Agent Side Grinder: Alkimia

0
Condividi:

Gli Agent Side Grinder, con il loro nuovo album Alkimia, sono un’altra delle piacevoli scoperte di quest’anno che si sta rivelando fecondo come si sperava. Formatosi già nel 2005, dopo qualche ‘aggiustamento’ di line-up, i nostri sono arrivati all’attuale cinquina vincente, alla quale dobbiamo un lavoro ricco, consistente e ben prodotto, che in pratica si distingue nettamente dalla massa di produzioni nel genere circolata negli ultimi anni. Alkimia propone una visione musicale composita, lontanissima dalla monotonia ma tale da rendersi gradita anche a quel pubblico che dal synth-pop o dal dark pretende solo linee ritmate per poter ballare. Il basso è ovviamente una presenza importante e se da un lato si fa qui palese riferimento alla tradizione ’80, dall’altro i suoni appaiono moderni e non fanno per niente pensare all’ennesima operazione ‘nostalgia’, una fase, se mai c’è stata, che è stata gestita in passato, nei precedenti tre album. La prima traccia, “Into The Wild”, ci scaraventa immediatamente addosso il fantastico basso di cui si diceva, ma poi sono le decadenti note gotiche della tastiera a catturarci ed infine il colpo di grazia arriva dalla bella voce di Kristoffer Grip: tutto questo è premessa sufficiente per comprendere da che parte tira il vento. Subito dopo, “New Dance” sembra fa una concessione al synth-pop in stile Depeche Mode, proponendo melodia accattivante e canto sensuale e “Giants Fall” prosegue nella direzione, ma qui il termine accattivante non rende assolutamente l’irresistibile fascino ‘vintage’ del riff alla tastiera! “Void (The Winning Hand)”, uno degli episodi più validi,  rallenta il ritmo ed il suo andamento languido ci immerge in un’atmosfera ‘nebbiosa’ ed ambigua, evocando visioni seducenti e voluttuose mentre “For The Young”, che si avvale della collaborazione, nella parte vocale, di Nicole Sabouné, è un ulteriore esempio di synth-pop di ottimo livello, tinto di oscurità: un po’ come quello dei Depeche Mode di Black Celebration. “Hexagon”, poi, evidenzia la formazione ‘industrial’ del gruppo: questo spiega il mood più aggressivo, i ‘rumorismi’ ad effetto e la ritmica decisamente frenetica, anche se l’aspetto melodico non viene certo a mancare. Poi, nell’orecchiabile “This Is Us”, palesemente pensata per le esibizioni live e che ricorda per qualche verso gli Editors, ci rasserena comunque lo splendido lavoro del basso ed infine grande chiusura con la bellissima “Last Rites”, la più impegnativa per le diverse ‘istanze’ che raduna, fra industrial, folk e ritmi tribali, che ci fa afferrare pienamente il senso di Alkimia e la sua complessità: un disco impossibile da ignorare.

Condividi:

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.