Depeche Mode: Playing the angel

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Ver Sacrum Inutile dilungarsi in preamboli per un gruppo che, senza esagerazioni, fa ormai parte della storia della musica. “Playing the angel” è l’undicesimo studio-album per i Depeche Mode e personalmente, lo attendevo con molta curiosità, dopo la grande delusione rappresentata da “Exciter”. L’album, come è noto, è stato preceduto dal singolo “Preciuous”, canzone che non ho apprezzato subito, ma dopo progressivi ascolti mi ha convinto sempre di piu’; un buon singolo ed a conti fatti, una delle migliori tracce dell’album; insomma, se il buongiorno si vede dal mattino, era lecito attendersi un disco migliore rispetto al suo predecessore. Le buone impressioni vengono confermate dall’iniziale “A pain that I’m used to” (che tra l’altro dovrebbe essere il prossimo singolo): l’inconfondibile voce di Dave Gahan sottolinea questo brano caratterizzato da energiche impennate nel refrain. La successiva “John the revelator” smorza già il mio entusiasmo; un brano alquanto discutibile, almeno per me, con accenni quasi “blues” nel refrain. Le quotazioni del disco subiscono un netto rialzo con l’ottimo trittico costituito da “Suffer well”, “The sinner in me” e “Precious”; già detto del singolo, gli altri due brani sono piccoli gioielli elettro-pop che ci fanno apprezzare i veri Depeche Mode, qui di nuovo alle prese con la musica che li ha fatti apprezzare in tutto il mondo a milioni di persone. Due brani eleganti e suadenti che riportano i Depeche Mode ad antichi splendori, fatte salve le inevitabili evoluzioni che il loro sound ha avuto nel corso di una carriera ultraventennale. E’ la volta della traccia numero 6: “Macro” è cantata da Martin Gore e si tratta (come accade quasi sempre nei brani interpretati da Martin) di un pezzo alquanto malinconico e minimalista; atmosfere ancora piu’ rarefatte e notturne nella successiva “I want it all” ed anche “Nothing’s impossible” ribadisce l’andamento lento che contraddistingue questa seconda metà del cd: è un brano comunque affascinante e mi pare di poter dire che ribadisce la predilezione dei Depeche Mode per atmosfere oscure e malinconiche. “Introspectre” è solo un breve strumentale che ci conduce agli ultimi tre brani del disco: “Damaged people” è il secondo brano cantato da Martin Gore e prosegue sul sentiero delle atmosfere crepuscolari che come è ormai chiaro, incarnano il “mood” dominante di questo album. Dopo tanta oscurità, ecco “Lilian” con la voce di Dave Gahan a sprigionare tutta la sensualità di cui è capace; uno squarcio di luce prima del nuovo tuffo nelle tenebre costituito da “The darkest star”. Alla resa dei conti, “Playing the angel” per il sottoscritto è un buon disco (impeccabili i suoni, la produzione, i testi sono sempre toccanti – per la prima volta Martin Gore non è l’unico autore, visto che a Dave Gahan va attribuita la paternità di due pezzi) ma che non riesce ad esaltarmi piu’ di tanto; i Depeche Mode che ho amato appartengono al passato; il presente appartiene ad una band che può produrre anche buone canzoni ma che non riesce piu’ a destare nel sottoscritto gli entusiasmi di un tempo.

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