Giunge a conclusione la trilogia avviata con Black Ships. Ero abbastanza curioso circa questo album, davvero non sapevo cosa aspettarmi, vista la tendenza del gruppo a cambiare genere a ogni album. Incomincio col dire che dei tre è quello che mi è piaciuto di più, che la svolta rock è stata abbandonata e che a mio avviso è un altro balzo avanti nella carriera musicale di Tibet. La formazione è rimasta più o meno immutata, ma quello che si nota fin da subito è che la batteria è quasi del tutto scomparsa, è semplice accessorio, e la musica è lasciata fluire liberamente. Stessa sorte è toccata alla chitarra: da strumento principe diventa parte integrante del suono nel suo insieme; anche quando si fa elettrica, è più che altro un ronzio di sottofondo. Molta cura è stata riposta negli arrangiamenti di violoncello, pianoforte ed electronics, col risultato che l’album suona come un connubio tra il rock degli ultimi album e avanguardia, con una netta sterzata verso quest’ultima. Diciamo che siamo dalle parti di Birth Canal Blues, ma in versione più morbida. Come attitudine però siamo sempre dalle parti di Aleph, ad esempio “December 1971” è un brano dell’album precedente al quale è stata staccata la spina, mentre “Baalstorm! Baalstorm!” è sembra un brano di Aleph dato in pasto ad Andrew Liles. Banalotta invece l’abusata nenia di “Passenger Aleph in Name”, poi però arrivano “Tanks of Flies” e il parziale ritorno al folk di “The Nudes Lift Shields for War” a traghettarci verso il folle organetto di “I Dance Narcoleptic”, teatrale calar di sipario sullo spettacolo messo in piedi da David Tibet.