Sigur Ros: Valtari

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I Sigur Ros non hanno certo bisogno di presentazione: il gruppo islandese, formatosi nel 1994 grazie al chitarrista e vocalist Jónsi, il bassista Georg Holm ed il batterista Agust – ai quali si unì, poco dopo l’uscita del primo album, il tastierista Kjartan Sveinsson –  rappresenta il punto di riferimento fondamentale per il post-rock. Si può amarli, oppure trovarli noiosissimi: il loro sound rimane comunque unico ed irripetibile, la nordica colonna sonora del mondo degli elfi. Valtari è il sesto album registrato in studio dai Sigur Rós e mantiene tutte le caratteristiche che la loro musica ha sempre avuto. Rispetto al loro ultimo lavoro analogo, Með suð í eyrum við spilum endalaust del 2008, che sembrava orientato verso una musicalità più leggera ed orecchiabile, questo Valtari ripropone atmosfere meditative e malinconiche, con presenza di brani strumentali e minimali e suggestioni morbide ed oniriche. Lì dove è cantato, i testi sono nella lingua madre, non in ‘hopelandic’, l’idioma così caratteristico creato da Jónsi. Il primo brano, “Êg Anda”, introduce voci remote seguite da fantasiose variazioni su corde e tastiere e poi di nuovo la voce che gentilmente culla. “Ekki Mùkk” è sulla stessa linea, con una sfumatura oscura in più. “Varúð” è più strutturata e melodica, con il canto intenso dei momenti migliori; “Rembihnútur”, uno degli episodi più belli, ha una grandiosità ed un respiro cosmico che ispirano splendide visioni. Gli ultimi tre brani sono quasi un’incursione nell’ambient: strumentali e d’atmosfera, fatti di note eteree ed ipnotiche, hanno un unico, occasionale rischio: la monotonia. “Varðeldur” e “Fjögur Píanó” infatti, sono molto lente ed evocative, per quanto di una suggestione magica, mentre la title track suona cristallina e neoclassica: questi sono i pallidi paesaggi del nord dove abitano i Sigur Ros.

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