Current 93

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Current 93

Current 93 al Teatro Juvarra (foto di Ankh)

La storia e le sue interpretazioni: quanto un freddo elenco di dati storici è in grado di raccontare la reale evoluzione dei fatti? E quanto, invece, è necessario andare a scavare e interpretare per rendersi veramente conto di come si siano sviluppati gli eventi e le situazioni e di quali siano le reali correnti sotterranee che spingono le persone all’azione? Queste domande mi hanno sempre assillato nei momenti in cui mi fermavo a riflettere sul fenomeno musicale noto come “folk apocalittico”, uno dei movimenti nati dalle radici culturali della prima musica industriale e probabilmente uno dei più controversi ma allo stesso tempo più apprezzati dal pubblico, grazie anche alla maggiore fruibilità delle sonorità, se confrontate a quelle di molti altri filoni nati dalle stesse premesse.

Questo è l’elenco, per quanto possibile distaccato, degli eventi: nel lontano 1983, dalle ceneri di un gruppo anarco-punk chiamato Crisis, nasce un gruppo chiamato Death In June, universalmente considerato il fondatore della forma musicale di cui stiamo trattando. Le prime produzioni discografiche sono stilisticamente incerte, più o meno ispirate a un industrial rituale e percussivo e influenzato da numerose altre forme musicali che rendono il complesso sonoro interessante ma poco omogeneo. Con una serie di uscite successive (BurialNada!The world that summer) inizia a definirsi uno stile personale che raggiunge, conBrown book del 1987 un buon livello di maturità: le forti influenze folk, già presenti in alcuni brani dei lavori precedenti, prendono decisamente il sopravvento su tutte le altre e, in considerazione delle tematiche utilizzate nei testi dei brani, lo stile musicale espresso dal gruppo viene battezzato “folk apocalittico”.

Si può discutere in eterno su quale sia il primo disco dei Death In June che possa essere pienamente inserito in questo genere musicale ma sta di fatto che sicuramente ne sono stati i creatori, ossia i primi a mescolare tematiche e pattern ritmici tipici della musica indistriale a sonorità tipicamente folk; è importante notare che, già in queste prime fasi della carriera del gruppo, la formazione, inizialmente costituita da tre musicisti (Douglas Pierce, Tony Wakeford e Patrick Leagas) inizia a subire delle perdite: Tony Wakeford abbandona il progetto già prima del terzo album per poi fondare iSol Invictus; Patrick Leagas si allontana poco dopo per creare i Sixth Comm; di fatto nel 1985, dei tre membri fondatori rimane il solo Douglas Pierce. Fin dalla fuoriuscita di Tony Wakeford inizia a collaborare con i Death In June un oscuro personaggio, che si maschera dietro nomi come Christ 93 e Christ 777, già collaboratore degli Psychic TV tra il 1982 e il 1983 e fondatore nel 1984 di un progetto dedito ad oscurissime sonorità di industrial rituale, chiamato Current 93. Il suo nome è David Michael Bunting, ma è generalmente noto come David Tibet a causa del suo forte interesse verso il misticismo orientale.

Fin qui la storia. Passiamo alla sua interpretazione: mi rendo conto del fatto che con le mie parole potrei sollevare un discreto polverone, dato il numero di appassionati che i Death In June hanno sempre avuto e continuano ad avere, ma sono fortemente convinto che sia proprio grazie alla presenza di David Tibet che il gruppo trova la propria identità e stabilità musicale e, in fondo, anche tematica. Quindi, se senza dubbio il primo disco di folk apocalittico è uscito a nome Death In June, è mia opinione che il vero ispiratore, il “motore immoto”, sia da individuare nella persona di David Tibet, indipendentemente dal fatto che il primo lavoro caratterizzato da sonorità folk dei Current 93 sia leggermente successivo (per i patiti delle statistiche, si tratta del 12″ intitolato Happy birthday del 1987). Al di là di possibili interpretazioni del fluire degli eventi, il gruppo di David Tibet ha sempre dimostrato di avere capacità espressive impressionanti, modificando e continuamente mettendo in discussione la propria forma musicale senza mai abbandonare la propria identità culturale.

Tibet è sempre stato una persona molto riservata che non ha mai nascosto, nelle sempre più rare interviste, le proprie idee e aspirazioni; negli ultimi anni anche le esibizioni dal vivo sono state sempre più rare, e ciò aggiunge importanza a queste due serate, organizzate dal Post Romantic Empire in collaborazione con Deathtripper (Fabrizio Modonese Palumbo dei Larsen) e l’associazione culturale “Il Mutamento”: sono passati tredici anni dall’ultima volta che David Tibet si è esibito in Italia, nel lontano 1991 all’interno della formazione dei Death In June. Al mio arrivo presso il teatro, la prima sorpresa: a causa del limitato numero di biglietti disponibili, venduti nell’arco di pochissimo tempo, il concerto verrà trasmesso in diretta sul maxischermo del bar del teatro: non è esattamente come vederlo dal vivo, ma ci si può accontentare. Nell’attesa di entrare, vedo il gruppo avviarsi a mangiare qualcosa, il che mi ricorda che, malgrado tutto, anche David Tibet è un essere umano.

Current 93 al Teatro Juvarra (foto di Ankh)

Una volta entrato, dopo qualche breve chiacchierata dalle parti del bar, mi siedo al mio posto, in attesa dell’ingresso di Simon Finn: si tratta di un cantautore inglese, autore di un disco dalla storia tutta particolare: stampato, se non sbaglio, nel 1970, venne quasi immediatamente ritirato dal commercio a causa di problemi legali per la copertina. Questo musicista è stato riscoperto da David Tibet, non nuovo a “recuperi” di questo tipo, che lo ha faticosamente ritrovato in Canada, dove vive da una trentina d’anni: sale sul palco da solo, con la sua chitarra acustica da folksinger, ad affrontare un pubblico rischioso e potenzialmente ipercritico, che attende in maniera famelica l’ingresso sul palco dei propri beniamini. Corre il rischio e ne esce bene: le sue ballate sembrano provenire dalla macchina del tempo e affascinano il pubblico, che risponde bene e apprezza; è un folk vagamente psichedelico che riporta alla mente musicisti come Nick Drake, sicuramente il primo nome che viene in mente, ma anche, nei momenti in cui sembra aggredire maggiormente la chitarra e il pubblico, il Roy Harper di Jugula. Canta senza microfono e senza amplificazione e alterna brani tenui a brani più urlati, tratti dal suo vecchio e dimenticato LP o composti recentemente; molto bello l’ultimo, lungo brano intitolato “Jerusalem”, degna conclusione di un concerto imprevedibilmente piacevole.

L’attesa si fa sempre più fremente: non ho nemmeno il coraggio di alzarmi per andare a prendere una birra, nel timore di perdere l’ingresso del gruppo sul palco; finché il momento arriva: torna sul palco Simon Finn ma insieme a lui riconosco immediatamente Joolie Wood, che si alternerà al flauto e al violino. Si siedono inoltre Maja Elliott al pianoforte a mezza coda e John Contreras, che imbraccia un violoncello e subito si diffondono nell’aria le note di “Sound of silence”: l’emozione ha inizio. David Tibet sale sul palco scalzo, come buona parte del gruppo, con una giacca sopra la camicia dai polsi doppi da gemelli: entrambi spariranno durante l’esibizione. Tibet canta in uno stato prossimo alla trance mistica: gira per il palco, guarda e ringrazia silenziosamente i musicisti che lo accompagnano, scende dal palco per guardare da vicino il pubblico delle prime file, trema come in preda ad un attacco apoplettico e, tra un brano e l’altro, si abbevera alla bottiglia di vino che ha portato con sé. Il pubblico è, una volta tanto, silenzioso e concentrato, totalmente prigioniero del carisma di Tibet e degli splendidi suoni che provengono dall’impianto di amplificazione; più che un concerto sembra trattarsi di un rito religioso, tanta è la passione di chi lo celebra e l’attenzione degli astanti.

In scaletta numerosi brani tratti da Soft Black Stars, che ha costituito in pratica la “spina dorsale” del concerto: oltre al brano omonimo hanno eseguito “It’s time, only time”, “Antichrist and Barcodes”, “Mockingbird”, “Whilst the night rejoices profound and still” e la bellissima “A gothic love song”; mi ha stupito la presenza di un solo pezzo, “Calling for vanished faces II” da All the pretty little horses; non sono mancati alcuni brani recentissimi, tratti da singoli e da EP come “Hypnagogue 4”, “Black flowers please” e “In the courtyard”; pochi, invece, ma decisamente belli i brani tratti da epoche più lontane: “Maldoror is ded ded ded ded”, “Alone”, e la splendida chiusura con “The blue gates of death”. Sarò ripetitivo ma non posso fare a meno di sottolineare che si è trattato di un’esibizione emozionante, bella anche nella chiusura con applauso che non aveva intenzione di finire e Tibet che, uscito nuovamente sul palco, che ha ringraziato tutti con calore: l’impressione è che le due serate siano piaciute molto anche a lui. Il prosieguo con qualche chiacchiera con amiche e amici persi di vista da troppo tempo ha fatto da perfetta chiosa ad una serata piena di magia.

Due parole sull’organizzazione: mi fa veramente piacere dire che, cosa piuttosto rara dalle nostre parti, è stata veramente impeccabile; a partire dal fatto che il portone del teatro è stato aperto in orario e con discreto anticipo rispetto all’inizio del concerto, in modo da evitare inutili e noiose file dell’ultimo istante; ottima anche la scelta del locale: credo si trattasse della dimensione perfetta per poter godere appieno e con la dovuta concentrazione del concerto. Che si trattasse di un’occasione da non perdere era chiaro da molto tempo e lo dimostra il fatto che, caso più unico che raro, i biglietti sono andati esauriti in brevissimo tempo; l’enorme capacità espressiva del gruppo e dei suoi componenti e la qualità dell’organizzazione l’hanno trasformata in una serata indimenticabile.

Links:

Current 93 – sito ufficiale

Post Romantic Empire

Deathtripper

Associazione culturale “Il Mutamento”

Current 93

Current 93 al Teatro Juvarra (foto di Ankh)

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