OMD (Orchestral Manoeuvres in the Dark): English Electric

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Nella speranza di rinverdire i fasti del passato, ecco tornare gli Orchestral Manoeuvres in the Dark, ovvero OMD, come li abbiamo sempre chiamati. Nati nel 1979, non c’è da dubitare che oggi siano poco noti alle generazioni giovanili, ma chi li ricorda saprà che hanno fatto parte degli ‘apostoli’ del synth-pop britannico e, forse, avrà spesso ballato con le note di “Enola Gay”, uno delle loro hit. Nonostante qualche cambio di formazione, la band ha continuato la sua attività negli anni e, dal 2010, i suoi membri originari sono di nuovo insieme benché le fortune degli esordi non si siano mai più ripetute. English Electric, il dodicesimo lavoro in studio, è una sorta di concept album incentrato sul tema del fallimento del progresso e la tecnologia, che gli OMD avevano già trattato all’inizio della loro carriera: lo stile è garbatamente sintetico, pervaso della malinconia che li ha sempre caratterizzati e che, un tempo, era un marchio di originalità. L’opener “Please Remain Seated” dura solo 50 secondi, ma la frase che una voce ‘robotica’ pronuncia: “The future that you anticipated has been cancelled” ha un sapore davvero amaro. Segue la graziosa “Metroland”, uscita anche come singolo, in cui è tuttavia fin troppo riconoscibile l’influenza dei Kraftwerk: si tratta di una melodia gradevole sorretta da un ritmo pulsante ma, considerando l’intera lunghezza di oltre sette minuti, la parte finale risulta un po’ superflua. Subito dopo, “Night Café” ‘romanticheggia’ un po’ troppo e, ancora, “The Future Will Be Silent” evidenzia talmente il suo debito verso i Kraftwerk da apparire imitativa e retrò all’eccesso. Ma poi abbiamo uno dei brani migliori, “Helen of Troy”, un synth-pop davvero gradevole ed elegante, vicino alla produzione degli anni d’oro della band. Resta da menzionare “Kissing the Machine”, rielaborazione di un pezzo che risale alla vecchia collaborazione con  Karl Bartos dei Kraftwerk per il suo progetto Elektric Music: qui, tra l’altro, troviamo il contributo della bionda Claudia Brücken – ricordate i Propaganda? – che presta la sua bella voce; per il resto siamo su un synth-pop di livello un po’ anonimo che, forse, non accontenta più nemmeno i nostalgici.

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