Post Romantic Empire

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Post Romantic Musa

Post Romantic Musa © Post Romantic Empire

Dopo la trionfale inaugurazione del 21 dicembre al Supper Club di Roma, eccomi a presenziare al primo Post Romantic Empire Festival. La scaletta sembra essere piuttosto interessante, e il locale anche stavolta decisamente sontuoso, anche se di certo non come la volta scorsa: l’Horus Club sembra però essere più adatto ad una situazione concertistica come quella odierna, anche se l’opportunità, che si aveva all’inaugurazione, di aggirarsi in varie sale aggiungeva un certo fascino al tutto. L’interessante iniziativa del Post Romantic Empire sembra riuscire ad andare avanti senza intoppi, anche se, forse, le principali difficoltà potrebbero arrivare adesso, nell’organizzazione dei festival all’estero; i nomi che circolano per le prossime date sono certo altisonanti (ad esempio Chris & Cosey in Portogallo) e, naturalmente, l’augurio è che vada tutto per il meglio. Anche i nomi di stasera non sono assolutamente da sottovalutare, sebbene un paio abbiano già suonato all’Imperial Launch Party di dicembre.

Arrivo all’Horus Club con un certo ritardo rispetto all’orario previsto per l’inizio del festival, in cuor mio confidando sulla quasi impossibilità che un tal evento possa non subire intoppo alcuno durante le fasi di preparazione; e, in effetti, la mia speranza si rivela fondata: al mio arrivo, verso le 17:20, nulla è ancora iniziato e il palco è pronto ad accogliere la ragazza che è stata eletta a “Musa” del Post Romantic Empire: Paola Ambrosi, che, con un’ora circa di ritardo, sale sul palco e, dopo aver recitato un sonetto di John Keats, presenta il primo concerto del PRE Fest I: l’esibizione congiunta di tre differenti progetti romani: Fire at WorkMr GreeksAnticracy. Il programma li descrive come industrial-ambient, ma direi che quest’etichetta potrebbe fuorviare dalle reali sperimentazioni del progetto congiunto, facendo pensare a qualcosa di ispirazione Cold Meat; in effetti, ci troviamo in tutt’altra dimensione sonora, una dimensione in cui si mescolano improvvisazioni free-jazz e percussive, ritmiche techno-trance ricche di breakbeat sincopati, strane forme di psichedelia futuribile e, perché no, qualche spruzzo di distorsione postindustriale: i risultati spaziano, a mio giudizio, da momenti indubbiamente interessanti ad altri decisamente troppo techno per i miei gusti, ma l’esibizione è stata nel complesso gradevole. A tratti piuttosto avanguardistica, nei momenti più psichedelici è ben riuscita a coinvolgere nelle sue trame diversi ascoltatori, per il momento ancora un gruppo sparuto. Molto interessanti le videoproiezioni, anch’esse a metà strada tra la psichedelia, l’immaginario industriale e le follie techno, curate da Byruzz (DDG Crew), perfetto accompagnamento per le forme musicali espresse.

Secondo in scaletta è Noosfera, progetto personale di Cesare Marilungo, che si era già esibito durante la serata d’inaugurazione. Si tratta di un progetto multiforme, che si è nel tempo cimentato in forme musicali spesso alquanto differenti tra loro: dopo un esordio (lo split CD con Slow Motion intitolato Sloosfera) legato a sonorità elettroniche ambientali associate a suoni di chitarra dilatati, in qualche modo prossime agli ambienti post-rock ma molto più rilassanti, si è spostato in una dimensione molto più acustica incidendo il suo primo CD per Oktagon, per poi tornare ben presto alla forma di musica elettronica più scura che caratterizza le sue attuali esibizioni. In questa serata è probabilmente il musicista che ha suonato meno: un lungo flusso sonoro dalle forti ascendenze ambient, condito a tratti da profondi drone o stridenti urli elettronici che hanno messo a dura prova l’impianto di amplificazione. L’esibizione è nel complesso piacevole, e mi concedo l’ascolto seduto su una comoda poltroncina. Non potrei confrontare con certezza questa esibizione con quella della volta scorsa; sicuramente stavolta non è stato eseguito il brano conclusivo del concerto precedente che prevedeva l’uso, invero un po’ pretenzioso, di percussioni che richiederebbero un certo livello di concentrazione e di preparazione non solo del musicista ma anche del pubblico.

Post Romantic Empire

© Post Romantic Empire

Durante le preparazione del palco per il concerto successivo è stato proiettato un video d’animazione intitolato Balloon; non posso nascondere che ho approfittato della pausa per dedicarmi ad attività importanti, come rimediarmi qualcosa da bere e prendere un po’ d’aria. Al mio rientro, miracolosamente ritrovo il mio posto a sedere e mi preparo a godermi il concerto successivo: quello dei Larsen. Credo valga la pena spendere un po’ di parole riguardo a questo progetto, ad oggi uno dei più attivi ed interessanti in Italia per il livello delle proprie produzioni e per l’apertura mentale che dimostrano nella scelta delle loro collaborazioni. I Larsen nascono a Torino negli ambienti hardcore-noise ma nel tempo evolvono la loro visione musicale nella direzione di suoni più avanguardistici ed innovativi, sposando solo in parte le allora emergenti forme del cosiddetto post-rock, espandendone in qualche modo la prospettive sonore. Citavo poc’anzi le collaborazioni con altri artisti interessanti e credo sia il caso di segnalare, in questa sede, almeno tre nomi: Michael Gira, deus ex machina dei grandissimi Swans, con la cui collaborazione e per la cui etichetta hanno inciso lo splendido CD intitolato Rever; Jarboe, con la quale hanno suonato dal vivo in più sedi e paesi (Stati Uniti compresi) dando vita a splendidi ed emozionanti concerti (ho assistito personalmente ad uno di essi al Black Out di Roma) e con la quale, se non erro, hanno inciso un CD che dovrebbe essere ormai in uscita e un DVD di uno dei loro concerti; Joseph Budenholzer (Backworld) per l’artwork di Rever. Indubbiamente nomi di questo livello possono già dare un’idea non solo dell’apertura mentale del gruppo, ma anche del credito che esso ha all’estero, credito ben riposto, come l’esibizione odierna ha, una volta in più, sottolineato. La formazione è decisamente atipica: due chitarre, una batteria e una fisarmonica. Le atmosfere create sono sempre tese e nervose, anche nei momenti di calma sembrano covare possibili aggressioni noise. L’uso della voce è ridotto al minimo ed ha generalmente lo scopo di accompagnare il suono dell’ensemble. Potentissime le ritmiche dettate dalla batteria che fa da base alle strutture soniche delle due chitarre, e su tutto ciò si intarsia la fisarmonica, il cui suono risulta incredibilmente in contrasto ma perfettamente amalgamato con il resto dell’impasto sonoro. Un’esibizione molto soddisfacente.

Terminata l’esibizione dei Larsen, si passa ai tre concerti più vicini ai temi usualmente trattati su Ver Sacrum: si tratta infatti dell’esibizione di gruppi di una certa importanza nell’ambito del cosiddetto “folk apocalittico” o, come va di moda chiamarlo ultimamente, “neofolk”. Non posso negare che, negli ultimi anni, mi ero allontanato parecchio da questo tipo di produzioni, soprattutto da quelle di origine inglese, statunitense e tedesca: veramente eccessivo il numero di gruppi che si erano ridotti a imitare i grandi nomi del passato, senza essere in grado di aggiungere nulla di nuovo o di personale alla propria proposta musicale; peggio ancora, troppo spesso avevo avuto l’impressione di sentire, tra le note, una sorta di pseudosnobismo del tipo: “Suono male e canto stonato perché sono un artista vero, intenso e decadente, e più stono più artista mi sento”. Queste brutte malattie, che sono decisamente tipiche di questo genere musicale, sono in parte dovute anche all’industria musicale che non si lascia mai sfuggire l’occasione di tentare di vendere qualche copia in più, cavalcando i destrieri della moda e del basso costo di produzione, magari scritturando gruppi di dubbie capacità. Non si può neppure fare di tutte le erbe un fascio: esistono eccezioni importanti, molte delle quali esterne alle realtà anglo-tedesche (penso ad esempio agli Argine, autori di alcuni dei più interessanti lavori di sempre in questo genere), ma non solo: due esempi su tutti, gli splendidi lavori, entrambi pubblicati l’anno passato, di Sieben e del progetto congiunto di Tony Wakeford e Matt Howden. Certo, si tratta di “mostri sacri”, ma l’ultimo, pessimo concerto romano dei Death In June (il momento più intenso di quel concerto è stato, a mio giudizio, il “Bella ciao” scaturito spontaneamente dal pubblico a fine esibizione, dopo l’ennesima, risibile esternazione di Boyd Rice) ha dimostrato che anche questi possono tristemente ridursi a scimmiottare se stessi.

Terminato questo noioso pistolotto introduttivo, passo alla descrizione dell’esibizione di Joseph Budenholzer aliasBackworld. A dire il vero non è mai stato uno dei miei musicisti preferiti: ricordo un suo concerto a Lipsia che, pur non essendomi dispiaciuto, non mi aveva neppure colpito particolarmente; in questa sede, il musicista del Nebraska esce sul palco in perfetta solitudine suonando diversi brani del suo repertorio. Pur non riuscendo la sua esibizione a modificare sostanzialmente la mia opinione sulla sua musica, che trovo eccessivamente semplice e cantautorale, è in grado di dimostrare ai numerosi epigoni che è possibile, anche se non ci si chiama Segovia, suonare la chitarra anzichè strimpellarla; che è possibile cantare anzichè dare semplicemente fiato alle corde vocali; che si può mettere qualcosa di personale, in questo caso un gusto tipicamente statunitense nelle melodie e nella struttura dei brani, anche in generi musicali apparentemente rigidi. Per non parlare dell’ultimo brano, questo sì veramente bello ed interessante, suonato insieme ai Larsen, che sembra trovare un nuovo, eccellente sbocco ad un genere musicale che stava da troppo tempo mostrando la corda: la strada è nuovamente aperta, la contaminazione noise-folk potrebbe portare a interessanti possibilità.

HaWthorn

HaWthorn, alias Tony Wakeford e Matt Howden © Post Romantic Empire

All’esibizione di Backworld segue quello che può essere considerato “il pezzo forte” della serata: il progetto, nuovo di zecca, chiamato HaWthorn, costituito dal duo Tony WakefordMatt Howden, che tornano ad esibirsi insieme dal vivo in Italia dopo lo show al Metamatik 2003. In effetti si tratta in assoluto di una delle prime esibizioni dal vivo del duo con questo nome, ufficializzato a novembre dell’anno scorso attraverso il sito della TURSA, etichetta di Tony Wakeford. Ho già sottolineato in precedenza come il CD di questo gruppo, uscito ancora a nome Howden/Wakeford, sia stata una delle poche rivelazioni degli ultimi anni in ambito di folk scuro, e dal vivo si conferma l’elevata qualità dei brani. Wakeford si presenta sul palco con un microscopico basso dalle enormi corde di nylon, mentre Howden maneggia con la solita ispirazione il suo violino. I brani scorrono uno dopo l’altro, belli e ricchi di pathos come devono essere: sia i momenti corali, in cui l’inconfondibile timbro dell’ex Death In June riporta alla memoria i suoi numerosi e spesso splendidi lavori, sia quelli in cui canta solo il violinista, sia i momenti strumentali. Tra i due musicisti sul palco c’è un accordo di lunga data e si sente, una vicinanza d’intenti che riempie l’etere di splendidi suoni. Non posso che confermare con forza e gioia quanto di buono espresso da Christian Dex nella recensione del CD ed elevare una volta di più le lodi di questi due musicisti, in grado di emozionare creando splendida musica.

Dopo una brevissima pausa, torna sul palco il solo Matt Howden, alias Sieben. Avevo già gradito il suo ultimo CD Sex and wildflowers prima di assistere al suo concerto alla serata inaugurale del Post Romantic Empire, concerto bellissimo e ricco di emozioni, per quanto piuttosto breve. Non molto differente sarà la sua esibizione in questo frangente: la sua musica è struggente e sposa un profondo romanticismo (quale situazione potrebbe essere migliore per l’uso di questo termine?) alle indubbie capacità tecniche e alla personalità di questo musicista che, sul palco, sembra quasi mostrare una timidezza atipica per una persona che calca i palchi di mezzo mondo da ormai diversi anni. Il suo modo, decisamente particolare, di sfruttare il violino come strumento “totale”, attraverso il quale creare non solo melodie ma anche strutture ritmiche attraverso una sorta di autocampionamento continua a colpirmi per l’effetto che riesce a creare sia a livello di sensazione sia a livello sonoro, creando quasi l’impressione di trovarsi davanti a un quartetto d’archi minimalista più che a un semplice violinista. Anche la sua voce, di certo non una delle più particolari tra le numerose che mi è capitato di ascoltare, si adatta alla perfezione ai suoi brani, in grado di fondere insieme semplicità, fascino ed emotività: mi abbandono quindi al flusso dei suoni, degustandoli lentamente come si trattasse di un eccellente e raro whisky invecchiato. Un’ulteriore prova delle incredibili capacità di questo musicista, capace di trovare una nuova strada, assolutamente personale, per l’evoluzione di questo genere musicale; meritato quindi il lungo applauso al termine della sua esibizione.

A questo punto sono passate oltre cinque ore dal mio arrivo; i concerti veri e propri sono giunti al termine e iniziano i DJ set, che mi trovano generalmente piuttosto freddo e sicuramente non in grado di distinguere una buona da una pessima qualità. In preda alla stanchezza, alla fame e, sicuramente, alla necessità di un po’ di ossigeno e di aria aperta, decido di abbandonare la sede del primo, trionfale PRE Fest decisamente soddisfatto di quanto assaporato durante tutta la sua durata. Un plauso quindi all’organizzazione e un ulteriore augurio che tutto possa procedere secondo quanto stabilito nei piani dell’iniziativa.

Links:

Imperial Launch Party, Roma 21/12/2003

Post Romantic Empire: Intervista

Post Romantic Empire

Sieben/Matt Howden

HaWthorn/Tony Wakeford

Backworld

Larsen

Noosfera

Fire At Work

Anticracy

Sieben

Sieben/Matt Howden © Post Romantic Empire

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