Arcade Fire: Neon bible

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Ver Sacrum Ricordo che circa tre anni fa, in occasione dell’uscita del debut degli Arcade Fire (intitolato Funeral…), la critica musicale fu molto tenera nei confronti di questa band, inserendola addirittura nel gruppo delle giovani promesse dell’indie-alt rock (quelle che, a detta di alcuni, dovrebbero addirittura contribuire a risollevare le sorti di una scena che necessita continuamente di rinnovarsi). Già allora la proposta dei canadesi non mi aveva convinto più di tanto, e devo dire che anche la loro seconda prova in studio non è qualcosa che può in alcun modo esaltarmi, né convincermi che essi facciano parte della categoria degli “intoccabili”: al di là del fatto che non ho nessuna simpatia per quei musicisti pretenziosamente intellettualoidi, che hanno pure la convinzione di essere dei veri artisti, gli Arcade Fire mi sembrano più una montatura della loro casa discografica che altro, ed ho anche l’impressione che di talento non ne abbiano poi moltissimo. Questo perché Neon bible è un disco discontinuo e interlocutorio, fatto sia di canzoni piuttosto belle, sia di schifezze inascoltabili che, orrore degli orrori, mi ricordano addirittura certe robacce melense di Bruce Springsteen (non a caso la voce di Win Butler, in certi frangenti, ricorda parecchio quella del Boss!!). Insomma, il rock crepuscolare e “back to the roots”che il gruppo ci propina può essere digeribile in certi casi (vedi ad esempio un brano come “Intervention”, che si mette in luce più che altro per la bellezza degli arrangiamenti), ma è davvero insopportabile in altri (“Keep the car running”, “Windowstill”, “Ocean of noise” e via dicendo), e purtroppo la presenza di episodi un po’ particolari come “Black wave/Bad vibrations” o “No cars go” (caratterizzati da influenze new wave…) non riesce a risollevare le sorti di un lavoro senz’altro poco adatto ad un pubblico dal palato fine, ma destinato piuttosto a raccogliere consensi tra chi segue i trend del momento.

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