“The Killer Inside Me” di Michael Winterbottom

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The Killer Inside MeUna storia di gente normale, in un posto normale, con una vita normale: la faccia di un bravo ragazzo, custode della legge, una persona di cui tutti si fidano. Un romanzo indimenticabile del 1952, che ha sempre impressionato per la cattiveria e la ‘malattia’ che contiene, scritto da un autore considerato uno dei geni del genere noir. Un bravo regista britannico, Michael Winterbottom, noto soprattutto per The Road to Guantanamo e A Mighty Heart – Un cuore grande, che ne ha tratto un film particolarmente inquietante.

Lou Ford, il protagonista della storia, interpretato da uno sconcertante Casey Affleck è uno di quei personaggi sempre presenti nell’iconografia americana: lo sceriffo di un piccolo centro urbano, dove è conosciuto da tutti e conosce tutti. Il suo viso ‘pulito’, da ‘bravo ragazzo’ è l’espressione della sua affidabilità. Nessuno sospetta dunque che quell’apparenza così tranquillizzante nasconda in realtà un segreto, una ‘malattia’ covata intimamente fin dall’infanzia, il cui sintomo è la manifestazione di una violenza che definire agghiacciante è dir poco… Il nostro Lou, con il pretesto di ristabilire la giustizia e di proteggere la moralità cittadina, dà ben presto prova di sé, strapazzando con incomprensibile ferocia una giovane prostituta, interpretata dall’avvenente Jessica Alba. Da quel momento la vicenda si complica e le crudeltà si moltiplicano, divenendo sempre più brutali.

Per quanto il cinema, nel corso del tempo, ci abbia abituato largamente alla visione della violenza, non si può negare a mio avviso che in The killer inside me essa riesca a turbare profondamente lo spettatore. Non a caso molta critica ha definito il film ‘pulp’  e in effetti si potrebbero azzardare analogie con Tarantino o con Robert Rodriguez se non fosse qui completamente assente quella vena di ironia che in loro rende accettabili le immagini più sorprendenti. La violenza di questo film – finalmente sdoganata da motivazioni più o meno sociali o morali – è quella ‘seria’: resta nascosta nel quotidiano per esplodere poi terribile, choccante in quanto inspiegabile sul piano psicologico, se non vogliamo porvi alla base i confusi flashback di un’esperienza infantile di cui non si afferra realmente il contenuto. Non vi è nulla in Lou o nella sua vita che possa fornire una qualche giustificazione al male che commette, a parte la ‘malattia’. La sua malvagità è perfetta in quanto fine a se stessa, arricchita da un incomparabile cinismo, efficace perché mascherata da un volto innocente e da un’esistenza irreprensibile. In nessuna circostanza, neanche di fronte alla sofferenza e alla disperazione di chi è stato colpito nei sentimenti più cari senza saperne la ragione, egli manifesta un barlume di umanità.

La visione di The killer inside me è, alla fine, la più nichilista che si possa immaginare: il male fa parte dell’uomo, è intrinseco alla sua natura; là dove emerge, esso colpisce all’impazzata senza dare alcuna possibilità di difesa, senza che possa neanche venire compreso. Il finale apocalittico, che a molti è parso poco indovinato, offre invece con la sua ‘catartica’ fiammata una sorta di ‘purificazione’ a posteriori che accomuna i persecutori ed i perseguitati. E’ l’idea di fondo dell’America inquietante di Thompson, generatrice di personaggi ‘oscuri’, un’America che soffre al suo interno come ha sofferto colui che l’ha immaginata, con la sua esistenza tormentata, infelice, ‘malata’… Nonostante la sua grande prolificità, principalmente il cinema ha concesso a questo scrittore l’apprezzamento che merita. Numerose, infatti, sono le pellicole che si sono ispirate alle sue opere, mentre il riconoscimento in letteratura è arrivato solo in un secondo momento. Michael Winterbottom, nel suo film, ha saputo fedelmente riprodurre e rafforzare con le immagini lo spirito ‘dannato’ di un libro stupefacente.

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