TesseracT: Polaris

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Terzo disco di studio (ma in carniere vantano pure un EP che segnò il loro esordio ufficiale) per il combo britannico TesseracT, originariamente costituito come  studio-project dal chitarrista Acle Kahney. Un insieme (la formazione è completata dai membri di lungo corso Jay Postones, batteria, Amos Williams, basso e cori e James Monteith, chitarre, oltre che dal cantante Daniel Tompkins, ricongiuntosi alla band in occasione del Sonisphere) dedito ad un progressive evoluto che trova nei connazionali Threshold dei validi referenti, anche se nell’evoluzione del complesso un ruolo importante lo hanno giuocato pure frequentazioni assidue di Tool, Radiohead e Deftones (“Utopia”, episodio chiave, esplosioni armoniche con tanto di cantato simil-rappato). Polaris è edificato su atmosfere crepuscolari, ogni traccia è vergata da una sottile, intima melancolia, ed un ascolto attento e partecipe permetterà di svelare i più recessi segreti che le nove tracce dell’albo custodiscono. La tecnica, ovvio trattandosi di un genere che la pretende, non difetta ai cinque inglesi, i quali sanno giovarsene senza indugiare in sterili esercizi di stile; è un elemento che, amalgamato con cura ad una attenta e naturale inclinazione alla scrittura, accresce la tensione emotiva che caratterizza ogni singolo episodio del disco. Hanno fatto proprie le lezioni impartite dalla onorevole cattedra che occupa il Maestro Steven Wilson, adattandole alle proprie esigenze espressive, focalizzandosi sul risultato finale, al quale contribuisce non poco una abbondante dose melodica che mai deve difettare. Un vortice di emozioni, come solo gli albionici (fatte salve rare eccezioni) sanno creare, essendo depositari di un sentimento peculiare, che sanno tradurre perfettamente in musica e parole (si ascolti a titolo di puro esempio la variegata, complessa ma mai gravosa “Torniquet”). Merito anche di una label come Kscope se possiamo gioire di opere come Polaris: negli anni ha segnato a proprio favore una crescita qualitativa eponenziale, un risultato unico nell’asfittico panorama musicale contemporaneo, fatto di poca sostanza, tanta apparenza e preoccupante caducità.

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