Combichrist

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Combichrist © www.outofline.de

Milano è la prima delle due tappe italiane del What the fuck is wrong with this tour?, il cui roster annovera l’headliner Combichrist ed i supporter Reaper e Kloq. Finalmente la cornice di pubblico del Transilvania Live è più che buona, grazie anche a parecchia gente proveniente da regioni limitrofe (Veneto in primis), così, quando i Kloq salgono sul palco (con un’ora abbondante di ritardo rispetto ai teorici orari annunciati, un classico questo del locale milanese), il colpo d’occhio è già discreto; il duo sul palco (costituito da Oz Morsley e Douglas McCarthy, quest’ultimo non presente stasera) è di recente formazione e ha all’attivo al momento solo il singolo We’re just physical, eseguito assieme ad una manciata di altri brani per un’esibizione durata mezz’ora circa, che sinceramente non mi ha coinvolto in maniera particolare. Dopo le impressioni positive dei primi due brani, mi è sembrato di sentire sempre la stessa canzone e sicuramente la staticità del duo (vocalist e tastiere, non particolarmente supportato da luci e volumi) ha fatto il resto. Da rivedere.

Una breve pausa, ed ecco Reaper; rispetto alle precedenti occasioni in cui ho visto il progetto elettro-industrial di Vasi Vallis, devo registrare un netto passo indietro. Se su disco (e sopratutto in discoteca) Reaper funziona più che bene, dal vivo la performance ha denunciato limiti imbarazzanti, sia per via della mediocre interpretazione vocale di Vasi (molto più abile in fase compositiva piuttosto che nei panni di vocalist), sia per l’assenza dei filmati visti in altre occasioni che integravano bene la musica, conferendole un maggior pathos. Sui brani c’è poco da dire: si tratta di musica fatta per far ballare e che riesce perfettamente nel suo scopo, ma di certo non trova nell’atto “live” la sua massima espressione. In scaletta tutti i brani di punta del recente album d’esordio Hell starts with an H: da “Twisted trophy hunter” a “Weltfremd”, “Da Das Grauen” a “Urnensand”, con il pubblico più o meno equamente diviso tra gli scatenati e gli indifferenti.

Ed ora eccoci all’attesissimo Combichrist; è innegabile che il progetto di Andy La Plegua sia uno degli elettro-act di maggior successo di questi ultimi anni e che nel bene o nel male non si possa restare indifferenti davanti ad un progetto che divide tanto il pubblico quanto la critica: musica per palati tutt’altro che fini, concepita come puro “entertainment”, puntando su un’immagine trasgressiva che gioca sul classico binomio “sesso e droga”, aggiungendovi l’EBM (ma in questo caso è più appropriata la formula TBM, dove la T sta per techno), in luogo del rock’n’roll. Chi cerca buon gusto ed originalità si rivolga altrove, Combichrist è in fondo le specchio dei tempi che viviamo: un progetto “cafone” (metto le virgolette sperando che nessuno si offenda) per un pubblico che questo vuole e che dimostra di gradire moltissimo la proposta di Andy (sulle cui abilità di businessman non vi sono dubbi).

Il sottoscritto è tutt’altro che un estimatore della proposta musicale di Combichrist, ma devo riconoscere che rispetto ai precedenti concerti a cui avevo assistito, la crescita ed i miglioramenti sono sensibili, in buona parte dovuti al devastante supporto dei due percussionisti presenti sul palco (oltre al fido Shaun Frandsen alle tastiere), interpreti di una prova fisica superba, che dà nerbo alla performance vocale di Andy, anch’esso cresciuto, frontman per vocazione e grande “animale da palco”. Il concerto viene aperto da “Get your body beat”, a cui seguono due brani tratti dal precedente Everybody hates you (“This is my rifle” e “Today I woke to the rain of blood”): un inizio devastante che fa letteralmente esplodere il pubblico, pronto a seguire ed assecondare la performance di Andy & co. dall’inizio alla fine del concerto, nonostante il caldo sub-tropicale del locale (l’aria condizionata questa sconosciuta!!). In scaletta non mancano i grandi classici dell’album precedente (oltre quelle già citate, vengono eseguite “This shit will fuck you up”, “Blut royale”, “Enjoy the abuse” e “Like To Thank My Buddies”, oltre a “Intruder alert”, unico brano tratto dal primo album The joy of gunz. Abbastanza sorprendente invece la scelta dei brani estratti dal nuovo album (a memoria cito “Red”, “Are you connected?”, “Give head if you got it”, “Fuck that shit”), con le sorprendenti assenze della title-track, di “Electrohead” e “Shut up and swallow”.

Nonostante ciò il concerto è un piccolo trionfo, inframmezzato da imbarazzanti pause in cui Andy elargisce sorsi di Jack Daniel’s al pubblico, chiedendo in cambio che gli vengano insegnate alcune parole di italiano: ovviamente vi lascio immaginare quali sono i termini che i gentlemen delle prime file cercano di far imparare al nostro….. ma tant’è, il livello di buona parte del pubblico è adeguato a quello del progetto (e viceversa). Se è vero che la proposta di Combichrist è questa, prendere o lasciare, e che è altrettanto innegabile riconoscerne la crescita in ambito “live” e l’efficacia nell’appagare il suo pubblico, mi sia consentito registrare la mia perplessità nel vedere osannato (ed addirittura da alcuni additato a “numero 1 del panorama elettro”) un progetto di questo tipo. Il coro di dolore che si alza da buona parte della Redazione di Ver Sacrum è “Ridateci gli Icon of Coil!!!!!!”

Combichrist

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Links:

Combichrist sito ufficiale

Reaper: sito ufficiale

Kloq @ MySpace

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