Agent Side Grinder: A/X

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Se tutti i cambiamenti avvenuti avevano suscitato un po’ di preoccupazione nei fan, l’uscita di A/X ha fugato ogni dubbio: anche se ridotti a tre – Johan Lange, Peter Fristedt e Emanuel Åström – gli Agent Side Grinder, ‘astri’ svedesi dell’elettronica, si dimostrano ben capaci di produrre ottima musica. A/X ne è la prova: dopo il successo – meritatissimo – di Alkimia, poteva infatti rivelarsi difficile mantenere lo stesso livello, soprattutto se, nel gruppo, si verificava, come si sa, una piccola rivoluzione. Troviamo invece qui dieci tracce di valore, in linea con i canoni della band che, nel corso degli anni, è andata attingendo a vari stili per arrivare a un sound estremamente intrigante: il cambio di frontman ha inciso notevolmente sul risultato, giacchè il timbro di voce di Åström differisce parecchio da quello di Grip, pur essendo altrettanto efficace. La forma espressiva degli Agent Side Grinder appare oggi un po’ più orientata verso sonorità oscure con derive industrial, anche se non mancano momenti puramente godibili, vicini nella sostanza a Alkimia. Vediamo l’opener “In From The Cold”: l’inizio con sinistri suoni elettronici, la ritmica sostenuta, le ‘muscolose’ linee di basso e i giochi di voci ci fanno ritrovare, nonostante il peculiare canto di Åström faccia la differenza, le belle vibrazioni che conosciamo. Poi, “Decompression” interviene con cupissimi colori ‘industriali’ che animano uno scenario assai inquietante, mentre “Stripdown” è il primo degli episodi irresistibili dell’album e ci riporta ai migliori Depeche Mode e al loro indiscutibile genio… che gli allievi, a volte, superino i maestri? Lo splendido sax di Gustav Bendt ce lo fa, quasi quasi, sospettare. Ma bisogna menzionare anche la successiva “Allisin Sane (No.2)”, ipnotica e ‘danzereccia’ o “Doppelgänger” uscita come singolo, con le sue sonorità elettroniche vagamente ‘vintage’, o ancora la ‘stuzzicante’ “The Great Collapse”, mentre con “MM/CM”, che l’uso del vocoder ha reso sgradita ad alcuni, torniamo a suoni ‘futuribili’ ma di presa immediata. Infine, bypassata la formula un po’ anonima di “Inner Noises”, l’unica che merita appena la sufficienza, la splendida “Wounded Star”, che ospita Sally Dige alla voce, conclude in eterea penombra un disco di grandissimo fascino.

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