando un genere di musica che, anche all’interno della scena, è decisamente poco di moda.

Ankh

Milano, Transilvania Live Domenica 15 giugno 2003

Ikon

Ikon, Milano 15/06/03 (foto di Simone Valcauda)

Il resoconto della data milanese del tour degli Ikon si deve, ahimé, aprire sottolineando lo scarso afflusso di pubblico (decisamente inferiore a quanto mi sarei atteso) e la temperatura sub-tropicale del locale, che ha messo a dura prova tanto la band, quanto il pubblico. Dopo questo non incoraggiante preambolo, passiamo al concerto, che invece è stato ottimo; era grande in me l’attesa per vedere finalmente dal vivo la band australiana, che seguo ed apprezzo sin dal 1994, anno del primo lp In the shadow of the angel, ed ecco finalmente sul palco del locale milanese Chris Mc Carter (leader della band) e i suoi tre compari, tra cui il bassista Dino Molinaro, anche lui presente nell’organico della band sin dagli esordi.

Come potrete constatare dalla scaletta riportata di seguito, gli Ikon hanno eseguito praticamente tutti i loro “cavalli di battaglia” (potendo per altro attingere da una discografia decisamente vasta), molti dei quali proposti in nuovi arrangiamenti; la band australiana è da anni il gruppo di punta di quella scena che definirei “post punk” più che “gothic”, autori di ottimi dischi e validi musicisti, le cui capacità risaltano specialmente nella dimensione dei piccoli club, mentre il loro sound risulta penalizzato dai grandi spazi dei palchi dei Festival.

Da rilevare, oltre alla validità dei brani, le capacità “tecniche” dei musicisti, bravissimo soprattutto il chitarrista Anthony Griffiths, dotato di tecnica notevole, nonché “pittoresco” con il suo fisico allampanato, le gambe inguainate in attillatissimi pantaloni di pelle, stivaletti a punta e folta chioma ossigenata…… Esecuzione strumentale ottima, belle canzoni (brano più applaudito, ovviamente, “Fall Apart”), insomma tutti gli ingredienti per un concerto riuscito che ha soddisfatto i presenti…. ancora una volta gli assenti hanno avuto torto.

Scaletta Concerto
1- Never forgive, never forget
2- Condemnation
3- Afterlife
4- Subversion
5- God has fallen
6- The wish
7- Fall apart
8- Blue snow, red rain
9- Ghost in my head
10- Psychic Vamp
primo bis
11- Dreaming
12- Ceremony
13- Echoes of silence
secondo bis
14- Reality is lost
15- Black roses
Candyman
Si ringrazia Simone Valcauda per averci concesso l’uso delle sue foto.

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Ikon

Ikon, Milano 15/06/2003 (foto di Simone Valcauda)

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