Ver Sacrum Questo degli Aisleng è, senza dubbio, un disco un po’ al di là di quelli che sono i normali interessi di Ver Sacrum: si tratta, infatti, di un gruppo che suona un folk celtico che, va detto subito, di apocalittico non ha assolutamente nulla. Questo genere musicale è, normalmente, confinato all’interno dei tre paesi in cui le radici celtiche sono ancora molto sentite, cioè l’Irlanda, la Gran Bretagna (in particolare la Scozia) e la Francia (con alcuni importanti musicisti Bretoni); in misura minore è presente per questioni “ereditarie” negli Stati Uniti (anche se da quelle parti sono ben più popolari i due “figliocci” country e western). Piuttosto rari sono i gruppi che arrivano ad un discreto livello di fama al di fuori di questi paesi, dove questo genere è, più o meno, confinato all’interno dei pub irlandesi, dove la si ascolta tra una stout e l’altra. Tutto questo per dire che mi ha sorpreso vedere questo gruppo tedesco alle prese con suoni di questo tipo: in effetti già al primo ascolto avevo avuto qualche perplessità riguardo a un suono che, in molti casi, suonava alle mie orecchie un po’ posticcio: forse per l’inserimento di strumenti (come il pianoforte o la batteria che sostituisce il ben più adatto bodhràn) che non sono esattamente tipici del genere, o per il suono degli strumenti che trovavo, a volte, non perfettamente adattati allo stile. Quasi tutti i brani sono dei traditional, riarrangiati secondo questo stile un po’ particolare che, devo ammettere, non sempre è dannoso: alcuni brani sono senza dubbio venuti bene, direi in particolare quelli a base di cornamuse e percussioni (ad esempio “The Glasgow City Police pipers…” e alcune ballate (come “The cruel mother”). Certo, lo stile musicale si presta molto anche ad un ascolto distratto e allegro, e sicuramente l’album può risultare divertente, anche perché, in effetti non è mal suonato. L’impressione è che gli Aisleng abbiano cercato di uscire un po’ fuori dai confini canonici del genere ma, malgrado una buona esperienza, non siano riusciti a trovare una strada veramente personale, al contrario di quanto è accaduto ai nostri Modena City Ramblers che, mescolando Pogues, Dubliners, lingua italiana, dialetto modenese, politica nostrana e, più avanti nel tempo, ritmi sudamericani, sono stati in grado di creare uno stile piuttosto personale e irresistibilmente divertente. Down at Dunbar è, in fondo, un disco abbastanza piacevole ma che non consiglierei ai puristi del genere.