The Young Gods

0
Condividi:

E’ indubbio che gli Young Gods siano uno dei gruppi seminali della musica alternativa oscura: il loro uso dei campionatori per riprodurre gli strumenti elettrici, mescolato ad un’attitudine potente, ha definito una precisa sintassi sonora che ha fatto scuola per i gruppi rock-industrial degli anni ’90. Al contempo i loro album non sono mai stati monocordi ma anzi il gruppo ha saputo ogni volta toccare territori musicali diversi, spaziando dalla musica rock all’ambient, dalla psichedelia all’industrial fino all’avantgarde di sapore cabarettistico, mescolando influenze diversissime tra loro (dagli Swans a Kurt Weill!) in un unicum immediatamente riconoscibile come “Young Gods sound”. Si va quindi dalle atmosfere ruvide e oscure del loro esordio (The Young Gods del 1987), che man mano si raffinano nel successivoL’Eau Rouge del 1989 e nell’interessante rilettura dei brani di Kurt Weill (Play Kurt Weill, 1991) per sintetizzarsi nel loro capolavoro T.V. Skydel 1992, vera pietra miliare del rock industriale. Nel successivo Only Heaven (1995) i suoni elettronici cominciano ad essere sempre più presenti rispetto ai “tradizionali” campionamenti di chitarra: questa tendenza andrà a completarsi nelle opere successive, l’esperimento ambient Heaven Deconstruction del 1996, l’album Second Nature del 2000 e Music for Artificial Clouds (2004), ancora in stile ambient-sperimentale. Del 2005 è la compilation XX Years a cui è seguito quest’anno l’ottimo Super Ready/Fragmenté, che ha marcato il ritorno del gruppo alle potenti atmosfere rock/industriali.

E’ doveroso per Ver Sacrum rendere perciò omaggio ad un gruppo così importante con il presente articolo e i reportage del loro recente tour italiano. E’ davvero bello quando in un’intervista si crea subito una bella atmosfera e l’interlocutore ha voglia di parlare con te e di raccontarti tutto quello che gli passa per la testa. Sarà stato merito della bottiglia di vino rosso che abbiamo portato in dono al gruppo o, molto più probabilmente, dell’incredibile gentilezza e disponibilità di Franz Treichler, cantante e fondatore degli Young Gods (la cui formazione si completa con Al Comet alle tastiere e Bernard Trontin alla batteria), che ha risposto a tutte le nostre domande in modo estremamente approfondito.

Doverosissimi sono poi i ringraziamenti ad Ania della Croce, tour manager del gruppo che ha reso possibile l’intervista. All’incontro con Franz Treichler, nel “backstage” del concerto fiorentino ha partecipato una nutrita delegazione di Ver Sacrum composta da Grendel, Lenora e “yours truly” Christian Dex.

Franz Treichler/The Young Gods

Franz Treichler/The Young Gods - Firenze 19/10/2007, Foto di Christian Dex © Ver Sacrum

Non posso cominciare questa intervista senza chiederti cosa è successo lo scorso giugno quando avete annullato il vostro concerto al Metarock di Pisa.

E’ una storia imbarazzante… Come si chiamava il posto dove si è tenuto il festival?

Ospedaletto.

Se tu cerchi Ospedaletto su Internet trovi due località con questo nome in Italia. Il nostro Production Manager ha fatto la ricerca, ha stampato il primo itinerario che ha trovato e l’ha dato all’autista che ci doveva portar giù l’attrezzatura. Lui ha seguito scrupolosamente la mappa ed è andato dritto fino a Rimini, nelle cui vicinanze c’è il secondo Ospedaletto di Italia. Così noi del gruppo siamo arrivati nel posto giusto verso le sei del pomeriggio ma i nostri strumenti non c’erano mentre sarebbero dovuti essere già arrivati. Così abbiamo telefonato all’autista che ci ha risposto “Tranquilli, sarò lì tra un’ora, sono vicino a Rimini”! A quel punto era troppo tardi per farlo tornare indietro e abbiamo dovuto annullare lo show. Eravamo lì, ci siamo visti i concerti, i Verdena, gli Evanescence, siamo tornati in hotel e poi siamo ripartiti per casa. E’ una storia molto stupida ma è vera!

A proposito di cose stupide, oggi su un giornale locale (ndr. La Nazione) c’era l’annuncio del vostro concerto di oggi che diceva “Tornano gli Young Gods dopo la strepitosa performance al Metarock di Pisa!”. Evidentemente il giornalista non c’era al Festival! Ad ogni modo a quanto pare voi avete una lunga tradizione di concerti da dimenticare in Italia: qualcuno mi ha parlato di un vostro concerto a Roma altrettanto sfortunato…

Sì è vero. Credo che fosse nel 1998 o ’99 o forse il 2000. Ad ogni modo avevamo questo promoter un po’ pazzo che si dimenticò di noi. Organizzò il concerto dei King Crimson in una grossa arena la stessa sera che noi dovevamo suonare in un club di Roma. Ogni cosa era a posto e firmata. Così guidammo giù fino a Roma ma siccome non riuscivamo a trovare il posto chiamammo il promoter che disse “Ohh, me lo sono dimenticato!”. Alla fine ci pagò la somma pattuita, andammo a vedere i King Crimson, tornammo in hotel e poi ripartimmo. Quella volta non dipese da noi ma l’annullamento della data di Pisa è tutta colpa nostra!

In generale riguardo all’Italia, penso che abbiamo una buona base di fan da voi ma molto piccola. La gente è sempre entusiasta verso di noi ma non abbiamo un grande seguito, non so perché.

Immagino che abbiate il seguito maggiore nei paesi francofoni, la Svizzera naturalmente e poi la Francia…

In realtà abbiamo anche un grande seguito in Inghilterra, in Portogallo, in Francia, nelle grandi città degli Stati Uniti, nella Repubblica Ceca, in Olanda. Non credo che sia legato solo alle nazioni francofone. E’ qualcosa che non so spiegarmi bene: ad esempio in Germania non andiamo bene a parte a Berlino e ad Amburgo.

Parlando di questo tour, come sta andando?

E praticamente appena cominciato: abbiamo fatto finora solo sette date, alcune in piccoli club, altre in posti più grandi. E’ un tour non molto lungo, di sole 3 settimane. Poi torneremo in Svizzera per fare degli show acustici e poi andremo in Inghilterra. Il responso avuto finora è stato buono. Abbiamo suonato in Olanda, Belgio e in Italia. Poi andremo a Vienna, in Polonia etc.. Ci sono più persone a vederci che nel tour di due anni fa. Penso che in nazioni come l’Italia dovremmo tornare più spesso per mantenere una relazione costante col pubblico, ma in generale in Italia non è mai andata benissimo per noi. Talvolta va bene, dipende dalle città. Il concerto più grande che abbiamo fatto qui ad eccezione dei festival è stato a Bologna, con 5-600 persone. L’ultima volta che abbiamo suonato a Firenze è stato tanto tempo fa, probabilmente 15 anni fa, così come a Roma. A Milano siamo stati più spesso.

Visto che li hai citati voglio farti una domanda sui vostri show acustici che mi hanno molto incuriosito. Come riuscite a ricreare le vostre sonorità potenti in quel contesto? Che tipo di sensazioni mirate a ricreare?

Siamo stati i primi ad essere sorpresi. Avevamo due o tre canzoni che abbiamo sempre suonato con arrangiamenti acustici nelle radio o in occasioni speciali. Ad esempio “Child in the tree” è stata composta con strumenti acustici e potevamo rifarla in quel modo. Poi in uno show radiofonico avevamo fatto “Skinflowers”. Per alcune canzoni poteva funzionare. L’anno scorso una rivista di Zurigo chiamata Truce ci contattò proponendoci un numero speciale dedicato agli Young Gods. L’idea era di fare una specie di diario in cui noi avremmo deciso cosa pubblicare. E’ diventato un libro con un CD allegato. Ci proposero poi di fare un evento speciale per la presentazione del libro e suggerirono di suonare un concerto acustico. All’inizio pensavamo di suonare solo 15-20 minuti, come avevamo già fatto per le radio. Ma poi ci siamo detti “Perché no? Proviamoci”. Proprio per il gusto della sfida. Per alcune canzoni era ovvio che non avrebbe mai funzionato, ad esempio quelle basate soprattutto sui suoni.

Tipo “Our house”?

No “Our house” l’abbiamo rifatta invece ma è piuttosto differente. Per questo progetto acustico sul palco siamo in quattro. Abbiamo un chitarrista in più perché non mi sento a mio agio a suonare e a cantare allo stesso tempo. Rifacciamo “Our house”, “Gasoline man”, tre pezzi dal nuovo disco ovvero “I’m the drug”, “Everythere” e “Stay with us”. Poi suoniamo “Charlotte” e un paio di cover tra cui “Ghost rider” dei Suicide tutta fatta con chitarre acustiche: molto interessante!

Dall’album di cover di Kurt Weill?

Da quello rifacciamo “Speak low”. Poi suoniamo “Skinflowers” naturalmente, insieme a una cover dei Radiohead, “Everything in its right place”, “Longue route”…

Avete intenzione di pubblicare un album live con queste canzoni?

No ma le stiamo registrando per un disco. Abbiamo cominciato prima del tour e dovremmo finire in tre settimane. Stiamo programmando un disco per febbraio: sarà un CD con le sessioni in studio più un DVD dei concerti. Credo che possa funzionare.

Così, per finire il discorso, organizzammo questo concerto acustico per la presentazione del libro e il risultato ci piacque molto, tanto che da quel momento abbiamo fatto altri venti concerti acustici in Svizzera più un paio in Francia. Il prossimo anno probabilmente faremo un tour in questo modo. E’ molto differente da un nostro show normale: direi che è la stessa musica ma meno fisica, meno “di impatto” per gli spettatori. Come cantante ho uno spazio maggiore per le parti vocali. Credo davvero che sia un buon progetto. Puoi vedere un paio di questi pezzi su MySpace e su YouTube. Su MySpace ci dovrebbe essere una cosa ancora differente con noi che suoniamo per strada, ma su YouTube ci sono le riprese dei concerti nei club, con noi quattro sul palco.

Franz Treichler/The Young Gods

Franz Treichler/The Young Gods - Firenze 19/10/2007, Foto di Grendel

Prima di parlare del vostro ultimo album, Super Ready/Fragmenté facciamo un passo indietro alla compilation XX Years. Quali sono stati i vostri sentimenti nell’assemblare così la vostra storia?

All’inizio avevamo un po’ di apprensione. Nel 2005 pensavamo di dover guardare avanti visto che il nostro ultimo album Second Nature risaliva al 2000, anche se nel 2004 avevamo fatto questo disco ambient (n.d.r. Music for Artificial Clouds). Nel 2004 eravamo in studio e avevamo già quattro o cinque pezzi pronti per Super Ready ma non avevamo né una casa discografica e né un manager: pensavamo che la cosa migliore per noi fosse far uscire un nuovo disco il prima possibile. Una nostra amica manager a quel punto ci disse “Siete stati via dalle scene per un po’, perché non fate uscire una compilation con il vostro vecchio materiale? Aiuterà a promuovere le cose nuove quando usciranno”. E’ stata quindi una specie di “strategia di marketing” ma credo che sia stata davvero una buona idea. Come musicista spesso non ti rendi conto di queste cose: sei concentrato sui nuovi progetti e non ti accorgi che il tempo vola, che le persone cambiano e che in cinque anni puoi scomparire del tutto. In tutto questo periodo siamo stati molto attivi in Svizzera facendo varie collaborazioni; queste cose però sono difficili da portare all’estero, per mantenere un contatto con il pubblico al di fuori del nostro paese. Ad esempio abbiamo fatto un progetto con una compagnia di danza, un altro con un antropologo sull’Amazzonia e lo Sciamanesimo, tutte cose che ad esempio non siamo riusciti a portare in Italia. Il fatto che noi fossimo molto attivi ci ha fatto dimenticare che la gente al di fuori della Svizzera poteva pensare che fossimo scomparsi. Così abbiamo deciso di fare questa compilation. All’inizio la mia reazione è stata di rifiuto ma poi ho cominciato a guardarmi indietro, a riascoltare i dischi per scegliere le canzoni da mettere nel CD e ho provato davvero una bella sensazione. Per tutti noi è stata la consapevolezza di aver lavorato per vent’anni, senza compromessi, facendo parte di una squadra in cui tutti hanno sempre dato il massimo. E’ stato davvero bello!

A questo punto la domanda d’obbligo è perché ci avete messo così tanto per realizzare Super Ready/Fragmenté?

In pratica abbiamo cominciato nel 2004 ma come dicevo all’epoca non avevamo un contratto con una casa discografica e nemmeno un manager così abbiamo dovuto trovare i soldi per autoprodurci, cercando di convincere la gente che facevamo ancora musica interessante da pubblicare. Nel 2004 avevamo cinque canzoni fatte per il nuovo disco ma poi decidemmo di concentrarci sulla compilation e di fare poi un tour per promuoverla. Siamo ritornati in studio per finire il disco nel luglio del 2006. Avevamo trovato un nuovo management e una nuova etichetta, che in realtà non era proprio nuova visto che è la Play It Again Sam (ndr. con cui gli Young Gods hanno pubblicato dall”89 al ’96). Con loro abbiamo avuto una lunghissima causa che si è protratta per otto anni. Dal 1995 al 2003-2004 ci siamo combattuti in tribunale, con noi che li avevamo accusati di non averci pagato il dovuto. E’ stata una cosa molto forte, su cui abbiamo perso molte energie. Alla fine è stata una cattiva scelta. Quando abbiamo deciso di fare la compilation dovevamo per forza parlare con loro visto che avevano i 2/3 del nostro catalogo. Alla fine abbiamo trovato un accordo che è stato la base per un nuovo rapporto (ndr. la Play It Again Sam ha infatti pubblicato sia la compilation XX Years che Super Ready/Fragmenté). Per sintetizzare, il lungo tempo che abbiamo impiegato per far uscire il nuovo album è legato ai nostri problemi passati e al progetto della compilation che passò ad un certo punto in primo piano. La compilation è uscita nel 2005, l’album nuovo l’abbiamo finito nel 2006 ed è uscito quest’anno. Ora speriamo che le cose saranno più veloci.

Mi sembra che il disco sia una specie di ritorno al vostro passato, non nel senso che vi state ripetendo, ma per il fatto che è un disco energico e rock, come alcuni vostri storici album. In più c’è Roli Mosimann di nuovo come produttore.

E’ una conseguenza del fatto che dal 2002 in poi abbiamo sempre lavorato a dei side-projects. Volevamo estendere un po’ il nostro approccio, facendo uscire un disco ambient, facendo collaborazioni, producendo materiale più sperimentale. Alla fine dopo un po’ ci mancava il palco, il sudore, il volume sparato, gli elementi più potenti. E questo è uno dei motivi per cui l’album ha un suono più rock.  La seconda ragione è legata al contesto socio-politico attuale. Volevo esprimere certe cose e non potevo farlo in altro modo. E’ un disco più violento in quanto è una specie di reazione a tutto quello che è successo nel mondo negli ultimi tre o quattro anni. Esprime il bisogno di gridare, ma allo stesso tempo parla di temi legati a come un essere umano si può collocare nella nostra società attuale. Molte cose nel disco non sono forse espresse in modo diretto ma più in forma di suggestione. Ad esempio anche il titolo “Super Ready/Fragmenté” parla del modo in cui una persona può gestire le informazioni, i ricordi. Viviamo in un tempo in cui i media sono molto importanti, che ci piaccia o no. C’è così tanta informazione e disinformazione, ci sono tanti contenuti. Paragono il cervello ad una specie di hard disk. In termini tecnici quando hai troppi dati lo spazio disco diventa frammentato e diventa più difficoltoso reperire le informazioni cercate. Devi deframmentare l’hard disk. Penso che per il cervello umano possa essere lo stesso, specialmente quando si invecchia. Hai avuto così tante esperienze, alcune cattive altre positive, e come fai a gestirle tutte nella tua memoria? Come riesci a rimettere le cose a posto dove dovrebbero essere? A gestire i ricordi giusti? E cosa provi a riguardo? Come riesci a convivere con quello che ti succede intorno? Sei ottimista o pessimista? Fondamentalmente, sei pronto a gestire tutto ciò o vuoi far finta di niente e ignorare il tutto? Sono molte le domande che puoi farti ma penso che sfortunatamente non molte persone vogliano porsele, perché sono stanche della situazione e vogliono solo convivere al meglio con quello che sta accadendo, in un’ottica individualistica. Queste sono un esempio delle suggestioni da cui è nato l’album.

Quando ho visto la copertina del CD, con l’immagine luccicante della pistola, ho pensato al modo con cui i media spesso rappresentano la violenza, cioè come una cosa spettacolare, “glamorous”.

Sì esattamente. Penso che nel 21° secolo la nostra relazione con la violenza e le armi sia molto contraddittoria. Se prendi ad esempio la Svizzera, il nostro paese, che si suppone essere una nazione neutrale, in realtà una delle sue principali risorse economiche è il vendere armi nel mondo. Questa è una situazione ipocrita: da un lato pretendi di essere neutrale, non vuoi essere coinvolta nelle guerre intorno a te, ma in un certo senso nutri i conflitti vendendo armi, tenendo i soldi nelle banche. C’è un processo in atto per far sembrare le armi e la violenza come banali, una consuetudine. Ne vedi sempre di più e sta diventando un modo per vendere qualcosa o promuovere delle idee. Lo stesso accade con la paura. Ci sono sempre situazioni per mantenere la gente spaventata: per l’immigrazione, per il terrorismo, per la crisi economica. C’è un grande potenziale di controllo delle masse attraverso la paura: basta guardare alla politica americana dopo l’Afghanistan. E’ un concetto che si sta diffondendo e la gente lo beve: vogliono avere le armi in casa, vogliono avere paura di tutto. Non so com’è la situazione qui ma in Svizzera c’è un sentimento di estrema destra che sta crescendo tra la popolazione. Non mi piace parlare troppo di ciò nelle canzoni perché preferisco suggerire dei concetti. La musica va al di là di tutto ciò. C’è un potere di suggestione nella musica che va al di là della politica. Non credo che la musica debba essere usata per dire alla gente cosa fare. E’ meglio lasciare che la musica vada per la sua strada e suggerisca le cose. Principalmente io vedo la musica degli Young Gods come qualcosa di positivo: è molto violenta ma non aggressiva. Poi sta alle persone che l’ascoltano di prendere le proprie decisioni.

Franz Treichler/The Young Gods

Franz Treichler/The Young Gods - Firenze 19/10/2007, Foto di Grendel

Ora che l’album è uscito cosa pensate delle reazioni che ha suscitato? Siete soddisfatti?

Sì direi che le persone lo hanno capito. Naturalmente la cosa più facile a dirsi è che è un ritorno al suono chitarristico e questo è d’altra parte vero, ma penso che sia anche un disco attuale. Io paragono sempre la musica alla pittura: Se vuoi fare una mostra in un certo contesto scegli i colori più adatti. I suoni per me sono come i colori e per questo disco ne abbiamo usati di un certo tipo, cercando di mantenere una specie di omogeneità. Per quanto riguarda le reazioni… se si pensa al pubblico sono state sicuramente buone. Non so ancora come sia andata in termini di vendite ma credo che il risultato sia OK. Non è sicuramente un disco molto commerciale. E’ difficile ora capire cosa sta succedendo perché le compagnie discografiche stanno scomparendo, si lamentano sempre e paragonano la situazione attuale a quella di dieci anni fa. Così in pratica se vendi 20.000 o 50.000 copie non sai se è una buona cosa o no. Nessuno lo sa più. Le case discografiche in ogni caso si lamentano.

A questo riguardo secondo te è una buona cosa o no quello che sta succedendo all’industria discografica? Le labels stanno sicuramente riducendo la loro influenza e sempre più artisti hanno cominciato a vendere la musica direttamente al proprio pubblico. Cosa ne pensi di tutto ciò?

Credo che i cambiamenti siano sempre una cosa buona. Il problema delle persone della grande industria discografica è che se una cosa ha funzionato una volta loro pensano che quella sia l’unica strada possibile e basta. Non si pongono mai domande. Sono state prese “alle spalle” e non sanno come gestire la situazione attuale. Possiamo parlarne a lungo ma non credo che qualcuno sappia bene cosa pensare di tutto ciò. Non voglio giudicare ma penso che alcune cose siano sbagliate come lasciare pensare alla gente che la musica sia gratis. Ci sono un sacco di ragazzini che pensano che lo sia. Intanto se analizzi l’intero processo vedrai che per avere la musica gratis da scaricare devi avere delle buone macchine, connessioni veloci. Dal punto di vista della nostra società occidentale può sembrare scontato ma se ci pensi bene solo il 15% della gente del pianeta ha accesso a questo tipo di tecnologie e servizi: facciamo ancora parte di una minoranza privilegiata. Ci dimentichiamo che per far questo c’è bisogno di computers, degli accessi veloci, di pagare la connessione. In pratica il solo punto su cui ho un’opinione è che è un peccato che la gente pensi che la musica non abbia nessun valore, visto il tempo che ci vuole per crearla, il valore che ha per me. La cosa positiva è che molte persone hanno ora accesso alla musica.  MySpace è una cosa interessante, se hai tanto tempo da spendere perché ci sono un sacco di cose da trovare lì. Naturalmente c’è una marea di roba inutile e devi impiegare un sacco di tempo per trovare le cose buone. Così MySpace da un lato è una cosa positiva, ma dall’altro è una grande perdita di tempo.  In generale riguardo alla situazione attuale non sono pessimista. Non ci penso troppo, sono fatalista. Alcune bands hanno cercato di tagliare con le etichette discografiche e di vendere la musica via Internet come i Neubauten, i Radiohead e ora i Nine Inch Nails. Penso che sia più facile far ciò per band come i Radiohead che hanno un seguito enorme rispetto a gruppi come il nostro ad esempio. Anche i Neubauten quando hanno cominciato pensavano che questa fosse una rivoluzione. D’altra parte tutti erano così entusiasti di Internet quando si è diffuso; tante società tecnologiche sono nate e poi alla fine quante veramente hanno avuto successo?  Indubbiamente questi sono tempi di cambiamento.

La cosa che più mi sorprende è che questa situazione potrebbe essere un’altra rivoluzione Punk, nel senso che tutti possono fare musica facilmente e hanno i mezzi per farla ascoltare. Così ci dovrebbero essere un sacco di cose interessanti mentre secondo me il 99% della musica attuale fa schifo. Almeno dal mio punto di vista, considerando il materiale che recensiamo sul sito, la qualità sta diventando via via sempre peggiore.

Forse perché i tuoi gusti si dovrebbero adattare. Stiamo invecchiando! Forse non hai trovato le band migliori perché non vi hanno inviato i loro promo. Sono sicuro che ci sono un sacco di cose interessanti ma naturalmente il denominatore comune è basso perché c’è così tanta roba. Ciò è dovuto anche all’accessibilità dei computer che ha democratizzato la musica, nel senso che molta gente riesce ora a fare della musica prodotta bene su un portatile. Questo è un cambiamento incredibile rispetto agli anni ’80. A quel tempo il sampling era una cosa sorprendente. Potevamo creare dei loop di batteria senza andare in uno studio a registrare un batterista. Ora in una pennetta USB puoi tenere più suoni di quanti ne potrai usare in un singolo show. All’epoca dovevi avere un floppy per ogni canzone ed era fantastico. Ora con programmi come GarageBand ad esempio tutti possono fare delle cose, che saranno interessanti se c’è del talento o pessime in caso contrario. Il denominatore comune è comunque molto basso. Ancora, sta a te come giornalista scavare più a fondo per trovare le perle.

Sarà… Io resto pessimista. C’è qualcosa che hai ascoltato recentemente e che ti ha impressionato? Io ho appena sentito il nuovo Angels of Light di Michael Gira e mi è piaciuto molto.

Quello non l’ho ascoltato a dire il vero. Non sono cose molto nuove a dire il vero ma nel 2005 mi piacquero molto le Cocorosie e Antony and the Johnsons, veramente della musica emozionante e interessante. Forse gli Angels of Light sono nella stessa vena, non saprei, Michael Gira è talvolta eccessivamente drammatico per me. Mi sono piaciuti quei gruppi perché erano diversi da tutta la musica elettronica che c’era in giro e le loro atmosfere erano buone. E poi mi piacciono cose molto differenti, alcuni DJs o PJ Harvey, i Melvins, ma questa non è gente nuova: seguo ancora quello che fanno. Non mi viene in mente nessun altro ora.

Franz Treichler/The Young Gods

Franz Treichler/The Young Gods - Firenze 19/10/2007, Foto di Grendel

Visto che prima parlavamo di Michael Gira degli Swans raccontaci come è stato lavorare nuovamente con il vostro produttore storico Roli Mosimann (n.d.r. che degli Swans è stato il batterista) dopo tutto questo tempo?

Dal ’95! Ho lavorato con lui una volta per un progetto differente; siamo poi sempre rimasti in contatto. Nel ’95 dopo Only Heaven cominciammo ad essere più interessati all’ambient e all’elettronica e all’epoca a Roli non piacevano queste cose. Penso che avessimo bisogno di una pausa. Si era costituita una specie di formula nel lavorare con lui che aveva bisogno di aria nuova. Dieci anni dopo avevamo queste cinque canzoni già prodotte da noi, come “Secret” e “Everythere”: la versione di “Secret” della compilation proviene da quelle sessioni. Così abbiamo chiamato Roli per mixare e produrre la seconda parte del disco. Abbiamo pensato che sarebbe stato bello lavorare di nuovo con lui, dopo dieci anni in cui ognuno aveva fatto cose diverse, e che avremmo avuto ancora cose in comune. Le sessioni in studio furono così produttive che alla fine gli abbiamo chiesto di mixare anche le cinque canzoni iniziali, per dare un’atmosfera più omogenea al disco. Ha funzionato bene. Rispetto ad esempio a Only Heaven che ha avuto una gestazione lunga, stavolta il tempo in studio è stato molto breve. C’è voluto tempo per far uscire il disco ma in studio ci abbiamo impiegato davvero poco. Roli era in piena forma mentre nel ’95 era un po’… stavano succedendo tante cose, è stato difficile mantenere la concentrazione, anche se alla fine Only Heaven è comunque un bel risultato. Dopo quel disco avevamo bisogno di una pausa ed è stata davvero lunga. E’ stato anche positivo avere esperienze con altre persone perché fino al ’95 noi avevamo lavorato sempre con Roli.

E qual’è un altro produttore con cui vorreste lavorare?

Una volta mi piacerebbe provare uno come Godrich perché mi piace davvero quello che ha fatto con i Radiohead anche se invece non mi sono piaciute le sue cose per gli Air. Mi piace poi Christian Vogel. Aveva una band chiamata Supercollider insieme a Jamie Lidell. Abbiamo collaborato insieme per una compagnia di danza. Ha fatto anche dei remix per gli Young Gods. Credo che sarebbe interessante come produttore. Più underground ma molto interessante.

Non so se questa domanda ti innervosirà, ma voi siete citati come fonte di ispirazione da un sacco di artisti, da David Bowie a The Edge degli U2, a Mike Patton: così innanzitutto come ti senti ad essere un riferimento per altri musicisti? E poi vorrei sapere quali invece sono i tuoi punti di riferimento, le tue ispirazioni principali, non solo nella musica ma nell’arte in generale.

Penso che sia lusinghiero naturalmente. Talvolta posso riconoscermi maggiormente nel risultato di alcuni artisti più che in quello di altri. Certamente nomi come Ministry o Nine Inch Nails penso che apprezzino alcune parti del suono degli Young Gods, le chitarre, le cose alla “Envoyé” (ndr. da The Young Gods) che hanno dato loro una direzione ma naturalmente non eravamo gli unici a fare quelle cose. Bowie parlò di noi quando fece Outside e gli U2 quando pubblicarono Achtung Baby: credo che fu Brian Eno a dire che avevano ascoltato gli Young Gods in studio. Penso che sia bellissimo perché la musica alla fine non appartiene più a nessuno. Fai le cose a modo tuo: se riesci a dare energia ad altri è bello. Ma allo stesso tempo non riesci a controllare che tipo di energia dai alla gente. Ho ascoltato dei gruppi che dicevano di essere influenzati tantissimo da noi ma a me il risultato finale non piaceva affatto. Fare il musicista è un po’ come curare un giardino: fai del tuo meglio ma poi alcuni semi crescono, altri no e ciò non dipende da te. Comunque è molto lusinghiero essere citati da gente così. Ora, parlando di chi ci ha influenzato direi che c’era questo gruppo svizzero chiamato Yello all’inizio degli anni ’80. Era più il modo in cui facevano musica ad averci influenzato che non la musica in sé, il loro modo di fare collages prendendo elementi dalla musica dance o da quella latina, dalla psichedelia. Questo mi piaceva molto e mi ha molto influenzato. Ero più interessato alla musica rock a quel tempo e loro facevano quelle cose in studio, dei collages surreali, usavano tecniche di sampling prima che potessero essere abbordabili per una band come la nostra. Poi gli Swans degli inizi, specialmente i primi due dischi ed un EP chiamato Raping a Slave dove c’era la canzone “Young God” da cui abbiamo preso il nome. All’epoca lavoravo come ingegnere del suono in un club e organizzammo un concerto degli Swans. Roli Mosimann era il loro batterista ed è così che ci siamo conosciuti. Il giorno dopo stavo pulendo il palco e c’era la scaletta del concerto con la canzone “Young God” che non era ancora stata pubblicata. Mi tenni la scaletta come ricordo. All’epoca non suonavo ancora con gli Young Gods ma quando cominciammo e non avevamo ancora un nome mi rivenne in mente la canzone degli Swans e pensai “Questo può essere un buon nome”. Così assolutamente gli Swans sono stati un’influenza. Quello che mi piaceva degli Swans era il fatto che all’epoca tutti volevano suonare veloce mentre loro erano così lenti. C’era un sacco di emozione nel loro sound, pura energia e mi piacevano molto anche se secondo me dopo quel periodo hanno perso un po’ la strada. Un’altra grande influenza per noi è stato Jim Thirlwell alias Foetus e poi gli Einstürzende Neubauten. E prima di questi siamo stati figli degli anni settanta, con la musica psichedelica: io ero un grande fan di Jimi Hendrix, Led Zeppelin, del Kraut Rock, dei Doors, i Beatles, i primi Pink Floyd.

E oltre alla musica cosa è stato importante per te nell’Arte, la Letteratura o il Cinema?

La Pop Art. Poi qualcosa di più classico. Quando avevo tra i 9 e i 12 anni Salvador Dalì era un eroe per me, la sua follia, il suo essere in un mondo tutto suo. Mi piacevano anche Charles Bukowski, Celine, Rimbaud, quel genere di scrittori francesi. Mi piaceva molto anche la musica classica contemporanea. Ho cominciato come chitarrista prima di essere un cantante: ho studiato chitarra classica e questa è stata un’influenza.

Ora, per chiudere in modo divertente l’intervista abbiamo preso in prestito la domanda di culto di un altro redattore di Ver Sacrum (n.d.r.: Ankh), ovvero: quali sono le tue bevande e i tuoi piatti preferiti?

Vino rosso, assolutamente! Per il cibo: mi piace in modo speciale il curry, sia nella cucina Thai che Indiana. E dopo il curry sicuramente il cibo italiano!

Franz Treichler

Franz Treichler durante l'intervista - Firenze 19/10/2007, Foto di Grendel

Speciale Young Gods:

Italian Tour 2007


Condividi:

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.